Quattro principi mistici

I quattro princìpi mistici (kyo chi gyo i)
kyo = realtà; chi = saggezza; gyo = pratica; i = posizione, livello. Quattro aspetti della realtà che, illuminati dalla Legge mistica, ci indirizzano verso un’esistenza felice.

T’ien-t’ai e i dieci princìpi contenuti in myo
I quattro principi mistici (Kyo chi gyo i) non sono molto conosciuti e può essere interessante approfondirli anche perché vengono citati in un recente discorso del presidente Ikeda (Il Nuovo Rinascimento, n. 230, pagg. 3–6). Potremmo definirli in maniera semplificata come i quattro fattori principali che entrano in gioco nella realizzazione di un’esistenza pienamente felice. Kyo, chi, gyo e i sono in realtà i primi quattro dei dieci principi mistici (myo) che T’ien-t’ai espone nell’Hokke gengi interpretando la parola myo di Myoho-renge-kyo, il titolo del Sutra del Loto. Secondo T’ien-t’ai, i “dieci principi mistici” sono tutti impliciti nel singolo carattere myo e si suddividono in due categorie: quelli dell’insegnamento teorico, o prima metà del Sutra del Loto, e quelli dell’insegnamento essenziale, o seconda metà. I nostri quattro principi di “realtà, saggezza, pratica e posizione” appartengono alla prima categoria che si basa sull’idea di vera entità della vita, la cui spiegazione, insieme all’elenco dei dieci fattori di cui consiste, ripetiamo mattina e sera nella cerimonia di Gongyo.

Qual è il vero obiettivo?
Vediamo, analizzandoli uno per uno, cosa questi elementi significhino concretamente nella nostra vita e nella nostra pratica buddista, per esempio quando decidiamo di realizzare uno scopo a cui teniamo. Kyo, la realtà oggettiva, è il nostro obiettivo o fine ultimo. Chi, è la realtà soggettiva, cioè le potenzialità individuali che mettiamo in moto per realizzare lo scopo e dalla quale emerge il mondo di Buddità con la sua illimitata saggezza. Gyo, la pratica, è l’azione intrapresa per realizzare kyo basandoci su chi (cioè la realtà soggettiva) e i è la posizione, insomma il punto in cui ci troviamo dopo aver conseguito il nostro obiettivo. Sono molte le riflessioni che sorgono in proposito. Anzitutto spesso ci accingiamo a realizzare uno scopo limitandoci a compiere delle azioni, gyo. Per esempio per rimediare a un grosso debito cominciamo freneticamente a fare conti, a studiare e a mettere in pratica ogni strategia razionale possibile, per scoprire alla fine che il problema nonostante i nostri sforzi non è cambiato perché non abbiamo affrontato la causa fondamentale, contenuta nella nostra vita. Oppure indirizziamo tutti i nostri sforzi verso i, pensando unicamente e spesso in modo ossessivo a dove vogliamo arrivare, al nostro traguardo. Ma la vera realtà, kyo, della nostra vita è che essa possiede la natura di Budda, vale a dire che è pura, in unità con l’universo della quale possiede lo stesso illimitato potere creativo e benefico. E manifestare questa natura grazie alla facoltà interiore di farlo che ognuno di noi possiede, grazie alla nostra “saggezza soggettiva” è il vero obiettivo della pratica buddista. Per questo prima di agire o di preoccuparci troppo della nostra posizione è essenziale recitare per stabilire il vero obiettivo nei nostri cuori, il vero kyo che consiste nel manifestare la nostra natura di Budda. Questo ci permette di scoprire e trasformare dentro di noi una serie di fattori di cui spesso non siamo consapevoli, col risultato che, oltre a realizzare il nostro scopo scopriamo ancora un po’ di più quel meraviglioso mondo di Buddità che costituisce la vera essenza della nostra vita.

Non farsi sviare dalla posizione
Questo principio è particolarmente incoraggiante quando ci viene affidato un compito o una responsabilità nuova nel movimento di kosen-rufu. Dapprima ci sentiamo inadeguati, la nostra realtà oggettiva, cioè la nostra condizione vitale non ci sembra sufficiente e così le nostre capacità soggettive. Il rischio è quello di farci sviare dalla “posizione” cercando di imitare qualcun altro o di conformarci in maniera un po’ forzata alla nostra idea di “come” si dovrebbe ricoprire quel ruolo. Invece la chiave risiede in gyo, nell’azione. Se, animati dal desiderio e dalla preghiera di contribuire alla felicità degli altri, cominciamo ad agire, praticando insieme alle persone e incoraggiandole ad affrontare e risolvere con il Buddismo le proprie difficoltà, dalla nostra vita emergerà una saggezza che non avremmo mai pensato di possedere e che ci permetterà di svolgere il nostro compito come e meglio che se possedessimo già le capacità necessarie a farlo. Anche in questo caso è cruciale tornare a kyo, la vera realtà, il vero obiettivo per cui pratichiamo, per cui siamo in una determinata posizione in un certo momento della nostra vita. E l’obiettivo è sempre quello di rivelare la nostra Buddità e aiutare le altre persone a rivelare la propria.

 

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