Gli otto venti

Titolo originale: Shijo kingo dono Gohenji, (Happu sho), GZ, 1150
Scritto nel 1277, a 56 anni, da Minobu
Destinato a Shijo Kingo

Ero in pensiero non avendo tue notizie da molto tempo e sono stato veramente felice di ricevere il messaggero che hai inviato con vari doni. Ti concederò un Omamori Gohonzon.
Per quanto riguarda il problema delle terre che ti hanno assegnato, ho analizzato la tua lettera e quella inviata a te dal signore di Ema e le ho messe a confronto. Era una cosa che avevo previsto prima ancora di ricevere la tua lettera. Visto che per il tuo signore è una questione della massima importanza, suppongo che altri vassalli gli abbiano parlato male di te dicendo: «Il fatto che Yorimoto1 rifiuti le nuove terre è una mancanza di rispetto nei vostri confronti. Esistono molte persone egoiste, ma nessuno lo è più di lui. Vi consiglieremmo di non accordargli altri favori». Tu devi capire bene la situazione e agire con prudenza.
Tu, tuo padre e la tua famiglia avete un grande debito di riconoscenza verso il vostro signore. Inoltre, quando Nichiren è stato esiliato ed era odiato da tutta la nazione giapponese, egli si è mostrato clemente nei tuoi confronti non prendendo alcun provvedimento contro i tuoi. Molti miei discepoli ebbero i beni confiscati dal governo, o furono licenziati e scacciati dalle terre dei loro signori. Anche se non ti concedesse più alcun favore, non devi serbargli rancore. Non devi biasimarlo solo perché a te non piacciono le tue nuove terre.
L’uomo saggio non si lascia sviare dagli otto venti: prosperità, declino, onore, disonore, lode, biasimo, sofferenza e piacere. Non si esalterà nella prosperità né si lamenterà nel declino. Il cielo sicuramente proteggerà chi non si piega di fronte agli otto venti, ma se tu nutri un irragionevole rancore per il tuo signore, per quanto possa pregarlo, il cielo non ti proteggerà.
Ricorrendo in tribunale si può vincere la causa, ma si può anche perderla. D’altra parte, si può ottenere giustizia anche senza ricorrere in tribunale. Ho considerato se fosse bene fare ricorso per il caso delle guardie notturne; provo molta compassione per loro che si trovano in tali angustie a causa di Nichiren. In ogni modo, dissi che avrei pregato per loro se non fossero ricorsi in tribunale. Essi acconsentirono e promisero che non l’avrebbero fatto. Quando poi fecero causa, temetti che non avrebbero ottenuto nulla perché in questo periodo c’è tanta gente che non fa che scrivere appelli e ricorsi per complicate controversie legali, e infatti la loro causa è ancora in sospeso.
Hiki Yoshimoto2 e Ikegami Munenaka3 hanno ottenuto risposta alle loro preghiere perché hanno seguito il mio consiglio. Hakiri Sanenaga,4 benché sembri credere nei miei insegnamenti, non ha fatto quello che gli avevo detto riguardo alla sua causa. Io ero preoccupato dell’esito, ma forse perché gli avevo detto cosa doveva fare, qualche cosa ha ottenuto, ma non quanto si aspettava perché ha fatto come voleva.
Se le preghiere del seguace e del maestro non si accordano, saranno inutili come voler accendere un fuoco sull’acqua. Anche se le preghiere del seguace si accordano con quelle del maestro, se egli ha per lungo tempo trasgredito la grande Legge aderendo alla piccola Legge, non otterranno risposta e infine sia il maestro, sia il seguace si rovineranno.
Myoun era il cinquantesimo patriarca della setta Tendai. Nel mese di maggio del secondo anno di Angen (1176) fu punito ed esiliato a Izu dall’ex imperatore. Giunto a Otsu venne liberato dai monaci del tempio Enryaku-ji5 e riprese la sua posizione di patriarca. Ma l’undicesimo giorno del secondo anno di Juei (1183) fu arrestato da Minamoto Yoshinaka e decapitato. Fu arrestato e decapitato, ma questo non significa che fosse colpevole. Anche ai santi e ai saggi accadono queste cose.
Quando scoppiò la guerra civile tra Yoritomo del clan Minamoto e Kiyomori del clan Taira, più di venti uomini di Kiyomori sottoscrissero un giuramento e vi apposero i sigilli: «Consideriamo l’Enryaku-ji come il tempio del nostro clan. Rispettiamo i suoi tremila monaci come nostri genitori. Le disgrazie del tempio sono le nostre disgrazie, le gioie del tempio sono le nostre gioie». Donarono al tempio i ventiquattro distretti della provincia di Omi. Quindi Myoun con una folla di discepoli eseguì i riti della setta Shingon e ordinò ai monaci armati di scagliare frecce contro i soldati di Minamoto. Tuttavia, Minamoto Yoshinaka6 e uno dei suoi vassalli, Higuchi, con non più di cinque o sei uomini scalarono il monte e fecero irruzione nella sala principale; trascinarono via dall’altare Myoun, lo legarono con una corda e lo fecero rotolare giù dalla scarpata occidentale della montagna come fosse un grosso sasso e infine lo decapitarono. Nonostante ciò, i giapponesi non abbandonano la setta Shingon e non si sono mai chiesti perché [le loro preghiere rimangano senza risposta].
Durante i mesi di giugno e luglio del terzo anno di Jokyu (1221) la corte imperiale di Kyoto entrò in guerra contro il regime di Kamakura.7 A quel tempo i templi Enryaku-ji, To-ji, Onjo-ji e i sette templi di Nara pregarono Tensho Daijin, Hachiman e Sanno8 eseguendo i riti esoterici. Quarantuno tra i preti più famosi, incluso il defunto arcivescovo Jien della setta Tendai, i vescovi del To-ji e del Ninna-ji e Jojuin del tempio Onjo-ji, pregarono intensamente per la sconfitta di Hojo Yoshitoki. Anche il secondogenito dell’imperatore Gotoba cominciò a pregare nella sala delle cerimonie di stato l’8 di giugno. La corte imperiale proclamò che avrebbe vinto entro sette giorni. Ma il settimo giorno, il 14 giugno, la battaglia si concluse con una sconfitta e il principe morì di dolore per la morte del suo paggio Setaka che fu decapitato. Ciò nonostante, nessuno si è mai chiesto che cosa ci fosse di sbagliato nelle dottrine Shingon. La prima cerimonia di riti Shingon condotta da Myoun e la seconda condotta da Jien portarono alla completa sconfitta della corte imperiale giapponese. Adesso per la terza volta è stata tenuta una speciale cerimonia per respingere l’invasione mongola. L’attuale regime subirà sicuramente lo stesso destino, ma tieni per te quanto dico, non parlarne a nessuno.
Per quanto riguarda il tuo problema, ti consiglio di non ricorrere al tribunale. Non serbare rancore al tuo signore e non lasciare le tue attuali terre. Rimani a Kamakura e frequenta il tuo signore meno assiduamente di prima; servilo solo di tanto in tanto. Allora realizzerai i tuoi desideri. Rimani calmo, non ti far trasportare dai tuoi desideri, dalla preoccupazione per il tuo rango e dal tuo temperamento.

Note

1) Yorimoto: nome di Shijo-Kingo.
2) Hiki Yoshimoto (1202-1286): maestro di Confucianesimo; si dice che si sia convertito al vero Buddismo quando il Daishonin gli mostrò un abbozzo del Rissho ankoku ron.
3) Ikegami Munenaka: funzionario del governo di Kamakura che divenne discepolo del Daishonin all’incirca nel 1256. Diseredato due volte dal padre, riuscì con la sua fede risoluta a superare questa difficoltà.
4) Hakiri Sanenaga (1222-1297): signore dell’area di Minobu. Era stato convertito da Nikko Shonin, ma abbandonò la fede dopo la morte del Daishonin.
5) Tempio Enryaku-ji: il tempio principale della setta Tendai, situato sul monte Hiei vicino a Kyoto.
6) Minamoto Yoshinaka (1154-1184): aiutò il cugino Yoritomo, capo del clan dei Minamoto, nella rivolta contro i Taira.
7) Guerra contro il regime di Kamakura: avvenimento conosciuto come “disordini di Jokyu”, che stabilì il potere della reggenza di Hojo.
8) Sanno: divinità protettrice del monte Hiei.

CENNI STORICI E CONTENUTO

Nichiren Daishonin scrisse Gli otto venti dal monte Minobu nel 1277, all’età di cinquantasei anni. La lettera è indirizzata a Shijo Kingo, samurai e medico che serviva la famiglia Ema, un ramo del clan reggente degli Hojo. Si pensa che si sia convertito agli insegnamenti del Daishonin attorno al 1256 diventando uno dei suoi più devoti seguaci.
Come molti credenti, Shijo Kingo si risvegliò a una fede ancora più profonda quando, contro tutte le aspettative, il Daishonin tornò sano e salvo dall’isola di Sado nel 1274. Decise di parlare al suo signore e di convincerlo ad abbracciare gli insegnamenti del Daishonin.
A quel tempo il signore di Ema era il protettore di un nemico di vecchia data di Nichiren Daishonin, il prete Ryokan della setta Shingon-Ritsu, e si infuriò per quello che gli parve un atto di presunzione da parte del suo vassallo che cercava di convertirlo.
Altri guerrieri del clan, gelosi da tempo delle capacità di Shijo Kingo e della fiducia che il suo signore aveva riposto in lui, approfittarono di questa occasione per riferire al signore di Ema notizie tendenziose sul suo conto. Alcuni addirittura cercarono un’opportunità per ucciderlo.
Nel 1276 il signore di Ema diminuì il reddito di Shijo Kingo e minacciò di privarlo del suo feudo e di trasferirlo nella lontana provincia di Echigo se non avesse abbandonato la sua fede. Pur affermando la sua incrollabile fedeltà al suo signore per tutto ciò che riguardava le questioni secolari, Shijo Kingo non accettò nessun compromesso a proposito della sua fede e rifiutò di abbandonare Kamakura. In questo frangente Nichiren Daishonin scrisse Gli otto venti per incoraggiarlo.

SPIEGAZIONE

Con il Gosho Gli otto venti inizia un breve ciclo di studio, da ottobre a dicembre, dove saranno proposte lettere del Daishonin che insegnano a costruire una fede solida e a mantenerla nella vita quotidiana. Gli altri Gosho in programma saranno: L’inverno si trasforma sempre in primavera, Aver fede nel Gohonzon, Grande bene e grande male, Il significato della fede.
Nella spiegazione del Gosho Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza il presidente Ikeda dice: «Potremmo descrivere il tipo di fede che occorre per raggiungere la Buddità in questa esistenza come una fede che diventa sempre più profonda: una fede simile contraddistingue i Bodhisattva della Terra». È necessario quindi, attraverso le diverse occasioni della vita quotidiana, mantenere la fede e non farsi sviare ma sforzarsi seriamente di disperdere le nubi dell’oscurità fondamentale, come il dubbio, la sfiducia, l’impazienza, l’avidità ecc. così da poter attivare il potere della Legge mistica nella nostra vita sotto forma di benefici e funzioni positive.

COME INCORAGGIAVA NICHIREN DAISHONIN

«Per quanto riguarda il problema delle terre che ti hanno assegnato, ho analizzato la tua lettera e quella inviata a te dal signore di Ema e le ho messe a confronto. [...] Tu devi capire bene la situazione e agire con prudenza».

Cercando di immaginare come dovrebbe essere il comportamento di un Budda, o perlomeno quello di un buddista “perfetto”, succede che la nostra fantasia ci faccia immaginare cose spettacolari, eventi fenomenali e capacità mirabolanti, tutte cose cioè che poco hanno a che fare con la nostra quotidianità e con la nostra umanità e che invece rivelano poteri particolari o qualità difficilmente raggiungibili dai comuni mortali. Per nostra fortuna, invece, le caratteristiche del Budda sono profondamente connesse con la nostra condizione umana, o per meglio dire sono esattamente l’espressione della condizione umana nella sua più alta manifestazione.
In un suo articolo, Daisaku Ikeda spiega che la pratica del bodhisattva consiste nell’impegnarsi concretamente ad aiutare gli altri e che le azioni che ci permettono di percorrere la Via della Legge sono radicate nelle azioni quotidiane che ognuno di noi può decidere di intraprendere senza essere dotato di particolari caratteristiche, ma semplicemente mettendo in pratica il principio di compassione buddista: «Lavorare per gli altri è qualcosa che chiunque può fare, indipendentemente dalle circostanze. Non richiede particolari titoli o qualifiche. Essenzialmente consiste nello sforzo di impegnarsi per incoraggiare gli altri. Ma questo incoraggiamento non è qualcosa che si offre “da lontano”, mantenendosi a una distanza di sicurezza. Il vero incoraggiamento si fornisce solo nel processo di condividere la realtà delle sofferenze della vita e le sue sfide».
È con questo atteggiamento che il Daishonin inizia ad incoraggiare il suo discepolo Shijo Kingo, che stava attraversando assieme a lui e agli altri seguaci un periodo di aspre difficoltà a causa della sua fede. È importante infatti considerare che le difficoltà che tutti i discepoli stavano condividendo con il loro maestro non erano riconducibili a una imprecisata sfortuna o a una particolare casualità, bensì erano il diretto risultato dei loro sforzi di propagare la Legge per affermare il profondo rispetto della vita insito nel Sutra del Loto e per combattere le aberrazioni sociali e religiose che condannavano le persone dell’epoca a una serie incessante di sofferenze. Queste difficoltà, quindi, erano il risultato di una precisa scelta, in primo luogo del Daishonin e poi dei suoi discepoli, che egli si sforzava di incoraggiare costantemente nell’arduo cammino della rivoluzione individuale che li avrebbe portati a manifestare la sua stessa condizione illuminata.
Nell’incoraggiare i propri discepoli, quindi, Nichiren non si tiene ai margini dei loro problemi, dispensando consigli generici o falsamente mistici, ma con l’attenzione di un “consulente della vita” analizza ogni aspetto della situazione in cui si trovano e li consiglia con precisione, dopo una ponderata riflessione basata sugli eventi che stanno accadendo e su un’attenta analisi di testi buddisti e non buddisti.
Come leggiamo dalle prime righe di questa lettera, infatti, il Daishonin analizza in dettaglio i termini della disputa fra Shijo Kingo e il suo signore e poi inizia con estrema attenzione a spiegare al suo discepolo quale atteggiamento gli avrebbe permesso di non soccombere alle difficoltà e di riconquistare la fiducia del suo signore, minata dalle calunnie degli altri vassalli. Sebbene Nichiren avesse già previsto il verificarsi di questa difficoltà, aveva atteso che i fatti si evidenziassero per evitare di basarsi su delle supposizioni e per permettere a Shijo Kingo, che aveva difficoltà a controllare il suo carattere, di essere consapevole della delicatezza della situazione e degli sforzi che sarebbero stati necessari per poterla risolvere.
Nella sua Proposta di pace 2007 Ikeda sottolinea l’importanza di esercitare il proprio autocontrollo come primo gradino per costruire una società pacifica, chiarendo che alla base della pace globale che tutti auspichiamo c’è lo sforzo individuale di autoriforma e di miglioramento del sé proprio del Buddismo.

GRATITUDINE

«Tu, tuo padre e la tua famiglia avete un grande debito di riconoscenza verso il vostro signore. [...] Non devi biasimarlo solo perché a te non piacciono le tue nuove terre».

Lo spirito di gratitudine è un principio particolarmente importante nel Buddismo in genere e in quello del Daishonin in particolare. Secondo il principio buddista di “origine dipendente” la nostra vita individuale non è in alcun modo separata dalla vita e dall’ambiente che ci circonda, ma anzi ne è parte integrante. In nessun istante, infatti, possiamo tracciare una linea di confine fra il nostro io e gli altri, in nessun istante possiamo vederci come un’isola, in quanto la nostra nascita, la nostra crescita e la nostra esistenza presente sono il risultato dell’interrelazione costante fra noi e l’ambiente.
Secondo questa concezione, quindi, l’atteggiamento egoistico secondo cui “tutto ci è dovuto” è privo di ogni fondamento e dovrebbe invece essere sostituito da uno spirito di gratitudine nei confronti di tutto ciò che ci circonda e che ci permette di continuare a esistere, sebbene la condizione che stiamo attraversando possa non essere delle migliori.
Oltre a ciò, pensare che le cose debbano andare per il meglio e che incontrare difficoltà sia in qualche modo un’anomalia di cui non ci riusciamo a capacitare, in particolare perché pratichiamo, è un’altra idea che non trova fondamento nel Buddismo che seguiamo.
Infatti in un brano del Gosho Felicità in questo mondo (SND, 4, 157) si legge: «Non permettere che le avversità della vita ti preoccupino, nemmeno i santi o i saggi possono evitarle». È quindi chiaro che le difficoltà sono una componente inscindibile dalla nostra vita quotidiana e il modo di affrontarle non è di dolersene ma di comprendere che attraverso la recitazione di Nam-myoho-renge-kyo e le nostre attività per incoraggiare gli altri Nichiren ci dice che «quanto più grandi saranno le difficoltà che incontrerà, tanto più grande la gioia che egli proverà grazie alla sua forte fede» (Una nave per attraversare il mare della sofferenza, SND, 4, 261).
Ne consegue che dovremmo essere comunque grati alla vita per ciò che abbiamo, mentre ci sforziamo di migliorare noi stessi. Questo atteggiamento ci permetterà, come accadde a Shijo Kingo, di far emergere immensi benefici e di cambiare la nostra condizione in un modo che non ci saremmo mai aspettati. In un suo articolo per un giornale giapponese, il Japan Times, Daisaku Ikeda parla della felicità come è intesa nel Buddismo: «Essenzialmente, tutte le attività umane hanno come loro obiettivo la realizzazione della felicità. Perché quindi siamo arrivati a produrre il risultato opposto? Potrebbe darsi che la causa prima del nostro fallimento si trovi nell’errata comprensione della vera natura della felicità?
La gratificazione del desiderio non è felicità. Se così fosse, come diceva Socrate, una persona che passi la sua vita a grattarsi un prurito potrebbe essere definita felice. La vera felicità può essere raggiunta soltanto quando trasformiamo la nostra vita da un’irrefrenabile ricerca del piacere a una dedicata ad arricchirci profondamente, quando ci concentriamo a “essere di più” piuttosto che semplicemente ad avere di più» (Japan Times, aprile 2007).

MANTENERE LA DETERMINAZIONE NEL TURBINIO DEGLI EVENTI

«L’uomo saggio non si lascia sviare dagli otto venti [...] per quanto possa pregarlo, il cielo non ti proteggerà».

Nel cuore di questa lettera Nichiren incoraggia il suo discepolo a vivere costruendo una vita che non sia sviata dagli avvenimenti quotidiani, chiarendo che la saggezza è lo strumento fondamentale che ci permette di orientarci nelle tempeste che inevitabilmente si abbattono su di noi. Saggio è colui che mantiene la sua determinazione nel turbinio degli eventi, che siano positivi come la prosperità e il piacere o negativi come il declino e il disonore. È importante notare che non solo i “venti negativi” sono considerati in grado di sviare la nostra fede, ma anche quelli che rappresentano delle condizioni apparentemente favorevoli come la prosperità, l’onore e la lode. Nel mondo del Buddismo, infatti, ogni cosa non ha un valore “assoluto”, in sé positivo o negativo, ma manifesta il suo intrinseco potenziale a seconda della relazione con le altre cose. Anche l’essere umano non è visto come “assolutamente” positivo o negativo, ma come capace di manifestare entrambi i potenziali. La differenza in ciò che manifestiamo è determinata dal nostro ichinen, cioè dalla direzione del nostro cuore, quindi dalla nostra decisione. Quando la nostra preghiera è orientata dalla nostra determinazione verso la nostra natura illuminata, allora siamo in grado di ottenere i migliori risultati. Il segreto per una vita felice, ci spiega il Daishonin, è non permettere alle situazioni esterne di sviarci dalla nostra convinzione, perché in questo caso non riusciremo ad attivare le funzioni protettive, chiamate nel Buddismo shoten zenjin, che esistono all’interno e all’esterno della nostra vita. Il Daishonin spiega dunque a Shijo Kingo l’importanza di avere un atteggiamento corretto per attivare questa protezione.
A prima vista potrebbe sembrare che l’invito di Nichiren a non nutrire rancore nei confronti del suo signore sia un consiglio di tipo moralistico, teso semplicemente a correggere l’impulso a lamentarsi del suo discepolo, e quindi un implicito invito ad accettare con rassegnazione ciò che gli stava capitando. L’insieme del Gosho però, così come ci rivela anche l’analisi di altre lettere inviate a Shijo Kingo, ci mostra che Nichiren prima di tutto intendeva chiarire che la causa delle difficoltà che il suo discepolo stava incontrando non era da ricercarsi all’esterno, e che quindi non c’era motivo di nutrire “irragionevoli rancori” nei confronti del suo signore. Inoltre, intendeva invitarlo a comportarsi con prudenza e a non agire in maniera emotiva in risposta alla situazione contingente, ma a muoversi sulla base di una precisa strategia che scaturisse dalla saggezza insita nella natura di Budda. Nelle situazioni difficili bisogna utilizzare sempre la massima cautela, questo è un suggerimento che si ritrova innumerevoli volte negli scritti del Daishonin, che ci invita a non credere superficialmente di essere al sicuro solo perché stiamo praticando. Al contrario, Nichiren incoraggia spessissimo i suoi discepoli, e in particolare Shijo Kingo, a “non risparmiare sul prezzo del cavallo”, a “circondarsi di persone fidate” e comunque a comportarsi con grande attenzione per evitare ogni possibile incidente. Un atteggiamento consapevole della possibilità dell’insorgere di problemi è infatti parte integrante di ciò che attiva la protezione degli shoten zenjin.

LE ACCUSE INGIUSTE SORGONO A CAUSA DELLA FEDE NELLA LEGGE MISTICA

«Ricorrendo in tribunale si può vincere la causa, ma si può anche perderla. [...] L’attuale regime subirà sicuramente lo stesso destino, ma tieni per te quanto dico, non parlarne a nessuno».

Gli insegnamenti contenuti in questa lunga parte del Gosho sono di grandissima attualità e sembrano scritti proprio per noi. Hanno valicato più di settecento anni senza perdere di efficacia perché non nascono dall’impulso di sciorinare principi dogmatici ma dal desiderio che tutte le persone diventino felici. Nello specifico, Nichiren spiega a Shijo Kingo di non riporre troppe speranze di risolvere le sue controversie attraverso le vie legali, poiché sapeva bene quanto il sistema giudiziario dell’epoca fosse una diretta emanazione del potere che lo stava perseguitando a causa della sua fede, e quindi capiva chiaramente che una semplice azione legale non sarebbe bastata per sconfiggere quella che in realtà era una manifestazione della forza demoniaca della vita.
A questo proposito, Daisaku Ikeda scrive in una sua guida citando il Daishonin: « “Il mio attuale esilio non è dovuto ad alcun crimine mondano”. Le persecuzioni sorgono nonostante la propria innocenza. In realtà, spesso le questioni mondane sono usate come pretesto per le persecuzioni. Visto dalla prospettiva odierna, è ovvio che Nichiren fu perseguitato a causa della sua fede nella Legge mistica. Tuttavia, agli occhi di molte persone del suo tempo Nichiren appariva semplicemente come un criminale che aveva violato le leggi del paese. Perché le questioni mondane vengono solitamente usate come pretesto per le persecuzioni? La ragione è che sebbene sia difficile far abbandonare la fede calunniando la Legge, è facile instillare il dubbio negli altri diffondendo la voce che i praticanti del Sutra del Loto hanno commesso dei crimini, anche se questo è falso» (Il Gosho e la missione di kosen-rufu, Esperia, p. 231).

I CONSIGLI DEL DAISHONIN SONO MOLTO DETTAGLIATI

«Per quanto riguarda il tuo problema, ti consiglio di non ricorrere al tribunale. [...] Rimani calmo, non ti far trasportare dai tuoi desideri, dalla preoccupazione per il tuo rango e dal tuo temperamento».

In conclusione, dopo una precisa disamina dei motivi che avevano portato il Giappone a peggiorare la situazione sociale e religiosa, essenzialmente a causa di credenze negli insegnamenti provvisori del Buddismo che portavano le persone a guardare fuori di sé invece che a svilupparsi e a migliorare la propria vita, Nichiren torna a parlare direttamente con Shijo Kingo della sua situazione. Per evitare che si esponesse inutilmente, facendo il gioco dei suoi detrattori che non aspettavano altro che di poter dimostrare al suo signore quanto fosse mal riposta la sua fiducia, lo consiglia in modo estremamente dettagliato. «Rimani calmo, non ti far trasportare dai tuoi desideri, dalla preoccupazione per il tuo rango e dal tuo temperamento»: queste parole ci mostrano quanto a cuore il Daishonin avesse il suo discepolo e quanto profondamente conoscesse i suoi punti deboli. Questa intensa compassione fece sì che Shijo Kingo, seguendo precisamente i consigli del suo maestro, potesse non solo superare le difficoltà che stava sperimentando ma anche vedere accresciuta la sua considerazione e i suoi possedimenti, in una trasformazione di eventi che alla fine fece infrangere i progetti perversi dei suoi nemici contro i solidi bastioni della relazione di maestro e discepolo.
 

Bibliografia

 

Buddismo e Società n.124 settembre ottobre 2007
Il nuovo rinascimento, n. 197, p. 23.
Il nuovo rinascimento, n. 237, p. 18.
Una frase dal Gosho, Buddismo e società, n. 107, pp. 6-9.
Daisaku Ikeda, Il mondo del Gosho, vol. 2, p. 149 e seguenti; pp. 283-291.
Daisaku Ikeda, “Mai come foglie al vento”, Il nuovo rinascimento, n. 155, pp. 17-18.
Daisaku Ikeda, Lezioni sul Gosho “Il raggiungimento della Buddità in questa esistenza”, Buddismo e società, n. 119, pp. 35-41.
“Con il maestro nel cuore”, Buddismo e società, n. 108, pp. 58-59.
“Una vita in pericolo”, Il nuovo rinascimento, n. 367, p. 19 e seguenti.

 

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