Le quattro sofferenze

di Daisaku Ikeda, Katsuji Saito, Masaaki Morinaka

IKEDA: Come devoto del Sutra del Loto, il Daishonin si dedicò anima e corpo, per tutta la vita, a tracciare la via per l’Illuminazione di tutte le persone dell’Ultimo giorno della Legge. Come considerava questo nobile alfiere della Legge le quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte? Cosa insegnava ai suoi discepoli in proposito? Come affrontò personalmente la morte?

MORINAKA: Come traspare dalla storia dei quattro incontri1 di Shakyamuni possiamo affermare che il Buddismo sorge dal desiderio di trovare una spiegazione a queste quattro sofferenze fondamentali.

IKEDA: Nichiren Daishonin afferma: «La prima cosa che apprendiamo è la morte, poi impariamo tutto il resto» (GZ, 1404). La motivazione fondamentale di Shakyamuni quando lasciò la sua casa per dedicarsi alla vita religiosa fu trovare la risposta al problema della vita e della morte. Senza una spiegazione delle sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte, la felicità e la prosperità umana autentiche sarebbero rimaste per sempre irraggiungibili. Nonostante si tratti di questioni di importanza fondamentale, sembra che molte persone evitino di guardare direttamente queste realtà della condizione umana.

MORINAKA: Scrive il Daishonin: «Chi ha ricevuto la vita, non può evitare la morte. Questa è una verità che tutti gli uomini conoscono, dall’imperatore fino al più umile cittadino, ma in realtà neanche uno su mille o diecimila prende questa questione seriamente o se ne preoccupa» (SND, 7, 27).

IKEDA: Nascita, invecchiamento, malattia e morte sono la realtà della vita umana. È impossibile sfuggire a essa e cercare di farlo non ci condurrà alla vera felicità.

SAITO: Credo che una delle ragioni per cui alle persone non piace guardare in faccia questa inevitabile realtà dell’esistenza umana è che le costringe ad affrontare direttamente l’impermanenza della vita.

IKEDA: In un certo senso tutti i fenomeni dell’universo sono impermanenti; tutte le cose sono in uno stato di flusso continuo. L’intero universo è governato da questo ritmo inesorabile di nascita, durata, cambiamento ed estinzione. Allo stesso modo, nascita, invecchiamento, malattia e morte fanno parte integrante del tessuto della nostra vita. Chi considera scontata la propria vita ha paura della morte, chi considera scontata la propria giovinezza teme l’idea di invecchiare e chi dà per scontata la propria salute è sconvolto quando si ammala. Non si possono evitare le quattro sofferenze dell’esistenza umana.
Ma per un Budda – per chi si è risvegliato alla Legge mistica e percepisce l’eternità della vita – nascita, invecchiamento, malattia e morte costituiscono il ritmo fondamentale e sono pervase dalla fragranza delle quattro nobili virtù2 di eternità, felicità, vero io e purezza. E il Daishonin ci insegna che anche il ciclo di nascita, invecchiamento, malattia e morte delle persone comuni che abbracciano la Legge fondamentale di Nam-myoho-renge-kyo viene permeato dalla fragranza di queste quattro virtù.
Per comprendere meglio questo principio vediamo cosa afferma il Daishonin riguardo alla sua personale esperienza delle quattro sofferenze. In Costruzione del santuario di Hachiman, scritto nel 1281, l’anno prima di morire, il Daishonin parla del suo stato di salute.

MORINAKA: Scrive infatti: «Sono ormai ventinove anni che predico questa dottrina [la Legge mistica]. Forse a causa dell’esaurimento fisico e dello sforzo mentale causato dai dibattiti quotidiani, dalle persecuzioni mensili e dai due esili, negli ultimi sette o otto anni [qui a Minobu] le malattie legate all’invecchiamento mi hanno colpito ogni anno. Nessuna mi è stata fatale ma, dal primo mese di questo anno, il mio corpo si è particolarmente indebolito e ho la sensazione che la mia vita stia giungendo al termine. Inoltre ho già sessant’anni3 compiuti. Anche se riuscissi a passare quest’anno, quante probabilità ci sono che riesca a vivere ancora uno o due anni?» (GZ, 1105).

SAITO: Aveva lucidamente previsto il momento della sua morte.

IKEDA: Nell’anno precedente alla sua morte, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda predisse che la sua vita sarebbe giunta al termine «nel periodo in cui i ciliegi sono in fiore». E così fu. Toda non aveva paura di guardare in faccia le realtà di nascita, invecchiamento, malattia e morte della sua vita.

MORINAKA: Quello della vita e della morte è un problema sul quale è assai difficile riflettere. Eppure credo che tutti dovremmo cercare di sviluppare un atteggiamento verso la vita che ci permetta di guardare in faccia la realtà di nascita, invecchiamento, malattia e morte.

IKEDA: Nei ventun anni che intercorrono dalla fondazione del suo insegnamento, a trentadue anni, sino al suo trasferimento a Minobu, a cinquantatré anni, Nichiren Daishonin superò persecuzioni che, secondo le sue stesse parole, furono grandi «come montagne sovrapposte a montagne e onde che si susseguono alle onde» (SND, 1, 113). Dai suoi scritti è evidente che sopportare queste persecuzioni richiese un enorme dispendio di energie sia dal punto vista fisico sia mentale.
In particolare, quando fu esiliato a Sado all’età di cinquant’anni, il Daishonin fu costretto a vivere in condizioni estremamente avverse. Forse per questo la sua salute era già provata quando si trasferì a Minobu, rendendolo soggetto alle malattie durante il suo soggiorno in quel luogo. Nel brano che abbiamo appena letto il Daishonin afferma di soffrire di «malattie legate all’invecchiamento» (GZ, 1105) e altrove spiega di essere affetto da «malattie logoranti» o «vecchiaia»4.

SAITO: Il Daishonin narra esplicitamente anche di essere stato colpito da vari accessi di dissenteria il 30 dicembre 1277 e nel giugno dell’anno seguente, il 1278, i suoi sintomi peggiorarono. Per fortuna sembra che una cura prescritta da Shijo Kingo lo avesse aiutato a ristabilirsi. Tre anni dopo, all’inizio del 1281, all’età di sessant’anni, il Daishonin si ammalò gravemente e alla fine di novembre le sue condizioni erano peggiorate al punto che riusciva a malapena a mangiare.

MORINAKA: In una delle sue lettere, il Daishonin menziona una grave penuria di sale5 a Minobu. Forse la deficienza di questo minerale fu uno dei fattori che prolungarono la malattia.

IKEDA: Nel gennaio del 1282, anno della sua morte, le sue condizioni sembravano migliorate ma in febbraio peggiorarono nuovamente, tanto che non era più in grado di scrivere personalmente anche brevi lettere e le dettava ai suoi discepoli.
In queste condizioni, il 28 febbraio, Nichiren Daishonin scrisse il Gosho La conferma del Sutra del Loto, che fece recapitare da Nikko Shonin, in cui indirizza calorose parole di guida al suo discepolo Nanjo Tokimitsu, gravemente ammalato, per insegnargli a respingere le funzioni demoniache della malattia e della morte che lo stavano attaccando. L’aver trovato l’energia per scrivere questa lettera, nonostante fosse debilitato dalla malattia, attesta l’enorme potere della sua compassione.
Nell’ultimo anno della sua vita le sue condizioni di salute subirono alti e bassi sino alla partenza da Minobu in settembre6. E dalle poche lettere ai discepoli scritte di suo pugno dal 1282 in poi – gli unici scritti esistenti consistono in alcuni brevi messaggi di Capodanno e altre lettere fra cui La conferma del Sutra del Loto – possiamo dedurre che la salute del Daishonin fosse estremamente fragile.

SAITO: Dai suoi scritti si può vedere come l’atteggiamento del Daishonin nei confronti dell’invecchiamento, della malattia e della morte fosse del tutto scevro da quel tipo di rassegnazione o malinconia che spesso le persone provano all’approssimarsi della fine. Le sue espressioni franche e dirette trasmettono anche la realtà del dolore che doveva sentire. Ma l’impressione dominante che ci lasciano è di una condizione vitale serena e imperturbata, priva di qualsiasi disperazione o di senso di futilità.

MORINAKA: Davanti a tanta forza spirituale possiamo concludere che il Daishonin fosse venuto a patti con la realtà della vecchiaia. E anche quando si ammalò a causa del declino fisico e delle dure condizioni ambientali di Minobu non perse mai il suo spirito combattivo.

IKEDA: Il Sutra del Loto afferma che il Budda ha «poche malattie e poche preoccupazioni» (SDL, 15, 281); dunque anche chi diventa Budda continua ad avere preoccupazioni e sofferenze e naturalmente va soggetto alle malattie. Inoltre proprio perché si dedica alla verità e alla giustizia è destinato a essere assalito da ogni tipo di ostacolo e demone. L’idea che ottenere l’Illuminazione significhi vivere per sempre liberi dagli ostacoli e dalle funzioni negative non fa parte del Buddismo. Piuttosto l’immensa condizione vitale del Budda dà la forza interiore e il potere di affrontare senza paura tali dure prove e di trovare in sé la saggezza e la capacità di agire necessarie per superarle.
Nella nostra vita la capacità di fare appello a una forte fede per combattere ostacoli come il demone della malattia, senza averne paura ma nemmeno sottovalutandoli, corrisponde alla manifestazione dello stato di Buddità.

MORINAKA: Ribadiamo dunque che il solo fatto di praticare il Buddismo non significa che non ci ammaleremo mai.

IKEDA: Toda spesso diceva: «La malattia è una funzione della natura. Allo stesso tempo gli esseri umani posseggono dentro di sé il potere di curare i loro stessi mali. È come quando superiamo un ripido pendio per raggiungere nuovamente la pianura».
Il Daishonin afferma: «Il vero aspetto del triplice mondo7 è nascita, invecchiamento, malattia e morte» (GZ, 753). La malattia è solo un aspetto della vita umana. Non si può concludere che qualcuno si è lasciato sconfiggere semplicemente perché si è ammalato. Inoltre saltare alla conclusione che la fede di qualcuno non è corretta soltanto perché si è ammalato equivale a una totale mancanza di compassione. Offrire un caldo incoraggiamento a coloro che combattono la malattia è indice di genuina preoccupazione per gli altri. Quando qualcuno dei suoi discepoli si ammalava il Daishonin lo incoraggiava con tutto se stesso.
Il «ruggito del leone» di Nam-myoho-renge-kyo è l’arma fondamentale per combattere la malattia. Non dobbiamo mai dimenticare la frase del Daishonin: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (SND, 4, 149).

SAITO: Nel dialogo con lei, presidente Ikeda, il bioetico canadese dell’Università di Montreal Guy Bourgeault osservò che la salute non significa né assenza di malattia né semplicemente una condizione stabile. Disse: «Essenzialmente la buona salute non è tanto l’assenza di malattia quanto la tensione fra un equilibrio precario e la dinamica costante che mira a ristabilirlo»8.

MORINAKA: È sicuramente vero che, quando godiamo di buona salute, nel nostro corpo è in corso un’incessante lotta contro i virus e i batteri che possono essere causa di malattia. In questo senso, l’assenza di tale lotta significa la morte di un organismo vivente.

IKEDA: Una vita basata sulla creazione di valore usa la battaglia contro la malattia per sviluppare un senso di soddisfazione e ricchezza interiore ancor maggiori. Per questo è tanto importante avere il cuore di un leone col quale combattere tutti gli ostacoli fino alla fine. Dobbiamo possedere uno spirito indomito e invincibile. È proprio per questa ragione che è necessario sforzarci nelle due vie della fede e della pratica ogni giorno, recitando Nam-myoho-renge-kyo sia per noi sia per gli altri e forgiando una forte determinazione basata sulla fede che rimarrà salda e incrollabile di fronte a qualsiasi attacco del demone della malattia.
Quando la monaca laica Toki, moglie di Toki Jonin, si ammalò gravemente, il Daishonin le inviò ripetute lettere di incoraggiamento cercando di comunicarle speranza e forza.

MORINAKA: La monaca laica Toki si era presa cura per molti anni della suocera malata e aveva sostenuto suo marito che attraversava una situazione difficile. Alla fine ne era stata eccessivamente provata e anche la sua salute ne aveva risentito, tanto che non aveva nemmeno la forza per decidere di farsi curare. Il Daishonin la incoraggia dicendo: «Anche tu pratichi il Sutra del Loto e la tua fede è come la luna crescente o la marea che si alza. Sii profondamente convinta che la tua malattia non può durare e che non è possibile che la tua vita non venga prolungata! Prenditi cura di te e non affliggere la tua mente» (SND, 9, 36).

IKEDA: «Non affliggere la tua mente»: la cosa importante è avere uno spirito combattivo, lo spirito del devoto del Sutra del Loto. Dice anche: «Prenditi cura di te». È essenziale prendere misure concrete per ristabilire la nostra salute.
Nessuno decide fin dall’inizio di farsi vincere dalla malattia, ma quando una particolare infermità interferisce con le nostre attività quotidiane o col nostro lavoro, facendoci perdere coraggio e fiducia in noi stessi, pian piano è possibile venire sopraffatti dalla disperazione. Nel caso della monaca laica Toki, la sua rassegnazione aveva origine probabilmente dal fatto che la malattia si era prolungata per molto tempo senza alcun segno di miglioramento e il Daishonin la esorta a trovare in sé la decisione di continuare a vivere malgrado le difficoltà.

MORINAKA: In Sul prolungamento della vita il Daishonin scrive: «La vita è il più prezioso di tutti i tesori. Anche un solo giorno di vita in più ha maggior valore di dieci milioni di ryo9 d’oro. [...] Affrettati ad accumulare il tesoro della fede e sconfiggi velocemente la tua malattia. [...]
«Un giorno di vita è molto più prezioso di tutti i tesori dell’universo, quindi, prima di tutto, devi accumulare una fede sincera. [...] inoltre hai incontrato il Sutra del Loto. Se vivi anche un solo giorno di più puoi accumulare una fortuna ancora più grande. Quant’è preziosa la vita!» (SND, 4, 89).

IKEDA: Ovviamente ci sono anche persone di forte fede che hanno una vita breve. Questo ha sicuramente un profondo significato. Il valore di una persona non si determina dal numero di anni che ha vissuto; come afferma il Daishonin: «È meglio vivere un solo giorno con onore piuttosto che morire a centoventi anni in disgrazia» (SND, 4, 177). Nel brano che abbiamo appena citato il Daishonin parla del «tesoro della fede» e sottolinea l’importanza che la monaca laica Toki risvegli la volontà o, se preferite, il sincero desiderio, l’aspirazione di continuare a vivere.
Per noi ogni giorno di vita è un giorno in cui possiamo dare un contributo a kosen-rufu e ogni giorno trascorso a fare attività è un giorno che porta direttamente alla realizzazione del grande desiderio di kosen-rufu. Perciò non dobbiamo assolutamente farci sconfiggere da alcun ostacolo o malattia. Se ci lasciassimo sconfiggere e mancassimo di adempiere alla nostra missione verso la Legge mistica, solo il Demone del sesto cielo e i suoi eserciti, cioè le forze dell’oscurità e della negatività intrinseca alla vita, ne godrebbero.

MORINAKA: Il dramma della malattia è l’esempio più evidente della lotta fra il Budda e le funzioni demoniache, fra ottenere la Buddità o rimanere confinati nei mondi inferiori.

IKEDA: Il Daishonin afferma che la malattia è «il volere del Budda» (SND, 7, 248) perché ci sprona a risvegliare «lo spirito di ricerca della Via»10. La malattia non è altro che una battaglia fra il Budda e le forze demoniache. Ne La conferma del Sutra del Loto, indirizzata a Nanjo Tokimitsu che era gravemente ammalato, il Daishonin spiega la determinazione necessaria per sconfiggere tali funzioni negative.

SAITO: Egli inizia ad assalire i demoni della malattia che stanno attaccando Tokimitsu con queste parole: «E voi demoni…!» (SND, 5, 233).

MORINAKA: Il Daishonin dice al suo discepolo: «Poiché sembra ormai sicuro che conseguirai la Buddità, il Demone del sesto cielo e altri demoni11 stanno cercando di intimidirti per mezzo della malattia. [...] non farti intimidire minimamente!» (SND, 5, 232-3). Poi passa a rimproverare severamente i demoni.

IKEDA: Il Daishonin afferma che, tormentando Tokimitsu, questi demoni hanno voltato le spalle al Sutra del Loto e sono diventati nemici di tutti i Budda del passato, del presente e del futuro in tutto l’universo. Dice anche che non basta che cambino atteggiamento e curino la malattia di Tokimitsu; devono anche adoperarsi per proteggerlo. Questo è un principio fondamentale per spiegare l’elemento essenziale per una buona salute.
Lo scopo fondamentale della longevità e della salute è poter recare beneficio agli altri nella società con le nostre azioni compassionevoli; ovviamente si prega per avere buona salute e vivere a lungo anche per la nostra stessa felicità. Inutile dire che guastare la propria salute con abitudini smoderate, con uno stile di vita squilibrato o per pura negligenza contrasta totalmente con un modo di vivere indirizzato alla creazione di valore. Nella nostra vita quotidiana dobbiamo usare saggezza, per esempio prendendoci il tempo per ristorarci o riposare quando siamo stanchi. La buona salute è qualcosa che sta a noi tutelare, agendo con prudenza e buon senso. La salute è la medaglia d’onore del saggio.
Qual è lo scopo di rimanere in buona salute e vivere a lungo? Poter vivere al massimo la nostra esistenza e usarla per la Legge, la felicità e il benessere delle nostre famiglie, dei nostri compagni e di tutti gli esseri umani, per realizzare la nostra missione individuale e il grande desiderio di kosen-rufu. Perciò è vitale affrontare i problemi di nascita, invecchiamento, malattia e morte, mentre conduciamo la nostra battaglia per kosen-rufu. Fare questo è la prova concreta dell’esistenza eterna nella nostra vita delle quattro nobili virtù del Budda: eternità, felicità, vero io e purezza.
Nascita, invecchiamento, malattia e morte non devono essere cause di lamento; sono piuttosto il luminoso palcoscenico per mettere in scena una vita in cui risuonino le note trionfanti di «eternità, felicità, vero io e purezza». Attraverso il dramma di nascita, invecchiamento, malattia e morte, creiamo una vita gioiosa e piena di vittoria come esseri umani.

MORINAKA: Nel settembre 1282, il Daishonin lasciò Minobu, che era stata la sua casa per nove anni, e si mise in viaggio verso la residenza del maggiore dei fratelli Ikegami, Munenaka12, nella provincia di Musashi (parte dell’attuale Tokyo), dove morì il 13 ottobre dello stesso anno.

IKEDA: Nel periodo trascorso a Minobu, il Daishonin realizzò completamente la solenne promessa della sua vita. Quegli ultimi anni, in particolare dal 1279 fino alla morte nel 1282, videro la sua vittoria e furono il coronamento della sua esistenza.

SAITO: Ne Le Persecuzioni che colpiscono il Budda, del 1279, il Daishonin espone la decisione di realizzare lo scopo della propria esistenza (cioè l’iscrizione dell’oggetto di culto per tutta l’umanità) e afferma con sicurezza che a quel punto anche persone possedute da potenti demoni non potevano più nuocergli perché godeva della protezione degli dèi buddisti13.

IKEDA: Il Daishonin aveva acquisito un’immensa condizione vitale che gli garantiva il sostegno e la protezione delle forze universali. Era uno stato di suprema realizzazione derivante dall’aver lottato tutta la vita per diffondere ampiamente la Legge mistica, il mezzo fondamentale per condurre all’Illuminazione tutte le persone dell’Ultimo giorno della Legge.
Nella vita, il capitolo conclusivo è della massima importanza. Toda (che morì nell’aprile 1958) soleva dire: «Non si può giudicare un’esistenza finché non è conclusa. L’essere felici o meno negli ultimi anni determina l’esito finale». Anche Toda ebbe una vita di lotta senza tregua. Poiché aveva deciso che kosen-rufu era la sua missione come individuo, sfidò se stesso e i propri limiti e, negli ultimi quattro anni della sua vita, riuscì a dedicarsi completamente e senza altri impedimenti allo scopo che tanto gli stava a cuore. Alla luce di come visse, fu un vero vincitore.

MORINAKA: Gli ultimi quattro anni della vita di Toda corrispondono al periodo in cui lei, presidente Ikeda, era responsabile di staff della Divisione giovani, carica che aveva assunto nel marzo 1954. Furono anni di grande incremento nelle attività di propagazione della Gakkai, in cui venne realizzato l’obiettivo che Toda aveva fatto voto di raggiungere: la conversione di settecentocinquantamila famiglie.

IKEDA: In quei quattro anni, Toda ingaggiò una lotta senza precedenti per dare basi solide a kosen-rufu in modo da poter passare il testimone e la guida del movimento ai suoi giovani successori. Era come se con ogni sua azione cercasse di insegnarci: «Così si comporta un leone di kosen-rufu!». L’ultimo capitolo della vita è cruciale. Tutto sta nell’essere felici nei nostri ultimi anni e provare una sensazio-ne di massima soddisfazione e tranquillità nel profondo del cuore.

MORINAKA: Dunque la posizione sociale e la situazione economica non sono il criterio principale per la felicità.

IKEDA: Lo scopo del Buddismo è permetterci di trionfare sulle illusioni e sulle sofferenze di nascita e morte e costruire una condizione vitale interiore salda e indistruttibile. La Legge che ci consente di liberarci di queste illusioni e sofferenze è Nam-myoho-renge-kyo; il Daishonin lo aveva affermato sin da quando aveva iniziato a diffondere il corretto insegnamento. Nel Raggiungimento della Buddità in questa esistenza egli espone con chiarezza il potere illuminante della Legge mistica.

MORINAKA: «Se vuoi liberarti dalle sofferenze di nascita e morte che sopporti dall’eternità e raggiungere sicuramente la suprema Illuminazione in questa esistenza, devi risvegliarti alla mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani. Questa verità è Myoho-renge-kyo. Di conseguenza recitare Myoho-renge-kyo ti permetterà di percepire la mistica verità dentro di te» (SND, 4, 3).

IKEDA: Sta dicendo che il mezzo, o Legge, per liberarci dalle illusioni e dalle sofferenze di nascita e morte esiste nella nostra vita stessa e non è altro che Myoho-renge-kyo, la «mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani». Il Daishonin stabilì il mezzo col quale le persone potevano vivere la propria vita sulla base di questa mistica verità, cioè rivelò la Legge di Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo è il nome del principio mistico ma indica anche la fede in tale principio. Ed è anche il nome attribuito allo stato vitale in cui si manifesta liberamente questo principio mistico, cioè lo stato di Buddità. Nam-myoho-renge-kyo è l’entità della Legge, dotata simultaneamente della causa e dell’effetto per l’ottenimento della Buddità.
In termini di pratica, è importante avere una fede corretta. Perciò il Daishonin sottolineò sempre l’importanza di una fede basata sullo spirito di non risparmiare la propria vita, sulla volontà di dedicarsi anima e corpo alla Legge.

SAITO: Poiché le persone considerano preziosa la propria vita a volte tendono a preoccuparsi eccessivamente di perseguire e tutelare i propri interessi. Si lasciano dominare dalla paura e dalla viltà, terrorizzate all’idea di perdere il proprio prestigio e la propria posizione o di diventare oggetto di critica o censura.
In Lettera da Sado il Daishonin paragona questa stupidità umana alla maniera in cui i pesci o gli uccelli, pur cercando di proteggersi dai pericoli, alla fine si fanno ingannare dall’esca e vengono catturati. E dice: «Gli uomini fanno lo stesso: perdono la vita per superficiali cose mondane, ma ben raramente la sacrificano per la grande causa del Buddismo. Per questo motivo sono pochi gli uomini che ottengono la Buddità14» (SND, 4, 74).

MORINAKA: Penso che non esista qualcuno che non tiene alla propria vita. Ma se ci facciamo prendere troppo da noi stessi finiremo col vivere i nostri giorni concentrati su «superficiali cose mondane».

IKEDA: Anche se è naturale che le persone desiderino trovare la felicità, si attaccano a «cose superficiali» e si allontanano dalla «grande causa del Buddismo», il sentiero che conduce alla vera felicità. Questo è l’aspetto temibile dell’ignoranza o oscurità fondamentale, quella che potremmo anche chiamare la follia umana di base. Per quanto intelligente una persona possa essere, se si fa vincere dall’ignoranza o dall’illusione, non sarà in grado di portare a compimento la propria pratica buddista e la sua esistenza si concluderà con un fallimento. Potrà persino finire col disprezzare e volgere le spalle agli insegnamenti del Budda e infine diventare nemica della Legge.
Perciò il Daishonin ci esorta continuamente a impegnarci nella fede senza risparmiare la nostra vita, con l’atteggiamento di considerare «il proprio corpo insignificante mentre la Legge è suprema»15. Una dedizione priva di egoismo alla Legge caratterizzò la vita del Daishonin, il quale insegnò anche ai suoi discepoli che solo impegnandosi nella fede in questo modo si poteva ottenere la Buddità. Sono molti i passi dei suoi scritti in cui ribadisce questo concetto.

MORINAKA: Per esempio nelle Quattordici offese afferma: «Questo nostro corpo comunque diventerà nulla più del terreno delle colline e dei campi; è inutile attaccarsi alla vita perché, per quanto lo desideri, non puoi trattenerla per sempre. Anche un uomo che vive a lungo, non vive oltre i cento anni e tutti gli eventi di una vita non sono che il sogno di un breve sonno [...] Nello shakumon è detto: “Non abbiamo care le nostre vite, per noi è importante solo la strada suprema” (SDL, 13, 254) e un passo dello honmon dice: “Essi non risparmiano la loro vita” (SDL, 16, 302). Il Sutra del Nirvana afferma: “Il corpo è insignificante, la Legge è importante. Uno deve dare la vita per propagare la Legge”. Sia lo shakumon che lo honmon del Sutra del Loto, e anche il Sutra del Nirvana, tutti dicono che bisogna dare la vita per propagare la Legge» (SND, 5, 181).

IKEDA: Dal punto di vista dell’eternità della vita la nostra esistenza in questo mondo non è che un fatto passeggero. Perciò dovremmo apprezzare il tempo che abbiamo a disposizione e fare il massimo nella nostra vita. Di conseguenza nel brano appena citato il Daishonin ci esorta a basare la nostra esistenza sulla Legge perché quando ricerchiamo ardentemente il corretto insegnamento buddista senza risparmiare la nostra vita, diventiamo una sola cosa con la Legge mistica e questo ci permette di percorrere il supremo sentiero della vita, quello dell’ottenimento della Buddità.

MORINAKA: «Non risparmiare la propria vita» non vuol dire gettarla via in maniera sconsiderata in base a un’idea distorta di ciò che significa farsi onore.

IKEDA: È ovvio. Considerare preziosa la Legge significa combattere con cuore di leone contro coloro che perseguitano e tormentano i suoi praticanti e cercano di distruggere la Legge stessa. Significa anche impegnarsi senza sosta come fece lo stesso Daishonin a sconfiggere tutte le forze demoniache che si oppongono allo spirito della Legge. Potremmo affermare che una vita dedicata alla Legge, per sua stessa natura, implica una battaglia incessante per trionfare sulle forze oscure e inique insite nella vita.

SAITO: Quindi una fede che non risparmia la vita per amore della Legge è una fede forte e risoluta, decisa a trovare in sé il coraggio di combattere il male.

IKEDA: La vita è una lotta. Il Buddismo è vincere o perdere. Quando abbiamo la determinazione di conseguire una grande vittoria per kosen-rufu potremo veramente assaporare l’illimitata gioia della Legge. Se non affrontiamo questa impresa non potremo far sì che la nostra vita, fatta di nascita, invecchiamento, malattia e morte, venga permeata dalle nobili virtù di eternità, felicità, vero io e purezza.
Nichiren Daishonin combatté sino alla fine. Se consideriamo tutte le sue azioni fino al momento della morte risulta perfettamente chiaro.

SAITO: Sì, come dicevamo prima, il Daishonin partì da Minobu l’8 settembre 1282 e, alloggiando lungo la strada nelle case dei suoi discepoli o nelle locande, si recò alla residenza di Ikegami Munenaka a Musashi, dove giunse il 18.

MORINAKA: Nel febbraio di quell’anno il Daishonin aveva scritto La conferma del Sutra del Loto, indirizzata a Nanjo Tokimitsu. Da allora la sua salute iniziò a vacillare. La spiegazione che aveva dato ai discepoli per la sua partenza da Minobu era l’intenzione di visitare le «sorgenti termali di Hitachi» per curarsi ma, nonostante numerose ricerche nel corso dei secoli, non sappiamo ancora con esattezza a quale precisa località il Daishonin si riferisse16.

IKEDA: Un punto molto più importante è considerare se il Daishonin avesse qualche altro scopo in mente nell’allontanamento da Minobu, oltre al semplice motivo di andare a curarsi alle terme.

MORINAKA: Dunque il suo vero scopo era un altro?

IKEDA: Naturalmente si tratta solo di un’ipotesi; però, o il Daishonin intendeva davvero recarsi alle terme dietro invito dei suoi discepoli, o forse era solo un pretesto per lasciare il monte Minobu senza destare sospetti nelle autorità governative che lo credevano ormai a riposo per sempre.

MORINAKA: In effetti nel viaggio da Minobu a Ikegami il Daishonin si tenne accuratamente alla larga dalla regione di Suruga dove si trovavano le tenute di molti importanti funzionari del governo e fece invece un giro più lungo attorno al lato settentrionale del monte Fuji. Un’altra ragione che potrebbe averlo indotto a evitare Suruga è la possibilità che vi fossero ancora strascichi della persecuzione di Atsuhara.

IKEDA: Ovviamente avrà riflettuto a fondo sulla questione.

SAITO: Pare che un anno prima, nel 1281, il Daishonin avesse avuto una premonizione riguardante il momento della sua morte17. In una lettera indirizzata alla monaca laica Kubo, il Daishonin parla dell’importanza della fine della propria vita.Senza dubbio stava seriamente riflettendo su come avrebbe voluto morire.

IKEDA: Anche Toda ebbe un’intuizione della sua morte prossima e predisse che sarebbe avvenuta in primavera, mentre i ciliegi erano in fiore. Anch’egli fino all’ultimo istante continuò a guidare il movimento di kosen-rufu senza arretrare di un solo passo. Nell’ultimo mese della sua vita tenne la storica cerimonia del 16 marzo, in cui affidò ai giovani il testimone di kosen-rufu. Il coraggio che emanava dalla sua figura, il suo spirito indomito e la sua determinazione si impressero indelebilmente nei nostri cuori. Fino all’ultimo insegnò a noi, suoi discepoli, cosa significa essere un guerriero. Fu davvero una grande guida.

MORINAKA: In una lettera a Hakiri Sanenaga, scritta il giorno successivo all’arrivo a Ikegami, il Daishonin allude all’approssimarsi della sua morte: «Prevedo di tornare a casa a Minobu entro breve tempo, ma poiché sono malato potrebbe accadere l’imprevisto» (GZ, 1376).

IKEDA: Anche se il Daishonin era grato dell’interessamento dei suoi discepoli che insistevano perché si recasse in convalescenza alle terme, possiamo supporre che quello non fosse il vero motivo per cui aveva lasciato Minobu.

SAITO: Secondo un’antica biografia, dopo aver deciso di partire annunciò: «Intendo andarmene a Ikegami, a Musashi». Tuttavia non è certo che abbia davvero pronunciato questa frase.

IKEDA: Ho l’impressione che prima di lasciare Minobu il Daishonin avesse previsto che la sua vita si sarebbe conclusa a Ikegami. Quando il Budda Shakyamuni partì da Rajagriha (capitale dell’antico regno indiano di Magadha) per il suo ultimo viaggio prima di morire18 disse ai suoi discepoli: «Tenete bene a mente o fratelli la mia esortazione: “La decadenza è intrinseca in tutte le cose composte! Adoperatevi con diligenza per la vostra salvezza!”». Shakyamuni insegnò attraverso le sue stesse azioni che Buddismo significa battersi costantemente per la Legge e la felicità delle persone.
Allo stesso modo, il Daishonin continuò a guidare kosen-rufu fino all’ultimo, persino sul letto di morte a Ikegami.

MORINAKA: Per esempio, quando un prete erudito della scuola Tendai chiamato Sigillo del Dharma Ise lo sfidò in dibattito mentre si trovava a Ikegami, il Daishonin nominò Nichimoku Shonin affinché lo rappresentasse e il giovane prete riuscì a sconfiggere lo studioso della scuola Tendai. Inoltre, il 25 settembre, il Daishonin tenne una lezione sul Rissho ankoku ron (Adottare la dottrina corretta per la pace del paese) presso la residenza di Ikegami. In un’altra occasione, circa nello stesso periodo, convocò i discepoli, preti e laici, da Kamakura e dalle zone circostanti di Awa, Kazusa, e Shimosa per informarli che la sua morte era imminente.

SAITO: La realizzazione concreta del principio di «adottare la dottrina corretta per la pace del paese» è il cuore del Buddismo del Daishonin. La sua ultima lezione su questo trattato dev’essere stata un’occasione estremamente solenne nella quale affidò ai discepoli il proseguimento della nobile battaglia cui aveva dedicato l’intera vita.

MORINAKA: Negli ultimi giorni di vita del Daishonin accaddero altre cose importanti, fra cui la nomina dei sei preti anziani e la designazione a successore di Nikko Shonin al quale egli trasmise l’eredità della Legge. Il Daishonin combatté fino alla fine, dando istruzioni ai discepoli affinché continuassero le rimostranze al governo ed esortandoli a lavorare in armonia per realizzare kosen-rufu. Si impegnò con grande passione a gettare le fondamenta per una vasta propagazione dell’insegnamento corretto sino all’eterno futuro dell’Ultimo giorno. Infine, il 13 ottobre, giunse la sua ultima ora. Secondo il calendario moderno corrisponderebbe circa al 21 novembre, un periodo noto in Giappone come «piccola primavera» (nel Nord America si chiama «estate indiana» e in Italia «estate di San Martino», n.d.t.) perché spesso il clima è relativamente mite e precede l’inizio dei rigori invernali. Nichiren Daishonin morì alle otto di mattina, nell’ora del drago. Secondo la tradizione i ciliegi fiorirono fuori stagione. Di certo questa leggenda ha origine dal fatto che il Daishonin morì in un tiepido giorno di sole che ricordava la primavera.
Il Buddismo di Nichiren è il Buddismo del sole. Splendeva il sole la prima volta che il Daishonin proclamò il suo insegnamento e splendeva anche quando lasciò questo mondo. È un fatto che ben si addice al Budda che illuminò l’oscurità dei diecimila anni e più dell’Ultimo giorno della Legge. Al tempo stesso il Daishonin era un grande maestro che, fino all’ultimo respiro, dimostrò ai discepoli cosa significasse dedicarsi in maniera instancabile a kosen-rufu. E i suoi fedeli discepoli Nikko e Nichimoku portarono avanti il suo spirito e la sua battaglia.

SAITO: La vita di ognuno di noi ha una diversa durata e ci sono infiniti modi di vivere il proprio ultimo momento. Tutti desiderano una vita lunga e in buona salute ma è molto più importante come si vive e come si muore.

IKEDA: Nichiren Daishonin morì a sessantun anni19; Nikko Shonin a ottantotto e il suo successore, Nichimoku Shonin, a settantaquattro. Quest’ultimo morì mentre era in viaggio per Kyoto dove intendeva presentare le sue rimostranze all’imperatore ed esortarlo ad abbracciare la dottrina del Daishonin. Non c’è cosa più nobile della vita e della morte di chi incarna l’inestinguibile anelito a combattere per la Legge e la felicità delle persone nelle tre esistenze di passato presente e futuro. Tale atteggiamento è di per sé una manifestazione dell’eternità di Myoho-renge-kyo.

SAITO: La conclusione della vita del Daishonin a Ikegami potrebbe essere considerata come una cerimonia di «entrata nel Nirvana come espediente»20 per insegnare ai discepoli questo spirito combattivo. Egli usò la sua morte come un’occasione per insegnare loro profondamente che lottando fino all’ultimo istante si può realizzare pienamente la propria vita.

MORINAKA: L’insegnamento fondamentale del Buddismo di Shakyamuni si trova nel sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della vita del Tathagata e in particolare nella sezione in versi che termina rivelando l’«eterno pensiero» del Budda eterno, cioè il desiderio costante di condurre le persone all’Illuminazione attraverso le tre esistenze21.

SAITO: Penso che prima di morire il Daishonin desiderasse comunicare ai suoi discepoli il suo grande desiderio e il suo voto per l’Illuminazione di tutta l’umanità.Questo per trasmettere loro il compimento della sua stessa vita e anche lo spirito che si augurava ereditassero da lui. Forse per questo scelse di trascorrere i suoi ultimi giorni alla residenza di Ikegami, che era il posto più adatto in cui avrebbero potuto riunirsi tutti i suoi discepoli principali.

IKEDA: C’è un brano del ventitreesimo capitolo del Sutra del Loto Il bodhisattva Re della Medicina che afferma: «La sua malattia svanirà ed egli non conoscerà né vecchiaia né morte» (SDL, 23, 386)22. A proposito di questo brano negli Insegnamenti orali il Daishonin afferma che «né vecchiaia» si riferisce al Budda Shakyamuni e «né morte» alle persone come i bodhisattva che emersero dalla terra (GZ, 774). Il fatto che egli associ la qualità dell’immortalità ai Bodhisattva della Terra è estremamente importante. I Bodhisattva della Terra sono un numero infinito di bodhisattva che posseggono nella loro vita la Legge mistica eterna e si sforzano instancabilmente di propagarla. Queste sono le persone che il Daishonin chiama «immortali».
Quando ci dedichiamo a realizzare la nostra missione di Bodhisattva della Terra, la nostra vita, soggetta alle quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte viene pervasa dalle nobili virtù di eternità, felicità, vero io e purezza e diveniamo capaci di liberarci dalle dolorose catene delle sofferenze di nascita e morte. Vivere e morire mantenendo un’eterna devozione alla Legge mistica rappresenta la verità insita nella vita stessa, quella che il Daishonin definisce la «natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte».
Discutendo il significato di myoho, o Legge mistica, il Daishonin scrive: «Myo significa morte, ho vita» (SND, 4, 221); negli Insegnamenti orali dice che «il Sutra del Loto rappresenta il ciclo continuo di nascita e morte, nascita e morte» (GZ, 802) e che «attraversando il ciclo delle nascite e delle morti, ci si avvia verso la terra della natura illuminata del Dharma che è intrinseca nella nostra vita» (GZ, 724). La Legge mistica eterna comprende vita e morte. La nascita e la morte di ogni forma di vita, l’apparizione e l’estinzione di tutti i fenomeni rappresentano la nascita e la morte nel regno della Legge mistica.
Anche se essenzialmente le nostre vite sono eterne, nessuno può sfuggire al ciclo di nascita e morte. La domanda importante è: «Consideriamo nascita e morte come un infinito e doloroso ciclo di rinascita nei sei sentieri o come un aspetto della Legge mistica del quale percepiamo la vera natura intrinseca che emana la fragranza delle quattro nobili virtù della Buddità?». Fu Nichiren Daishonin che diede a tutte le persone la possibilità di trasformare le sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte nella profonda tranquillità e gioia di eternità, felicità, vero io e purezza.

SAITO: Altre scuole buddiste si concentrano sulla maniera di sfuggire alle sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Esse insegnano che le quattro sofferenze fondamentali sono qualcosa di detestabile e perciò sottolineano l’importanza di svincolarsi da esse, espressa nel concetto di liberarsi dalle sofferenze di nascita e morte.

IKEDA: Nichiren Daishonin insegna che le nostre vite, che incarnano le quattro sofferenze, sono «torri preziose», inseparabili dall’eterna grande Legge di Nam-myoho-renge-kyo. In quella «Torre Preziosa» che è la vita di ogni persona che abbraccia la Legge mistica, le quattro sofferenze si trasformano nelle quattro virtù, la cui delicata fragranza emana dalla nostra vita. In altre parole è possibile manifestare nella nostra stessa vita, soggetta a nascita, invecchiamento, malattia e morte, le quattro virtù dell’eternità, della felicità, ­che corrisponde a un’indistruttibile tranquillità e gioia­, del vero io, una salda autonomia,­ e della purezza, ­una totale integrità­, che caratterizzano la condizione illuminata della Buddità23.

MORINAKA: È la condizione in cui possiamo provare gioia sia nella vita sia nella morte.

SAITO: Il punto fondamentale è non discostarsi mai dalla condizione umana. Le altre religioni, nella loro ricerca dell’eterno, formulano l’idea di un paradiso la cui esistenza è separata da questo mondo. Invece il Buddismo di Nichiren rivela un modo per trasformare ogni cosa in gioia profonda e duratura, senza mai evadere dalla realtà di nascita, invecchiamento, malattia e morte.

IKEDA: Negli Insegnamenti orali il Daishonin afferma: «Nutrire avversione per nascita e morte e cercare di sfuggirvi viene chiamato illusione o Illuminazione iniziale24. Percepire la natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte è chiamato risveglio o Illuminazione originale. Adesso quando Nichiren e i suoi discepoli recitano Nam-myoho-renge-kyo essi comprendono la natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte, del flusso e del riflusso» (GZ, 754).
Sta descrivendo una condizione vitale di assoluta libertà attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro. Sia la vita sia la morte si trasformano in condizioni piene d’immensa gioia permettendoci di librarci nei vasti cieli della Luce tranquilla del mondo di Buddità. Quando sia la nostra vita sia la nostra morte sono pervase dalla Buddità, possiamo nascere nel luogo, nell’epoca e nella forma che desideriamo. Siamo completamente liberi anche nella morte. Il Daishonin dice che quando moriamo ritorniamo al mondo della realtà dopo un brevissimo lasso di tempo per iniziare nuovamente ad agire per il bene degli esseri viventi25.

MORINAKA: Così potremmo dire che i membri della Soka Gakkai che sono morti dicendo cose come «torno subito per riunirmi nuovamente al movimento di kosen-rufu» o «è stata veramente una vita soddisfacente, non ho nemmeno un rimpianto» oppure che specificano il paese in cui vogliono lavorare per kosen-rufu nella prossima vita, sono veramente riusciti a rivelare la natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte.

SAITO: Chi vive la propria esistenza al fianco della Soka Gakkai riesce senza dubbio a percepire la verità di questa realtà intrinseca e a sperimentarla nella propria vita.

IKEDA: Toda diceva spesso che praticare il Buddismo del Daishonin ci permette di apprendere l’eternità della vita attraverso le tre esistenze. L’ho sempre ritenuta un’osservazione che meritava una profonda riflessione.
La chiave per conseguire l’Illuminazione nell’Ultimo giorno della Legge consiste nell’avanzare determinati con una fede decisa a non risparmiare la propria vita. Con una fede simile acquisiamo una profonda e incrollabile convinzione della natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte nelle profondità della nostra vita stessa. I membri della Soka Gakkai possono affrontare i loro ultimi momenti con questa equanimità e compostezza perché percepiscono l’eternità della vita come una realtà del loro stesso essere.
Quanto sono nobili e sublimi le vite dei membri della Soka Gakkai che sono capaci di affrontare la morte con un senso d’immensa soddisfazione, liberi da ogni rimpianto! Quanto infinitamente degno di rispetto è il fatto che le persone comuni siano gli «esperti» dell’inseparabilità di vita e morte!

SAITO: In altre parole quando dedichiamo la vita al grande voto di kosen-rufu e alla battaglia per condurre tutte le persone all’Illuminazione, possiamo sviluppare una condizione vitale che ci permette di avere una profonda certezza interiore della natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte.

IKEDA: Quando maestro e discepolo condividono lo stesso voto e la stessa voglia di combattere diventano una sola cosa, questa è l’essenza dell’inseparabilità di maestro e discepolo nel Buddismo di Nichiren Daishonin.
La dimostrazione del maestro ai discepoli della vita che ha forgiato con la sua ferma dedizione a questo grande voto e con il suo spirito combattivo diventa un modello, una base per la nostra vita stessa. Fu proprio ciò che fecero Shakyamuni con il suo comportamento descritto nel Sutra del Loto e il Daishonin con le azioni di tutta la sua vita.
L’inseparabilità di maestro e discepolo si concretizza quando anche i discepoli abbracciano con pari fermezza lo stesso grande voto e dimostrano la stessa voglia di lottare del loro maestro. Chi segue questo sentiero nella vita sarà in grado di stabilire dentro di sé la stessa condizione di eternità, felicità, vero io e purezza del Budda. Una vita illuminata rispetto alla nascita e alla morte nel mondo di Buddità, risvegliata alla natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte.

SAITO: Dedicandoci a kosen-rufu anche noi possiamo vivere come il Budda, sulla base della Legge mistica eterna. È proprio questo il risultato che otteniamo seguendo la via di maestro e discepolo nella Soka Gakkai per la causa di kosen-rufu.

IKEDA: Mentre Toda svolgeva le proprie attività, tornava sempre col pensiero al suo maestro, il presidente Makiguchi, che aveva fondato il movimento di kosen-rufu in tempi moderni grazie al suo altruistico impegno per propagare la Legge. Nei suoi ultimi anni Toda diceva: «Senza il presidente Makiguchi mi sento solo, vorrei tornare al suo fianco».
Il 2 aprile ricorre l’anniversario della morte di Toda. Mentre era vivo, dopo la sua morte e fino a questo preciso momento, ho sempre cercato di percorrere la grande via dell’inseparabilità di maestro e discepolo. Questo è il mio massimo orgoglio nella vita.
Perseverare nella via di maestro e discepolo è il modo per ottenere una condizione vitale indistruttibile attraverso passato, presente e futuro. Il grande sentiero di maestro e discepolo è l’essenza fondamentale della religione umanistica. Fra tutte le scritture buddiste, il Sutra del Loto è l’unica «scrittura dell’inseparabilità di maestro e discepolo» e lo stesso si può dire, fra tutte le religioni mondiali, del Buddismo di Nichiren che si dedica a permettere a ogni persona di conseguire l’Illuminazione. Il grande sentiero di maestro e discepolo è alla base delle attività della Gakkai, dei suoi sforzi pratici per realizzare kosen-rufu.
Attraverso questi sforzi fondati sull’inseparabilità di maestro e discepolo la Soka Gakkai, che cerca di elevare la condizione vitale di tutti gli abitanti del nostro pianeta e permettere a ognuno di diventare un re leone, acquisterà un duraturo splendore come promotrice della religione umanistica del XXI secolo.

Note

1. Quattro incontri. Secondo la tradizione, Shakyamuni, un principe che viveva protetto nell’agiatezza del palazzo reale, decise di avventurarsi più volte fuori dai quattro cancelli del palazzo, incontrando in successione, un vecchio, un malato, un cadavere e un asceta. Grazie a questi incontri prese coscienza per la prima volta delle sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Ispirato dalla dignità e dalla serenità dell’asceta nel suo ultimo incontro decise di intraprendere la vita religiosa e di ottenere l’Illuminazione.

2. Quattro virtù: le quattro nobili qualità della vita del Budda, dette anche le paramita delle quattro virtù: eternità, felicità, vero io e purezza.

3. Secondo il conteggio tradizionale giapponese.

4. Il Daishonin scrive: «In questi ultimi otto anni, a causa delle malattie logoranti e della vecchiaia, anno dopo anno il mio corpo è diventato sempre più debole e anche le mie facoltà mentali hanno cominciato a vacillare» (GZ, 1583) e «Ho anche ricevuto molte altre tue lettere ma a causa dei malanni della vecchiaia e dello scarso appetito non sono ancora riuscito a rispondere. Mi scuso umilmente» (GZ, 993).

5. In una lettera a Nanjo Tokimitsu, datata settembre 1278, il Daishonin afferma: «Nel settimo mese uno sho di sale costava cento monete e abbiamo anche scambiato un to di grano per cinque go di sale. Ma adesso il sale è introvabile. Cosa potremmo usare per comperarlo? Il nostro miso [pasta di soia salata e fermentata] è esaurito» (GZ, 1551). To, sho e go sono unità di volume che corrispondono rispettivamente a 18 litri, 1,8 litri e 0,18 litri.

6. Nichiren Daishonin lasciò Minobu l’8 settembre. In Arrivo a Ikegami si dice che lo scopo ufficiale del suo viaggio era recarsi alle sorgenti termali di Hitachi per ristabilirsi (GZ, 1376). Ma durante il viaggio il Daishonin si fermò a Ikegami, nella provincia di Musashi, dove diede per l’ultima volta istruzioni ai suoi discepoli. Morì a Ikegami il 13 ottobre.

7. Il vero aspetto del triplice mondo: la realtà del triplice mondo (che comprende i mondi del desiderio, della forma e della non forma), così com’è percepita del Budda eterno. Il sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della vita del Tathagata, afferma: «Il Tathagata percepisce il vero aspetto del triplice mondo esattamente com’è. Non vi è nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo né estinzione» (SDL, 16, 298). Il Daishonin spiega che quando si percepisce la verità con la saggezza del Budda eterno, si comprende che nascita, invecchiamento, malattia e morte sono inerenti alla vita e che il modo di vivere illuminato non consiste nel cercare di evitarle ma nell’accettarle pienamente e viverle, basandosi sulla fede nella Legge mistica.

8. René Simard, Guy Bourgeault e Daisaku Ikeda, On Being Human, Santa Monica, CA, Middleway Press, 2003, pag. 52

9. Ryo: unità di peso equivalente a 376,5 grammi.

10. Il Daishonin scrive: «La malattia di tuo marito forse è dovuta al volere del Budda; infatti i Sutra Vimalakirti e il Sutra del Nirvana parlano di persone malate che raggiungono la Buddità, poiché la malattia stimola lo spirito di ricerca della Via» (SND, 7, 248-9).

11. Altri demoni: nella versione inglese (WND, 1109) è tradotto con «spiriti maligni»; l’espressione nel brano originale giapponese è gedo che significa “fuori strada” e di solito indica gli eretici e i non buddisti; qui rappresenta qualcosa o qualcuno che arreca disgrazia.

12. Uno dei più influenti discepoli del Daishonin in quel periodo. Insieme al fratello Munenaga aveva mantenuto la fede nonostante l’opposizione del padre Yasumitsu che infine, dopo più di vent’anni di pratica da parte dei due fratelli, decise di convertirsi.

13. «Sappiate che nulla, nemmeno una persona posseduta da un potente demone, può fare del male a Nichiren, perché Bonten, Taishaku, gli dèi del Sole e della Luna, i quattro Re celesti, Tensho Daijin e Hachiman lo proteggono» (SND, 4, 188).

14. Letteralmente: «C’è poco da meravigliarsi se non ottengono la Buddità» (WND, 301).

15. Brano del Nehan gyo sho (Annotazioni sul Sutra del Nirvana) del gran maestro cinese Chang-an, in cui si spiega che l’atteggiamento corretto per proteggere la Legge è considerarla più importante della propria vita.

16. In Arrivo a Ikegami, indirizzato a Hakiri Sanenaga, il Daishonin scrive: «Anche se mi farebbe piacere prendere [un cavallo] per compiere l’intero tragitto fino alle terme di Hitachi, potrebbero rubarcelo. Inoltre sento che potrebbero esserci altre difficoltà e così, fino al nostro ritorno da Hitachi, lascerò il tuo cavallo in custodia da Mobara, a Kazusa» (GZ, 1376). Potrebbe trattarsi di Hitachi nell’attuale prefettura di Ibaraki oppure di Hitachi in quella di Fukushima. Le informazioni più attendibili sono: 1) il feudo del terzo figlio di Hakiri Sanenaga, Yasaburo Saneuji, si trovava a Hitachi (prefettura di Ibaraki) dove c’è una fonte termale, quindi forse il clan Hakiri aveva esortato il Daishonin a recarvisi per ristabilirsi; 2) le sorgenti termali di Hitachi Yumoto, nella prefettura di Fukushima sono famose sin dai tempi antichi ed è possibile che a quell’epoca vi risiedessero già dei credenti che avevano invitato il Daishonin.

17. In Costruzione del Santuario di Hachiman scrive: «Ho la sensazione che la mia vita stia giungendo al termine [...] Anche se riuscissi a passare quest’anno, quante probabilità ci sono che riesca a vivere ancora uno o due anni?» (GZ, 1105).

18. Secondo le ricerche dello studioso giapponese di Buddismo Hajime Nakamura (1912-99) Shakyamuni sentendo che il momento della morte era vicino, desiderò tornare al suo luogo natale per annunciare la sua fine imminente ai discepoli dei vari luoghi e comunicare loro le sue ultime istruzioni. Morì durante il viaggio, in un boschetto di alberi di sal presso Kushinagara.

19. Il computo dell’età si basa sul sistema tradizionale giapponese secondo il quale alla nascita una persona ha un anno.

20. Nel sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della vita, si legge: «Per salvare gli esseri viventi, uso l’espediente di mostrare il mio nirvana, ma in realtà non mi estinguo. Sono sempre qui a predicare la Legge» (SDL, 16, 301-2). Significa che il Budda entra nel Nirvana come espediente per risvegliare lo spirito di ricerca delle persone e condurle all’Illuminazione.

21. Il capitolo Durata della vita si conclude con queste parole: «Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo di Budda?» (SDL, 16, 305).

22. Il Sutra del Loto, pag. 386. Il brano completo recita: «Questo sutra offre la buona medicina per i mali della gente di Jambudvipa. Se una persona che soffre per una malattia può ascoltare questo sutra, la sua malattia svanirà ed egli non conoscerà né vecchiaia né morte».

23. Il Daishonin afferma: «I quattro lati [della Torre Preziosa] rappresentano le quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Questi quattro aspetti della vita nobilitano la torre delle nostre esistenze individuali. Noi usiamo gli aspetti di nascita, invecchiamento, malattia e morte per adornare la torre che è il nostro corpo. Quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo attraverso nascita, invecchiamento, malattia e morte, la fragranza delle quattro virtù sgorga [dalla nostra vita]. Nam rappresenta la paramita della felicità, myoho la paramita del vero io, renge la paramita della purezza e kyo la paramita dell’eternità» (GZ, 740).

24. Illuminazione iniziale o Illuminazione acquisita: l’idea che l’Illuminazione sia il risultato della pratica buddista, di aver dissolto le illusioni e sviluppato saggezza. Il concetto di Illuminazione intrinseca o Illuminazione originale esprime invece l’idea che l’Illuminazione, o Buddità, sia intrinsecamente connaturata alla vita umana.

25. Il Daishonin afferma a proposito della morte e della rinascita di coloro che hanno ottenuto la Buddità: «Allora, nello spazio di un istante, egli ritornerà dal sogno della nascita e della morte nei nove mondi [...] Esprimerà il potere libero e sovrannaturale della compassione recando grandi benefici agli esseri viventi senza impedimenti» (GZ, 574). 

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.341 15 dicembre 2005

 

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