La simultaneità di causa ed effetto

Shakyamuni dette il nome del fiore di loto al suo più alto insegnamento. Un fiore che, grazie alle sue caratteristiche, racchiude vari concetti dalla Legge di causa ed effetto all’inseparabilità di positivo e negativo.

L’acqua calma dello stagno riflette i raggi del sole e lascia che i fiori carnosi che vi galleggiano vi si rispecchino indisturbati. I fiori di loto, presenti in Giappone, in Cina, in Europa, in Egitto e in Oceania, sono metafora di qualità nobili come la bellezza, la purezza o l’eleganza. Queste muse ispiratrici di schiere di poeti in giapponese si chiamano renge (fiore di loto, appunto), lo stesso renge contenuto nel nome della Legge dell’universo, Myoho-renge-kyo, la cui simbologia esprime un concetto cardine nella teoria buddista: la simultaneità di causa ed effetto.
La legge di causalità è uno dei primi principi con cui ci si confronta all’inizio della pratica buddista. Se può sembrare del tutto naturale accettare che non esistono effetti senza cause, credere che esista un legame istantaneo, invisibile e che perdura nel tempo, fra qualsiasi causa e qualsiasi effetto, è ben più difficile. Soprattutto quando questo riguarda la “banale” quotidianità, come ad esempio il modo in cui ci risponde il portiere con cui abbiamo a che fare ogni giorno, o l’innervosimento che ci monta ogni volta che squilla il telefono. Eppure quello che spiega il Buddismo è proprio questo: «Sappiate che tutte le cause e gli effetti degli esseri viventi e dei loro ambienti (esho) manifestano la Legge del loto (renge)» (BS, 113, 14). Insomma, ogni azione (che secondo il Buddismo può essere mentale, verbale e fisica) segue la legge di simultaneità di causa ed effetto del fiore di loto: i petali e il ricettacolo che contiene i frutti nascono insieme, il che significa che qualsiasi pensiero, parola o azione positivo o negativo produce nel medesimo istante un effetto, la cui manifestazione può essere dilazionata nel tempo.

Budda e comune mortale

Shakyamuni chiama la Legge meravigliosa alla quale si era risvegliato Legge del fiore di loto per la particolarità posseduta da questa pianta: lo sviluppo simultaneo di fiore e frutto. Nichiren Daishonin nel Gosho Wu-lung e I-lung lo spiega con chiarezza: «Myoho-renge-kyo è paragonato al loto. Il fiore mahamandara nel cielo e il fiore di ciliegio nel mondo umano sono entrambi fiori ammirati da tutti, ma il Budda non li scelse come simbolo del Sutra del Loto. Esiste una grande varietà di piante: alcune prima fioriscono e poi producono frutti; altre prima producono i frutti e dopo i fiori… ma il loto è l’unico fiore in cui il fiore e il frutto compaiono simultaneamente» (SND, 6, 245). Il Sutra del Loto è difatti l’unico sutra nel quale Shakyamuni spiega la simultaneità di causa ed effetto (renge) presente nella vita degli esseri senzienti. Il significato di questa affermazione segna una svolta decisiva nella dottrina buddista e un divario netto con gli insegnamenti precedenti questo sutra. Prima della spiegazione di renge, Shakyamuni aveva insegnato che il comune mortale per diventare un Budda necessitava di molteplici pratiche austere da svolgersi fino al loro completamento. Queste pratiche venivano chiamate le sei paramita e la loro durata comportava lo scorrere di diversi eoni di tempo. La persona comune era totalmente distante dalla condizione illuminata e la vita presente troppo breve per riuscire a colmare tale distanza. Adesso il concetto muta radicalmente. Dice Daisaku Ikeda: «Sia i nove mondi (la causa) sia il mondo di Buddità (l’effetto) esistono simultaneamente in ogni istante di vita e perciò non c’è nessuna differenza essenziale tra un Budda e una persona comune. In termini di pratica, il Daishonin insegnò che quando una persona recita Nam-myoho-renge-kyo con fede (la causa) nel Gohonzon, lo stato vitale del Budda (l’effetto) emerge istantaneamente dalla vita di quella persona» (I misteri di nascita e morte, esperia, pag. 203).
Secondo la teoria dei dieci mondi e del loro mutuo possesso, quindi, ognuno ha la possibilità di sperimentare ciascuno dei dieci mondi in ogni istante, perché dentro ogni mondo sono contenuti tutti gli altri. In questa prospettiva, si è “completi” così come si è, insomma non ci manca niente. Per questo, come sottolinea Ikeda nel brano precedente, «non c’è nessuna differenza essenziale tra un Budda e una persona comune». Inoltre, recitare Daimoku è la causa che permette l’effetto istantaneo della manifestazione della condizione illuminata. All’istante, non dopo una vita di pratiche complicate. E questo si ripete e si rinnova ogni volta che si recita Daimoku. La Buddità, o Illuminazione, è la profonda consapevolezza che la nostra vita, qui e ora, è la vita del Budda.
Simultaneità di causa ed effetto non significa però che nel momento che recito Daimoku compare simultaneamente il beneficio visibile, piuttosto scompare simultaneamente l’attaccamento al desiderio e alla paura di perdere. Mantenendo un tale stato vitale e pulendo ogni giorno la propria fede dall’oscurità del dubbio che vuole allontanare la consapevolezza di essere completi, di essere Budda, anche il beneficio visibile si materializzerà sicuramente. È una legge. Se si recita con fede nel Gohonzon, in quel momento, proprio in quello e non in un altro, sperimentiamo la gioia che deriva dalla Legge. Non esistono purgatori tra noi e la felicità, ma solo la volontà e il desiderio di vincere. Come spiega Ikeda: «Le preghiere sono invisibili…fede significa avere fiducia in questo regno invisibile» (Gli eterni insegnamenti di Nichiren Daishonin, pag. 59). La perseveranza è l’anello di congiunzione tra l’effetto latente (l’adesso) e l’effetto manifesto (il poi), ma la mia concentrazione deve rivolgersi all’ichinen, alla determinazione che impiego nel momento presente. Uno dei primi sutra di Shakyamuni si intitola Colui che si diletta dell’unica cosa che conta (Bhaddekarattasutta), e quest’unica cosa è il presente. Il passato è un sogno e il futuro immaginazione; per questo è così importante il mio ichinen nel momento presente. Un presente che non è diverso da quello che vorremmo essere, se ci crediamo e ci impegniamo affinché questo avvenga. Non siamo diversi, non siamo sbagliati, «non c’è nessuna differenza essenziale tra un Budda e una persona comune»: se la causa e l’effetto coesistono siamo già Budda perché recitiamo Daimoku e perché lo vogliamo essere, inutile cercare di diventare altro da ciò che siamo, ma semplicemente dovremmo illuminare le qualità esistenti, adesso e in ogni istante. A volte si arriva a pensare che sia proprio quella maledetta difficoltà che ci tiene lontani dalla Buddità e che solo quando avremo superato quel difetto, quando avremo sciolto quell’angoscia che ci attanaglia, manifesteremo anche la condizione illuminata, demandando a un tempo futuro questa trasformazione. Ma la simultaneità simboleggiata dal loto indica che non esistono luoghi, persone e circostanze migliori che possiamo sperare di ottenere per essere persone felici: fiori e frutti coesistono e sono inseparabili.

Fiorire nel fango

Un’altra particolarità del fiore di loto è la sua genesi dal fango. Il bianco fiore di loto, che senza macchiarsi nasce dal fango traendone nutrimento e innalzandosi al di sopra di esso. Il contrasto stridente di loto e fango ci ricorda le due facce di illusione e Illuminazione, la condizione di comune mortale e di illuminato, il che spesso significa: come mi sento (sprofondato nel fango) e come vorrei invece sentirmi (il bel fiore che si erge sullo stagno). Ma non può esistere nessun loto senza fango, nessuna Illuminazione senza lato oscuro. Ogni fenomeno possiede intrinsecamente la natura di Budda e la capacità di manifestarla, uomo, società o ambiente naturale che sia e Nam-myoho-renge-kyo è la forza che permette di far emergere questa natura illuminata di ogni fenomeno. Sono molti i principi buddisti che illustrano questa verità del fiore di loto: bonno soku bodai (i desideri terreni sono Illuminazione), shoji soku nehan (le sofferenze di nascita e morte sono il nirvana), shaba soku jakko (il mondo di saha, cioè il mondo reale di sofferenza, è la terra della luce tranquilla) ecc., ma comune a tutti è la parola soku, non separato, identico nell’essenza.
Questo significa che i desideri terreni servono come espedienti per manifestare la Buddità, come il fango è indispensabile per la crescita del bianco loto. Scrive a proposito Ikeda: «L’esistenza umana è stata spesso vista come un vortice ribollente di desideri, impulsi e istinti che danno origine a vizi e sofferenze. È certamente vero che una persona dominata dai propri desideri e dai propri istinti non è in grado di costruire un’identità forte e libera, ma resterà invece in balìa delle mutevoli circostanze della sua vita, ed è esattamente per questa ragione che alcuni insegnamenti religiosi hanno sostenuto che sradicare i propri desideri sia l’unica via verso la salvezza. Tuttavia, il desiderio è una funzione intrinseca della vita individuale, e in ultima analisi non si può estinguere il desiderio senza estinguere la vita stessa. Il desiderio non è quindi qualcosa di necessariamente dannoso, ma ha piuttosto una valenza neutra in quanto ha il potenziale sia di nuocere sia di giovare all’esistenza umana. Ciò che conta non è perciò sopprimere i desideri, bensì controllarli ed elevarli, indirizzandoli verso il proprio miglioramento e il raggiungimento dell’Illuminazione» (I misteri di nascita e morte, esperia, pagg. 205-206).
Per questo è importante sforzarci di vincere ogni giorno, con l’atteggiamento mentale (ichinen) di chi coltiva dentro di sé una speranza che si trasforma in convinzione, anche durante i momenti più difficili, proprio durante i momenti più difficili, sicuri che il Gohonzon ha il potere di stupire la nostra mente illusa, di creare fortuna laddove siamo sfortunati, di fare luce dove luce non c’è. Sicuri che tramite la fede e la pratica la nostra natura buddica illuminerà la parte oscura. Allora il fango della vita, delle insicurezze, dei problemi e dei desideri assumerà il suo autentico valore: nutrire il bianco fiore di loto che non credevamo di possedere.
Anche questa società può apparire ai nostri occhi come fango, e di fatto ci assomiglia molto. Guerre, disastri ambientali, ingiustizie sociali, mafie di ogni tipo inquinano la società. Ma questi effetti trovano la loro causa nella parte spirituale e l’unica rivoluzione duratura non può che rivolgersi ai nostri cuori. Anche volendo non è possibile, e senz’altro privo di compassione, fuggire dal fango della società.
La pratica buddista, volta al miglioramento di se stessi e al benessere altrui, crea onde di pace, di dialogo, per divulgare la filosofia del rispetto universale esposta nel Sutra del Loto. «I Bodhisattva della Terra sono come i fiori di loto nell’acqua – afferma Ikeda – e anche noi viviamo nella palude della società senza cercare di scappare dalla realtà. Ma soprattutto la nostra vita non sarà contaminata dalla società finché non dimentichiamo la nostra missione. Dice il Daishonin a proposito dei Bodhisattva della Terra: “La loro missione fondamentale è di propagare Nam-myoho-renge-kyo, l’unica ragione per l’apparizione del Budda in questo mondo”. Lo spirito dei Bodhisattva della Terra sta nel dedicarsi con tutto il cuore a kosen-rufu, senza farsi turbare dagli affari e dalle preoccupazioni mondane» (Saggezza, 3, 37).
I fiori di loto non nascono nell’acqua tersa: hanno bisogno delle acque fangose come condizione indispensabile per crescere. Di acque fangose ne abbiamo in abbondanza, che i nostri fiori di loto sboccino copiosi.

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.366 15 gennaio 2007

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