Nascita, vecchiaia, malattia e morte

di Katsuji Saito

L’infelicità e la sofferenza derivano dall’illusione che le cose impermanenti siano permanenti, ma se riusciamo a percepirela Leggemistica in tutti i fenomeni possiamo sperimentare in ogni circostanza la stessa energia creativa, la stessa felicità e la stessa libertà del Budda

Le quattro sofferenze di nascita (ed esistenza giorno per giorno), malattia, invecchiamento e morte (in giapponese sho, ro, byo, shi) sono comuni a tutti gli esseri e sono uno degli argomenti più importanti per il genere umano.
Non è esagerato affermare che la maggior parte delle religioni ha dovuto affrontare questo argomento e interrogarsi su di esso. In una scrittura buddista Shakyamuni parla di vincere “le tre forme di orgoglio” – l’orgoglio della gioventù, l’orgoglio della salute e l’orgoglio della vita – in relazione alle sofferenze universali di invecchiamento, malattia e morte. Il Budda spiega che, ubriache dell’orgoglio della gioventù, le persone provano avversione nei confronti di chi è piegato dall’età; ubriache dall’orgoglio della salute, provano avversione per chi è malato, e ubriache dall’orgoglio della vita provano avversione per i morti. Ciò che separò Shakyamuni da queste forme di orgoglio – scrive Ikeda – è che cominciò a interrogarsi su queste sofferenze quando era nel pieno della gioventù, della salute e della vitalità (cfr. L’età della saggezza, Esperia, 2001, p. 52).
Anche il giovane Nichiren, quando iniziò la sua vita religiosa, dichiarò che la prima cosa da studiare era la morte, poi le altre questioni: «Sin dall’infanzia ho studiato il Buddismo con un solo pensiero nella mente. La vita dell’essere umano è fugace. Ogni respiro può essere l’ultimo. Nemmeno la rugiada asciugata dal vento è tanto effimera. Nessuno, saggio o sciocco, giovane o vecchio, può sfuggire alla morte. Per questo il mio unico desiderio fu di risolvere questo eterno mistero. Il resto era secondario» (GZ, 1404).

Secondo il Buddismo le quattro sofferenze sono il vero aspetto della vita, ma la tendenza degli esseri umani è quella di ignorare questa realtà. Scrive il Daishonin: «Chi ha ricevuto la vita non può evitare la morte. Questo è un fatto che tutti gli esseri umani riconoscono, dal più nobile, l’imperatore, fino al più umile cittadino, ma in realtà neanche uno su mille o diecimila prende questa questione seriamente o se ne addolora» (Conversazione fra un santo e un uomo non illuminato, RSND, 1, 86; cfr. SND, 7, 27). E ancora: «Considerare la nascita e la morte con repulsione e cercare di sfuggirvi è chiamato illusione, o un punto di vista dell’Illuminazione acquisita. Vedere e capire la natura originariamente intrinseca della nascita e della morte è chiamato risveglio, o Illuminazione originale. Ora, quando Nichiren e i suoi seguaci recitano Nam-myoho-renge-kyo, realizzano la natura originariamente intrinseca della nascita e della morte»1 (Raccolta degli insegnamenti orali, Buddismo e società, n. 117, p. 45).

Un flusso continuo
Il Buddismo considera l’alternanza di vita e morte come il ritmo originale intrinseco della Legge mistica. L’universo nella visione buddista è governato da un movimento dinamico ciclico che si ripete costantemente: entrare in esistenza, esistere, cambiare, sparire.
Tutti i fenomeni si evolvono in questo flusso costante, niente esiste permanentemente: il concetto delle quattro sofferenze esprime proprio questa impermanenza. L’infelicità e la sofferenza derivano dall’illusione che le cose impermanenti siano permanenti. «Chi considera scontata la propria vita – scrive Ikeda – ha paura della morte, chi considera scontata la propria giovinezza teme l’idea di invecchiare e chi considera scontata la propria salute è sconvolto quando si ammala» (MDG, 2, 322).
La verità è che la realtà è impermanenza. Una persona che non percepisce questa verità soffre.

Il punto di vista del Buddismo sulle sofferenze
Il Buddismo antico identifica l’origine della sofferenza nell’attaccamento ai desideri, secondo quanto enunciato nelle quattro nobili verità: l’esistenza in questo mondo è sofferenza; la sofferenza è generata dal desiderio egoistico; l’estinzione di questo desiderio fa cessare la sofferenza; c’è una via – l’ottuplice sentiero – che porta all’estinzione del desiderio.
Secondo il Buddismo mahayana, invece, i desideri e le sofferenze di nascita e morte non sono ostacoli da eliminare bensì i primi possiedono il potenziale per trasformarsi in saggezza illuminata e le seconde sono il mezzo tramite il quale raggiungere il nirvana.
Il Sutra del Loto fa un ulteriore passo avanti e afferma che c’è una verità più profonda: proprio durante il processo di esistenza, cambiamento, entrata nella non-esistenza possiamo afferrare l’essenza mistica dell’essere – la natura illuminata. Infatti nel Sutra del Loto sono esposti i principi che le illusioni e i desideri sono Illuminazione (bonno soku bodai) e che le sofferenze di nascita e morte sono nirvana (shoji soku nehan), principi che sono iscritti nel Gohonzon. Nichiren dice che la parola soku (che qui viene tradotta con “sono”) è Nam-myoho-renge-kyo.
In sintesi non esiste alcuna Illuminazione separata dalla realtà dei desideri – cioè la realtà della vita umana – e non può esserci nirvana al di fuori delle sofferenze di nascita e morte. Nel Gosho Le illusioni e i desideri sono Illuminazione si legge: «Il principio secondo cui le sofferenze di nascita e morte sono nirvana esiste solo nella comprensione che l’entità della vita in tutto il suo ciclo di nascita e morte non viene né generata né distrutta. Il sutra Virtù universale afferma: “Anche senza recidere le illusioni e i desideri o distaccarsi dai cinque desideri, si possono purificare tutti i sensi e cancellare tutte le colpe”» (RSND, 1, 282; cfr. SND, 4, 145).
Il Gran maestro T’ien-t’ai fa l’esempio del cachi acerbo che, esposto al sole, diventa dolce. Il cachi non cambia la sua natura, ma esposto al catalizzatore del sole, che rappresenta la pratica buddista, si trasforma.

L’eternità della vita
Ne Il conseguimento della Buddità in questa esistenza è scritto: «[La vita] è una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti di esistenza e non esistenza. Non è né esistenza né non esistenza e tuttavia manifesta le proprietà di entrambe. È la mistica entità della Via di mezzo che è l’unica vera realtà. Myo è il nome dato alla misteriosa natura della vita e ho quello attribuito alle sue manifestazioni» (RSND, 1, 4; cfr. SND, 4, 5).
Un’esistenza non può essere quindi considerata solo come manifestazione o estinzione. Secondo quanto afferma qui il Daishonin, non basta riconoscere che tutti i fenomeni sono impermanenti, ma bisogna percepire in essi la Legge mistica. Mentre nei due mondi di Studio e Illuminazione parziale ci si ferma al livello della consapevolezza dell’impermanenza dell’universo, questa visione profonda rispetto alla Legge mistica di vita e morte è l’Illuminazione del Budda. Quindi anche se le nostre vite mostrano l’impermanenza, in realtà la nostra vita è eterna: questo è il punto di vista del Budda.
Nel Sutra del Loto è scritto: «Il Tathagata percepisce il vero aspetto del triplice mondo esattamente com’è. Non vi è né nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo né estinzione» (SDL, 298). Spiega Nichiren, commentando questo brano: «Possiamo anche dire che non esistenza ed esistenza, nascita e morte, flusso e riflusso, esistenza in questo mondo ed entrata nell’estinzione sono tutte, senza eccezione, azioni della natura intrinseca che permane eternamente» (Raccolta degli insegnamenti orali, Buddismo e società, n. 117, p. 45).
Il Buddismo del Daishonin ci insegna quindi ad accettare l’impermanenza e a non subirla, consapevoli che la Legge mistica ha il potere e la forza di far evolvere il cambiamento verso il positivo. Non solo: quando ci illuminiamo a questa verità, invece di soffrire per l’impermanenza della vita sperimentiamo le quattro virtù di eternità, felicità, vero io e purezza (jo raku ga jo).

Le quattro virtù del Budda
Nella Raccolta degli insegnamenti orali è scritto: «Quando, mentre siamo in questi quattro stati di nascita, vecchiaia, malattia e morte, recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, facciamo sì che essi diffondano la fragranza delle quattro virtù» (Buddismo e società, n. 114, p. 45).
Guardiamo ora alla vita da questa nuova prospettiva. Consideriamo jo, l’eternità: spesso cerchiamo di evitare il cambiamento, vorremmo essere eterni o che le cose intorno a noi fossero immutabili. Secondo il Buddismo invece l’eternità è insita nel cambiamento, è la tendenza della vita a rinnovarsi superando tutti i punti morti in un’ondata inesauribile di energia creativa. Raku è uno stato di felicità indistruttibile, un senso di pace e sicurezza che deriva dallo sperimentare l’eternità della vita. Ga è il vero io, l’indipendenza di cui gode il Budda libero da ogni condizionamento; è un solido senso di identità che è un tutt’uno con la Legge mistica. Jo indica una purezza assoluta non toccata dai desideri e dalle illusioni, è il potere della vita che libera l’io individuale dalle impurità egoistiche.
Ci dobbiamo chiedere allora se consideriamo nascita e morte come un infinito e doloroso ciclo di rinascita nei sei sentieri o come aspetti della Legge mistica dei quali percepiamo la vera natura intrinseca.
Il Daishonin dichiara che nell’istante in cui comprendiamo che la nostra esistenza impermanente è l’entità della Legge mistica, essa viene permeata da queste quattro nobili virtù.
Questa affermazione non è né idealistica né teorica: possiamo provarla, sperimentarla nelle nostre vite. Infatti nel Sutra del Loto è scritto: «La sua malattia svanirà ed egli non conoscerà né vecchiaia né morte» (SDL, 386), e il Daishonin commenta che “né vecchiaia” si riferisce al Budda Shakyamuni e “né morte” a persone come i Bodhisattva della Terra (cfr. Raccolta degli insegnamenti orali, Buddismo e società, n. 121, p. 57).
È estremamente importante – scrive Ikeda – che Nichiren associ la qualità dell’immortalità ai Bodhisattva della Terra, un numero infinito di esseri umani che posseggono nella loro vita la Legge mistica e si sforzano instancabilmente, senza risparmiarsi, di propagarla. Queste sono le persone che egli definisce immortali.
«Quando ci dedichiamo a realizzare la nostra missione di Bodhisattva della Terra – conclude – la nostra vita soggetta alle quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte viene pervasa dalle nobili virtù di eternità, felicità, vero io e purezza e diveniamo capaci di liberarci dalle dolorose catene delle sofferenze di nascita e morte. Vivere e morire mantenendo un’eterna devozione alla Legge mistica rappresenta la verità insita nella vita stessa, quella che il Daishonin definisce la “natura originariamente intrinseca della nascita e della morte”» (MDG, 2, 340-41).

Note

1) “Illuminazione acquisita” è usato in contrasto con “Illuminazione originale”. Secondo la dottrina dell’Illuminazione originale, l’Illuminazione non è qualcosa che si acquisisce attraverso la pratica religiosa ma esiste nel proprio originale stato di vita. Da questo punto di vista, l’Illuminazione acquisita cade nella categoria dell’illusione, non in quella della vera Illuminazione. 

Bibliografia

Buddismo e Società n.135 luglio agosto 2009

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3 pensieri su “Nascita, vecchiaia, malattia e morte

  1. difficile accettare quando non vedi via d uscita e le cose peggiorano difficile provare gioia nelle difficoltà di ogni giorno

  2. non tanto la morte che si sa… non tanto la malattia già in lavorazione… ma l’invecchiamento è più tosto ancora!

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