La palestra del Budda

incontro con Tamotsu Nakajima
Le quattro sofferenze, la realtà dell’esistenza, sono le sole occasioni per allenarsi a far emergerela Buddità dalla nostra vita
Cosa significa affrontare la sofferenza?
Spesso si parte dalla ricerca di comandamenti per eliminare la sofferenza: per non creare effetti negativi non fate questo, o quest’altro… Ma la sofferenza non si può eliminare: eliminare la sofferenza equivale a eliminare la vita. Anziché usare l’espressione “affrontare le sofferenze”, dovremmo parlare di “affrontare la vita”.

Per esempio, riguardo alla malattia il Gosho dice di sviluppare uno spirito combattivo per guarire, ma d’altra parte sappiamo che la malattia fa parte della vita. Quindi cosa vuol dire affrontare e trasformare? Aspettarsi di guarire?
Se mi chiedete quale atteggiamento deve avere una persona di fronte alla propria malattia, vi rispondo senza dubbio che dovrebbe pregare per la sua guarigione, per cosa altro altrimenti?

Rispetto a un grave problema di malattia di qualcuno che ci sta vicino, spesso il dilemma è: recito Daimoku perché guarisca, recito Daimoku perché sia felice, recito Daimoku perché possa affrontare bene la morte, perché non soffra. Che atteggiamento dovremmo avere?
Ma facendosi tutte queste domande si affronta questo tema da un punto di vista parziale e personale, che prescinde dalla visione buddista.
Qual è la maniera “giusta”? Noi stiamo cercando di comprendere profondamente ciò che insegna il Buddismo, il fatto che la vita non è statica, ferma, ma scorre attimo dopo attimo. L’attimo passato non si può riprendere. Il punto centrale è dunque come affrontiamo il momento presente, se siamo dipendenti o indipendenti dalla situazione che stiamo vivendo. Quindi, in questo caso, il problema non è la malattia, ma la condizione vitale di chi è malato.
Istante per istante noi affrontiamo la vita, mettendo continuamente nuove cause attraverso le quali possiamo migliorare o peggiorare la situazione. Tutto dipende da cosa tiriamo fuori da quella situazione.
Dobbiamo chiederci se stiamo cercando di vivere ogni attimo con l’intenzione di far emergere la Buddità, la gioia, affinché ogni attimo possa causare una prossima gioia, una prossima fortuna. Penso che la crescita che noi intendiamo non sia relativa ai soldi, alla guarigione, o ad altro. La crescita che noi intendiamo è la ricerca del miglioramento personale, come esseri umani: continuando ad affrontare la vita nasce la gioia di vivere.
Noi stiamo utilizzando il Buddismo per imparare a vivere. Dovremmo arrivare a stare bene non perché non ci siano problemi, ma perché nulla ci disturba. Arrivare ad affrontare tranquillamente ogni situazione che troviamo davanti a noi. Affrontandola una prima volta impariamo ad affrontarla meglio la volta successiva. Senza fare esperienza non capiamo.
Il Daishonin ci insegna a non fermarci davanti ai problemi, ma ci incoraggia ad andare sempre avanti utilizzando il Daimoku, il Gohonzon, e facendo shakubuku. In questo modo otteniamo sicuramente l’Illuminazione, la felicità. Non la felicità che pensiamo noi, ma quella che intende Nichiren, di gioire indipendentemente dalle circostanze. Invece noi pensiamo alla guarigione, alla ricchezza… per felicità intendiamo non soffrire.

Nel Buddismo quindi non c’è un’alternativa tra sofferenza e felicità, non sono l’una il contrario dell’altra.
Secondo il Buddismo tanto hai sofferto, tanto sai gioire. Il punto è come utilizzare quello che hai.
Nichiren Daishonin insegna a utilizzare la vita per far emergere la Buddità. Quindi la vita non è sofferenza bensì la possibilità di realizzare attraverso la sofferenza. Questa è la grande novità del Buddismo del Daishonin.

Se ci si allena a far emergere la gioia in ogni istante, allora quando ci si trova di fronte a sofferenze più forti si sa quello che si deve fare, cercare quella gioia, quella forza, attraverso il Daimoku. Da una parte si vorrebbe essere sempre pronti, però siamo comuni mortali…
Bisognerebbe smettere di utilizzare l’espressione “comuni mortali”. Altrimenti si rimane sempre comuni mortali. Per diventare Budda dovremmo pensare che maggiore è la difficoltà maggiore è l’occasione per manifestare questa condizione vitale.
Ma per diventare “bravi” ci vuole allenamento, e tutte le situazioni della vita sono l’occasione per allenarci a far emergere la Buddità. Come si fa a tirare fuori la Buddità? Passando dal nostro punto di vista al punto di vista buddista. Il Buddismo dice che la vita è bella, e io decido di farla diventare bella. E allora lo diventa. Dipende da quanto sono capace di trasformarla, e per rafforzare questa mia capacità utilizzo il Daimoku: la forza del Budda e la forza della Legge dipendono dalla forza della fede e dalla forza della pratica. Senza fede né pratica non si realizza nulla.
L’unica maniera di praticare bene è quella di sforzarsi continuamente di migliorare. Non c’è un momento in cui possiamo dire che stiamo davvero praticando correttamente.
Non mantenere questo sforzo continuo di praticare correttamente equivale a disprezzare la Legge. Può sembrare troppo severo, ma questa è la Legge di causa ed effetto, nient’altro. Per questo non possiamo fermarci, non perché abbiamo paura di chissà cosa possa succedere.

Ma cosa significa “praticare correttamente”?
Scrive il Daishonin: «Adesso nell’Ultimo giorno della Legge, il Daimoku che recita Nichiren è diverso da quello delle epoche precedenti. È Nam-myoho-renge-kyo che comprende la pratica per sé e la pratica per gli altri» (Le tre grandi Leggi segrete, cfr. WND, 2, 986).
Qui il Daishonin intende, per pratica buddista, sia recitare Daimoku sia fare shakubuku. La pratica solo per sé è un controsenso. È come aver ricevuto un bene enorme, universale, e utilizzarlo solo per sé. Per questo chi non fa shakubuku non sta praticando bene, perché tiene per sé tutto il grande potere del Gohonzon.

Come si fa a fare shakubuku?
Da una parte si parla della pratica, si dialoga, ma ciò che veramente conta è quanto desideriamo la felicità della persona con cui stiamo parlando. Il Daimoku che recitiamo per quella persona.
Nel Gosho c’è scritto: «Se la compassione di Nichiren è veramente grande e omnicomprensiva, Nam-myoho-renge-kyo si diffonderà per diecimila anni e più, per tutta l’eternità» (Ripagare i debiti di gratitudine, RSND, 1, 658; cfr. SND, 2, 216). Qui il Daishonin si riferisce a una condizione vitale che abbraccia tutte le persone di tutti i tempi. Dice ancora: «Che gioia esser nati nell’Ultimo giorno della Legge e aver potuto partecipare alla propagazione del Sutra del Loto» (Lettera a Niike, RSND, 1, 910; cfr. SND, 4, 243). Questo è il suo atteggiamento rispetto al fatto di vivere nell’epoca peggiore, mentre noi siamo sempre influenzati dalle situazioni, e quindi soffriamo per la maggior parte della vita.
Ma sebbene dal punto di vista del karma ciascuno di noi è diverso, dal punto di vista della Legge abbiamo tutti le stesse potenzialità di Nichiren. Come si può riuscire a provare e a mantenere quella gioia e quel desiderio di far stare bene tutte le persone? Ognuno dovrebbe credere di avere dentro di sé la stessa forza del Daishonin e alimentarla attraverso la propria pratica.

Soffrire per le difficoltà non deriva anche dal fatto di non riuscire a credere che nella nostra vita ci sono infinite potenzialità? L’esperienza ci mostra che quando poi i problemi si affrontano si scoprono delle risorse di sé che prima non si pensava di avere.
La nostra vita procede in base alla nostra comprensione. E la nostra comprensione è limitata. Per comprendere di più, per scoprire di più, è importante andare oltre il limite della nostra attuale comprensione, e ciò è possibile solo attraverso la fede, che si esprime attraverso la preghiera al Gohonzon.
Per togliere il limite bisogna credere. È strano: se ci credi funziona, se non ci credi non funziona.
Le persone più intelligenti potrebbero incontrare più difficoltà, da questo punto di vista, perché la “testa” funziona per prima e quindi impedisce di credere. Anche Shariputra, il discepolo del Budda più saggio e più intelligente, ottenne l’Illuminazione quando riuscì a credere. Con la “testa” non si può ottenere l’Illuminazione, solo con la fede.
Nella Soka Gakkai giapponese ho incontrato tante persone contente, proprio contente della vita. Soprattutto le donne. Si svegliano la mattina e sono contente di alzarsi. Viene da chiedersi come facciano, perché siano così contente… La risposta è che hanno una pratica sincera e si sforzano continuamente. Quando si hanno tante cose da fare, se nasce un problema lo si affronta tranquillamente. Se invece le cose vanno bene, davanti a una difficoltà nasce subito la sofferenza.

Fa bene a tutti recitare Daimoku? Anche a persone con malattie mentali?

Il Daimoku fa bene a tutti… forse fa male ai demoni. Nichiren scrive, nel Gosho Come coloro che inizialmente aspirano alla via possono conseguire la Buddità attraverso il Sutra del Loto: «Così, quando con la bocca recitiamo la mistica Legge, la nostra natura di Budda viene richiamata e immancabilmente emergerà. La natura di Budda di Brahma e Shakra, richiamata, ci proteggerà e la natura di Budda dei Budda e dei bodhisattva, richiamata, gioirà. [...] Tutti i Budda delle tre esistenze hanno anch’essi conseguito la Buddità grazie ai cinque caratteri di Myoho-renge-kyo. Questi cinque caratteri sono la ragione dell’avvento nel mondo dei Budda delle tre esistenze; sono la mistica Legge con la quale tutti gli esseri viventi possono raggiungere la via del Budda. Comprendi bene il significato di tutto ciò e, sulla strada per il conseguimento della Buddità, recita Nam-myoho-renge-kyo senza arroganza o attaccamento a idee preconcette» (RSND, 1, 789; cfr. SND, 8, 35).
Quindi il Daimoku è soltanto positivo. A volte si dice che fa male recitare tanto Daimoku per chi ha problemi mentali, e quindi si consiglia di recitare poco e lentamente. Sì, può anche essere vero che recitando meno Daimoku si abbia una reazione minore, e quindi può sembrare che anche il problema sia minore, ma è solo apparenza. In realtà così non si risolve nulla. Non possiamo abituarci a evitare di affrontare le cose, deviando verso soluzioni temporanee che non risolvono nulla. Quasi come se all’interno del Buddismo si possano aggiungere regole e formulari dove non ce ne sono. La Legge di causa ed effetto è una regola assoluta, è inutile metterne altre.
Il vero problema, nel caso del disturbo mentale, non è il Daimoku ma le azioni. Bisogna vedere situazione per situazione, aiutare e sostenere costantemente le persone con questo tipo di problemi. Se si hanno difficoltà mentali come si può fare da soli?

Bibliografia

Buddismo e Società n.135 luglio agosto 2009

 

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