La trasformazione del karma

Il Buddismo è nato dalla scoperta della possibilità per ogni persona di trasformare il proprio karma. Centrale nell’insegnamento di Nichiren Daishonin è la spiegazione concreta di come creare il futuro a partire dal momento presente per costruire, attraverso la trasformazione del karma di tutte le persone, una società umana basata sulla felicità e la pace. Tutto parte dal potenziale di trasformazione dell’essere umano, capace di far emergere la propria natura originaria nel momento presente e costruire così, istante per istante, il suo futuro.

Il Buddismo spiega che la felicità e l’infelicità che viviamo nel presente derivano dalle cause da noi poste nel passato. Queste cause sono le azioni positive e negative compiute in questa vita e in quelle passate, dove per azioni si intendono sia i pensieri, sia le parole sia le azioni vere e proprie. Secondo la Legge di simultaneità di causa ed effetto, ogni volta che compiamo un’azione (causa), questa porta con sé il suo effetto latente o potenziale, che diventerà manifesto nelle condizioni opportune (causa esterna o relazione). In questa trattazione l’effetto latente viene definito “potere di influenza”. Quindi, ogni volta che parliamo di causa, questa implica sempre il suo potere di influenza.
L’insieme delle azioni compiute nelle vite passate e in questa vita fino a oggi – e il loro potere di influenza – si chiama “karma”.
Il karma è positivo e negativo. Quello positivo porta retribuzioni di serenità e gioia, quello negativo porta retribuzioni di sofferenza. Nella maggior parte dei casi però, quando si parla di karma, si tende a indicare le cause negative poste nel passato, che sono l’origine delle sofferenze dell’esistenza presente.
Sebbene quanto detto sopra possa farlo intendere, il Buddismo non parla di determinismo o predestinazione. Infatti la filosofia buddista non insegna solo che la felicità e l’infelicità attuali dipendono dal karma passato, ma sottolinea anche che attraverso le azioni di oggi si può costruire un futuro nuovo. In altri termini, il comportamento nella vita presente è la causa della felicità o dell’infelicità in questa esistenza e nelle prossime.
Il concetto di karma e quello di causalità insieme costituiscono la “Legge di causa ed effetto che opera attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro” che Nichiren Daishonin, citando le scritture buddiste, espone in modo molto chiaro nel brano che segue: «Il Sutra dell’osservazione della mente come la terra afferma: “Se vuoi conoscere le cause del passato, guarda gli effetti del presente; se vuoi conoscere gli effetti del futuro, guarda le cause del presente”» (L’apertura degli occhi, RSND, 1, 252).
«Questo – commenta Daisaku Ikeda in una recente analisi di questo passo – è il funzionamento della Legge generale di causa ed effetto (o causalità generale). Nell’Apertura degli occhi, scritto durante il suo esilio a Sado, il Daishonin spiega il principio ancora più profondo della causalità della Legge mistica: possiamo trasformare definitivamente in questa esistenza il karma che abbiamo creato nelle vite passate. Lottando per kosen-rufu e affrontando coraggiosamente i tre potenti nemici possiamo liberarci dal karma che abbiamo accumulato. Nichiren ci assicura che possiamo sconfiggere qualunque difficoltà e creare un futuro ricco di grandi benefici» (Il nuovo rinascimento, n. 426, pp. 5-6).
Qui il presidente Ikeda, riguardo alla Legge di causa ed effetto che opera attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro, mette al centro della sua interpretazione «questa esistenza», cioè il momento presente. Ikeda sottolinea innanzitutto che possiamo trasformare definitivamente in questa esistenza il karma che abbiamo accumulato nel passato. Subito dopo chiarisce l’elemento indispensabile per operare tale trasformazione: «Lottando per kosen-rufu e affrontando coraggiosamente i tre potenti nemici possiamo liberarci dal karma che abbiamo creato». L’azione di lottare per kosen-rufu, affrontando con coraggio le manifestazioni demoniache, o impedimenti, e le avversità della vita è l’elemento indispensabile per trasformare il nostro karma in questa esistenza.

Nel brano che segue Ikeda racconta come ha vissuto in prima persona il principio della “causalità della Legge mistica”: «Ho incontrato per la prima volta il mio maestro, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda, il 14 agosto 1947, quando avevo diciannove anni. Era un periodo molto cupo per il Giappone, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale. Io ero un giovane come tanti, affetto da una malattia polmonare cronica per la quale i medici mi avevano detto che non avrei visto il mio trentesimo compleanno. Il sole iniziò a sorgere nella mia vita solo quando incontrai il signor Toda, cominciai a studiare il Buddismo della rivoluzione umana e mi impegnai nella missione di realizzare kosen-rufu. Nel mio cuore promisi solennemente: “Seguirò questo maestro. Per lui sarei disposto anche a dare la vita!”. “Da dove viene la vita, e dove va?”, continuavo a chiedermi. Quando osservavo la società, vedevo le persone fare una fatica infinita, intrappolate in un circolo vizioso di sofferenza. Io stesso stavo combattendo una battaglia contro il demone della malattia. Fu nel mezzo di tutto ciò che mi imbattei in questo brano, tratto dal Sutra dell’osservazione della mente come la terra, e ne rimasi profondamente toccato. In quel momento compresi davvero la grandezza di questa filosofia» (Ibidem).
Grazie all’incontro col presidente Toda e con il Buddismo della rivoluzione umana il giovane Ikeda – afflitto da una malattia incurabile che avrebbe potuto condurlo in breve tempo alla morte – si risvegliò alla filosofia della speranza del Buddismo del Daishonin e rimase fortemente colpito dall’incredibile concetto della “trasformazione del karma in questa esistenza” esposto nel Sutra dell’osservazione della mente come la terra.

Possiamo dire che il Buddismo sia nato dalla scoperta della possibilità di trasformare il karma. L’obiettivo del Buddismo è quello di costruire una società umana basata sulla felicità e la pace attraverso la trasformazione del karma di tutte le persone della terra.
E il passaggio dall’idea deterministica di karma, o destino, alla filosofia della speranza è l’essenza del Buddismo del Daishonin.
La Legge di causa ed effetto che opera attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro esprime una visione dell’esistenza dove tutto scorre in base al tempo e, sebbene tale visione contenga l’idea della potenzialità del cambiamento, porta facilmente a cadere nell’inganno del determinismo o della predestinazione.
Consideriamo invece i princìpi del mutuo possesso dei dieci mondi e quello di ichinen sanzen (tremila condizioni in un istante di vita), che rivelano il principio mistico per il quale la vita nell’istante presente (ichinen) compenetra tutto l’universo.
Secondo il principio del mutuo possesso dei dieci mondi, una vita in un istante può passare dal mondo di Inferno al mondo di Buddità. Perciò l’essenza di questa teoria è la trasformazione della condizione vitale, il “potenziale di trasformazione della vita presente”. La teoria di ichinen sanzen, che afferma che tutto l’universo (sanzen) è insito nella vita (mente, cuore) dell’istante presente (ichinen), esprime ancora più precisamente l’enorme influenza che ha la nostra condizione vitale nell’istante presente.
Entrambi questi principi esprimono il potenziale di trasformazione della vita nell’attimo presente (ichinen), cioè la “trasformazione dell’ichinen“.
Ponendo al centro della Legge di causa ed effetto che opera attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro la trasformazione della nostra vita nell’istante presente, cioè la trasformazione del nostro ichinen, possiamo trasformare il nostro karma.
Dunque al centro della trasformazione del karma ci sono due elementi: il presente e il cuore dell’essere umano.
Per riassumere, nella teoria della trasformazione del karma il punto cruciale non è la teoria generale della causalità deterministica che va dal passato al presente al futuro, bensì il potenziale di trasformazione insito nell’essere umano che vive nel presente e costruisce istante per istante il suo futuro.

Ma come deve cambiare l’ichinen?
Nel Gosho Alleggerire la retribuzione karmica Nichiren Daishonin scrive: «Nel Sutra del Nirvana si trova il principio dell’alleggerimento della retribuzione karmica. Se il karma pesante del passato non viene espiato in questa esistenza, si dovranno sopportare le sofferenze dell’inferno nel futuro, tuttavia, incontrando grandi difficoltà in questa vita [a causa del Sutra del Loto], le sofferenze dell’inferno svaniranno immediatamente. Alla morte si otterranno i benefici dei mondi umano e celeste, dei tre veicoli e dell’unico veicolo» (RSND, 1, 173).
Il Daishonin ha una comprensione molto più profonda delle cause del karma rispetto alla tradizione buddista in generale. Nel passo che abbiamo letto c’è scritto: «Se il karma pesante del passato non viene espiato in questa esistenza, si dovranno sopportare le sofferenze dell’inferno nel futuro».
Ma cosa si intende per “karma pesante”? Di solito, parlando del karma delle vite precedenti, si dice che esso si estingue vivendo retribuzioni di sofferenza in questa esistenza. Nichiren, però, parla anche di un karma molto più pesante che non si cancella così semplicemente ma anzi si autoalimenta, ed è quello che scaturisce dall’offesa alla Legge. Il Daishonin rivela che alla radice di questo karma pesante c’è il fatto di non credere nella Legge mistica.
La sua sostanza è l’oscurità fondamentale o ignoranza, il non riconoscere la Legge, un atteggiamento interiore che ci trascina in una spirale negativa infinita, in un male sempre più profondo che porta infine il nostro cuore, le nostre parole e le nostre azioni a rinnegare la Legge mistica. Questa è l’”offesa alla Legge”. L’influenza di questo cattivo karma non si estingue, anzi esso continua ad accumularsi diventando sempre più profondo, fino a causare la retribuzione delle «sofferenze dell’inferno» non solo nella vita presente ma anche nelle vite future.
Come si può trasformare dunque questo tipo di karma pesante? Poiché la radice di questo cattivo karma è l’offesa alla Legge, cioè il non credere nella Legge, chi compie l’azione opposta di avere fede, proteggere e propagare la Legge mistica trasforma completamente questo karma nell’esistenza presente.
La chiave della trasformazione del karma sta quindi nella trasformazione dell’ichinen rispetto alla Legge mistica. Per sradicare la radice del cattivo karma – non credere nella Legge mistica e offenderla – bisogna passare nel proprio cuore (nella propria mente o pensiero) da una condizione in cui non si crede a una condizione in cui si crede. I livelli successivi sono quelli della parola e dell’azione, che diventano parole e azioni che proteggono e propagano la Legge. Così la trasformazione del karma avviene in tutti i livelli delle azioni, e si manifesta nel nostro carattere e nel nostro modo di vivere.
Diventa indispensabile la relazione maestro discepolo: il maestro insegna qual è l’ichinen necessario per trasformare il karma, e il discepolo sviluppa nel proprio cuore lo stesso ichinen del maestro. Questa relazione è necessaria affinché ogni persona mantenga l’ichinen corretto per poter trasformare il proprio karma in questa esistenza. In base all’esperienza fatta in gioventù, Ikeda evidenzia la causa principale che genera la trasformazione del karma, la presenza di un maestro che insegna a vivere in modo sempre più nobile: «Toda era una persona di incomparabile coraggio. Essere suo discepolo mi ha aiutato a superare qualsiasi sentimento di tristezza o di autocommiserazione. Il mio cuore ardeva della gioia straordinaria di poter lottare con tutto me stesso per il mio maestro e per kosen-rufu. Ho combattuto contro tutti gli ostacoli sul nostro cammino utilizzando, come “causa” alla base dei miei sforzi, la potente determinazione che emerge dalla relazione di non dualità di maestro e discepolo. Attraverso l’incontro con un maestro nella fede, rispondendo al suo appello, lottando al suo fianco e incidendo il suo coraggio e la sua saggezza nella nostra vita, possiamo rompere il guscio del nostro piccolo io. Questa è la forza motrice della vittoria, che ci consente di costruire un grande e forte io» (Ibidem).

Il pensiero del Daishonin sulla trasformazione del karma riguarda in particolare tre aspetti: l’alleggerimento della retribuzione karmica, la possibilità di sradicare tutte le offese e il cambiamento di direzione della vita relativamente alla Legge di causa ed effetto che opera attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro.
Il primo aspetto, l’alleggerimento della retribuzione karmica (tenjukyoju), riguarda la retribuzione di sofferenza: grazie al beneficio derivante dal credere e proteggere la Legge in questa esistenza, la retribuzione di sofferenza derivante dal karma pesante accumulato a causa delle offese alla Legge commesse nelle vite passate si alleggerisce e infine si cancella dalla nostra vita.
L’offesa consiste nel non credere, nel non riconoscere la Legge. Ma quando iniziamo a credere e a proteggere la Legge, otteniamo il beneficio immenso del conseguimento della Buddità.
Non dimentichiamo che l’alleggerimento della retribuzione karmica e la trasformazione del karma non sono che un aspetto del grande beneficio del conseguimento della Buddità. Ikeda parla della Buddità come di un grande oceano che risucchia la sofferenza. Questo è lo stato vitale della Buddità. In questo senso le sofferenze che avremmo dovuto subire le viviamo in forma alleggerita, non solo, ma le trasformiamo e quindi alla fine le cancelliamo dalla nostra vita.
Quindi la strada per cancellare le pesanti retribuzioni derivanti dall’offesa alla Legge è la “pratica di proteggere la Legge”.
Nichiren scrive: «Incontrando grandi difficoltà in questa vita [a causa del Sutra del Loto], le sofferenze dell’inferno svaniranno immediatamente». L’espressione «incontrando grandi difficoltà» si riferisce alle gravi sofferenze vissute dal Daishonin, che ha subìto grandi persecuzioni e scrive il Gosho Alleggerire la retribuzione karmica subito dopo la mancata decapitazione di Tatsunokuchi e poco prima di partire in esilio verso l’isola di Sado. Non è esagerato affermare che quelle che sta vivendo sono pesanti sofferenze mai affrontate prima d’ora da altri.
L’espressione “pesanti sofferenze” contiene anche un altro importantissimo significato: il Daishonin subisce tali persecuzioni poiché ha propagato il corretto insegnamento del Sutra del Loto, e quindi questa espressione indica una “sofferenza dovuta alla dedizione al Sutra del Loto”.
Come afferma nel Gosho, il Daishonin in base al suo karma avrebbe dovuto affrontare – non solo nell’esistenza presente ma anche nelle vite future – pesanti retribuzioni per le offese alla Legge commesse nelle vite passate: «Uomini devoti, poiché le persone hanno commesso innumerevoli offese e accumulato molto cattivo karma nel passato, devono aspettarsi di ricevere retribuzioni per tutto ciò che hanno fatto. Potranno venire disprezzate, essere afflitte da un brutto aspetto, mancare di vesti e di cibo, cercare invano la ricchezza, nascere in una famiglia povera e di umile condizione sociale o che nutre opinioni errate, essere perseguitate dal sovrano. Esse possono andare soggette a varie altre sofferenze o retribuzioni» (L’apertura degli occhi, RSND, 1, 254).
Ma grazie alla pratica di proteggere la Legge nell’esistenza presente, Nichiren cancella le gravi offese commesse nelle vite passate e allo stesso tempo riceve retribuzioni più leggere: «È grazie ai meriti acquisiti proteggendo la Legge che si può diminuire in questa vita la propria sofferenza e retribuzione» (Ibidem). Quindi le grandi persecuzioni che sta affrontando sono in realtà benefici, poiché grazie a esse sta cancellando le gravi offese del passato.

Il secondo aspetto riguarda la possibilità di “sradicare tutte le offese” attraverso la trasformazione dell’ichinen dall’oscurità fondamentale alla fede nella Legge mistica, in altri termini la possibilità di cancellare il potere di influenza del cattivo karma delle vite passate. L’espressione “cancellare” non significa che il comportamento o le azioni fatte nelle vite passate vengono cancellati, ma che viene cancellato il loro potere di influenza.
L’offesa alla Legge ha come radice l’oscurità fondamentale o ignoranza. Ma quando abbiamo fede la natura di Budda emerge dalla nostra vita, e come conseguenza l’oscurità scompare e il potere di influenza del karma negativo dovuto all’offesa si cancella.
La pratica di proteggere la Legge a cui si riferisce il Daishonin è naturalmente la pratica dello shakubuku, la pratica di kosen-rufu, cioè propagare ampiamente l’insegnamento corretto.
L’epoca dell’Ultimo giorno della Legge è il periodo in cui la Legge dovrebbe estinguersi. In un periodo così malvagio, confutando le offese alla Legge e praticando la propagazione della Legge emergono grandi benefici.
Grazie a questi benefici cancelliamo il potere di influenza dell’offesa commessa nelle vite passate, eliminiamo le pesanti retribuzioni che ne derivano e tagliamo alla radice tutte le cause e gli effetti negativi.
Per questo il Daishonin scrive: «Le sofferenze dell’inferno svaniranno immediatamente». Nel momento in cui il nostro cuore in balia dell’oscurità si trasforma in un cuore che crede, tutte le offese derivanti dall’ignoranza fondamentale e dall’offesa alla Legge delle vite passate vengono cancellate e le sofferenze vengono del tutto sradicate. La cosa più importante, dunque, è che le “sofferenze dell’inferno” svaniscono in questa vita presente. Questo è il grande beneficio derivante dalla “trasformazione dell’ichinen“.
Il terzo aspetto è la trasformazione del karma considerata dal punto di vista della Legge di causa ed effetto che opera attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro: in questo senso, se l’offesa alla Legge ci immette in una spirale negativa che va da un male a un male sempre più profondo, dal momento in cui iniziamo a nutrire fede, a proteggere e a propagare la Legge, cominciamo a risalire percorrendo un circolo virtuoso verso un bene sempre più profondo. In altri termini si ha la trasformazione della direzione della vita.
Nichiren scrive: «Alla morte si otterranno i benefici dei mondi umano e celeste, dei tre veicoli e dell’unico veicolo». Quindi non soltanto cancelliamo le offese, e le sofferenze dell’inferno svaniscono immediatamente, ma la nostra vita entra in una spirale che sale verso mondi sempre più alti, fino a conseguire la Buddità. Invece di vivere nella spirale negativa dei mondi più bassi – Inferno, Avidità, Animalità, Collera – entriamo in una spirale positiva che porta a un bene sempre più grande, si ottengono i benefici dei mondi di Umanità e di Cielo, si superano i sei sentieri fino a giungere ai livelli dei benefici dei tre veicoli e a quelli dell’unico veicolo, cioè l’ottenimento della Buddità.
Quando iniziamo a credere trasformando il nostro ichinen, la nostra vita comincia a manifestare tutti i benefici di cui è già dotata. Inoltre qui l’espressione “alla morte” non significa che questi benefici si otterranno solo dopo la morte – infatti nell’istante della trasformazione dell’ichinen tutti i benefici dei mondi più elevati si manifestano immediatamente nella nostra vita – ma si riferisce al fatto che si innesca un circolo virtuoso verso i mondi più elevati o di trasmigrazione verso il bene che inizia in questa vita ma prosegue anche dopo la morte, nelle vite successive.

Nel Sutra del Loto la figura del bodhisattva Mai Sprezzante viene utilizzata come esempio di trasformazione del karma. E lo stesso Daishonin afferma spesso di aver trasformato il proprio karma basandosi sulla pratica del bodhisattva Mai Sprezzante.
Questo bodhisattva onorava chiunque incontrasse attraverso il cosiddetto “Sutra del Loto in ventiquattro caratteri”: «Non vi disprezzerò mai, poiché state praticando la via; voi tutti diverrete Budda!» (SDL, 358).
La sua pratica è nota come “inchinarsi agli altri, rispettandoli”. Durante la sua predicazione le persone lo denigravano, arrivando a colpirlo con bastoni e pietre. Ma nonostante ciò il bodhisattva Mai Sprezzante non smise mai di avere questo atteggiamento rispettoso. Sempre più indomito e saggio continuò a perseverare nel suo comportamento mantenendo fino in fondo la convinzione che la natura di Budda esiste in ogni vita. In questo modo protesse e diffuse la Legge in un’epoca in cui il Buddismo era in decadenza, e incurante delle persecuzioni propagò il concetto contenuto nel Sutra del Loto secondo il quale tutti gli esseri sono Budda.
Nichiren scrive: «Il bodhisattva Mai Sprezzante non fu deriso, insultato e colpito con pietre e bastoni senza motivo: probabilmente aveva offeso l’insegnamento corretto nel passato. La frase “quando le sue colpe furono espiate” indica che il bodhisattva Mai Sprezzante poté sradicare le colpe delle precedenti esistenze grazie alle persecuzioni che incontrò» (Alleggerire la retribuzione karmica, RSND, 1, 173).
Il risultato del suo comportamento fu la trasformazione del suo karma attraverso la purificazione dei sei sensi (lo sradicamento dei desideri e delle illusioni causati dall’azione dei sei organi di senso – occhi, orecchie, naso, lingua, corpo, mente – grazie al quale si può condurre un’esistenza felice e appagata) e infine, come effetto della sua pratica, conseguì la Buddità e rinacque come Budda Shakyamuni. Infatti nel Sutra del Loto Shakyamuni afferma: «Il bodhisattva Mai Sprezzante [...] non è altri che me stesso! Se nelle vite precedenti non avessi accettato, sostenuto, letto e recitato questo sutra, e non lo avessi predicato agli altri, non sarei mai stato in grado di conseguire l’anuttara-samyak-sambodhi (l’Illuminazione, n.d.r.) così rapidamente» (SDL, 357). La pratica del bodhisattva Mai Sprezzante fu la causa fondamentale per il suo conseguimento della Buddità, e dimostra che praticare la via di “inchinarsi agli altri, rispettandoli” conduce sicuramente alla trasformazione del karma e quindi all’Illuminazione.
Possiamo quindi concludere che alla base di tutto il Buddismo, fondato storicamente da Shakyamuni dopo il suo ottenimento dell’Illuminazione, c’è la pratica del rispetto del bodhisattva Mai Sprezzante.
Il Daishonin dichiara ai suoi discepoli che la sua pratica è la stessa del bodhisattva Mai Sprezzante.

Riassumendo fin qui.
Nichiren Daishonin insegna che la causa fondamentale del karma negativo è l’offesa alla Legge mistica, e che per trasformare questo karma è necessaria la pratica di credere e proteggere la Legge. Quando siamo infelici pensiamo che la causa della nostra infelicità sia qualcosa di insormontabile. Ma il Daishonin spiega che la fonte del karma negativo è semplicemente l’oscurità, o ignoranza rispetto alla Legge. Questa ignoranza in realtà è qualcosa di poco conto, anche se noi possiamo farci influenzare fino a cadere completamente sotto il suo giogo. Poiché la causa dell’infelicità è l’ignoranza della Legge, basta manifestare la saggezza della nostra natura di Budda per cancellarla. L’oscurità fondamentale è inerente alla nostra vita: nel momento stesso in cui richiamiamo la saggezza del Budda, questa oscurità sparisce. È come accendere la luce in un luogo buio. Quando illuminiamo un luogo buio, il cambiamento è immediato.
Ignoranza fondamentale significa non riconoscere che dentro la nostra vita esiste questa potenzialità infinita, che ogni vita, anche la nostra, è un’entità della Legge mistica. Significa non credere che in noi esiste la natura di Budda, non credere che in noi è inerente il potenziale per provare la stessa felicità assoluta realizzata dal Budda.
L’ignoranza fondamentale non riguarda soltanto la Legge, ma anche il vero aspetto della vita, e noi stessi. Nichiren Daishonin ci ha indicato la strada e ci ha fornito il mezzo per sconfiggere questa oscurità, ha iscritto il Gohonzon per attestare che ognuno di noi è un’entità della Legge mistica. Ha affrontato i tre ostacoli e i quattro demoni, e infine il demone del sesto cielo e la paura della morte, lottando fino in fondo senza mai dubitare. Namu significa proprio questo: «Io fino alla fine ho creduto profondamente nella Legge mistica». Grazie a questa perseveranza nella fede, Nichiren ha potuto manifestare il potere della Legge mistica nella sua vita. Questa è la condizione vitale che ci trasmette nel Gohonzon. «Se credi in questo Gohonzon – sta dicendo – anche tu sconfiggerai l’oscurità fondamentale nella tua vita». Con il suo esempio ha voluto dimostrarci la grandezza, la dignità suprema della vita umana. Ognuno di noi è la Torre preziosa al centro dell’universo. Ognuno di noi è un’entità di Myoho-renge-kyo. La nostra vita è preziosa e degna del massimo rispetto.
Qual è dunque il nostro compito?
Richiamare continuamente, sviluppare e consolidare la nostra fede nel Gohonzon: in questo modo possiamo sconfiggere l’oscurità fondamentale nella nostra vita. Questa non è un’impresa semplice, perché ogni giorno ci imbattiamo in cause esterne o relazioni karmiche che risvegliano la nostra parte oscurata. Per questo è necessario recitare quotidianamente Daimoku. Dobbiamo recitare Nam-myoho-renge-kyo costantemente per rafforzare la nostra fede, per continuare a sconfiggere ogni giorno l’oscurità che si manifesta nella nostra vita. La recitazione del Daimoku ha la funzione di risvegliarci a una profonda fede, ma anche quella di permetterci di continuare a praticare. Nichiren paragona la nostra vita illusa di comuni mortali a uno specchio appannato, e ci esorta a lucidare questo specchio “notte e giorno”. Se non affrontiamo la nostra oscurità, se non lottiamo costantemente per approfondire la fede, la nostra vita inevitabilmente finirà in un circolo vizioso. Alla base delle nostre esistenze c’è la natura di Budda. Lucidando la nostra vita come uno specchio permettiamo a questa natura originaria di felicità assoluta – il nostro vero aspetto – di emergere e manifestarsi. Questo significa “trasformare il karma”.

Quando una persona intraprende questo cammino verso l’ottenimento della Buddità, anche il significato della sofferenza si modifica. Alla luce della teoria della trasformazione del karma insegnata dal Daishonin, infatti, le sofferenze e le difficoltà che incontriamo acquistano la funzione di forgiare e di nobilitare la nostra vita.
In Lettera da Sado il Daishonin parla del proprio esilio come di un’opportunità preziosa per sradicare le offese passate e per purificare e rafforzare la sua vita. «È impossibile sondare il proprio karma – scrive. Una bella spada si ottiene battendo il ferro incandescente. I santi e i saggi sono messi alla prova dagli insulti. Il mio attuale esilio non è dovuto ad alcun crimine mondano; è per permettermi di espiare in questa esistenza le mie gravi offese passate ed essere libero dai tre cattivi sentieri nell’esistenza futura» (RSND, 1, 269).
E nel Gosho Lettera ai fratelli incoraggia i fratelli Ikegami ad affrontare le difficoltà ricordando loro che le sofferenze permettono di rafforzare la fede e raggiungere la Buddità: «Voi due avete continuato ad aver fede nel Sutra del Loto e perciò vi state liberando delle gravi colpe commesse in passato. Forgiando il ferro, tutti i suoi difetti vengono in superficie. Una roccia messa sul fuoco si ridurrà in cenere, mentre l’oro diverrà oro puro. Questa prova, più di ogni altra cosa, dimostrerà l’autenticità della vostra fede e le dieci fanciulle demoni del Sutra del Loto vi proteggeranno» (RSND, 1, 442).
Quindi la sofferenza non è mai gratuita, ma è l’occasione per trasformare il nostro ichinen e manifestare la Buddità, per credere, proteggere e propagare la Legge mistica.
Inoltre, alla luce della teoria della trasformazione del karma spiegata dal Buddismo di Nichiren Daishonin, non soltanto si chiarisce il senso delle difficoltà che incontriamo, ma cambia profondamente anche il significato della vita. Questo concetto è espresso dal principio di ganken ogo, “scegliere deliberatamente il karma appropriato”, contenuto nel Sutra del Loto.
Secondo questo principio, vi sono due motivi per cui nasciamo e sperimentiamo le sofferenze nell’Ultimo giorno della Legge: la rinascita secondo la retribuzione karmica (giapp. gossho) e la rinascita per realizzare il grande desiderio del bodhisattva, ossia il desiderio di aiutare tutte le persone (giapp. gansho).
Anche in questo secondo caso si dovranno affrontare le sofferenze legate al karma, ma il concetto di retribuzione viene sostituito dall’idea della libera scelta, giacché si crea deliberatamente il karma appropriato per poter realizzare il grande desiderio del bodhisattva di rinascere in questo mondo per poter aiutare le altre persone.
C’è un passo del Sutra del Loto che rivela il principio di ganken ogo: «Sappi che tali persone [maestri della Legge che propagano il Sutra del Loto dopo la scomparsa del Budda] hanno già offerto doni a centomila milioni di Budda; sotto quei Budda hanno adempiuto il loro grande voto e, mossi da compassione per gli esseri viventi, sono nati in questo mondo umano» (SDL, 208).
Coloro che propagano la Legge rinascono in questo mondo per poter aiutare le altre persone, e per fare questo è necessario che affrontino difficoltà e problemi. In sostanza essi incontrano la sofferenza non per retribuzione karmica, ma per poter capire e condividere la sofferenza altrui. In questa prospettiva il senso profondo della vita in questo mondo cambia radicalmente.
Scrive Ikeda: «Il presidente Toda spesso diceva: “Chi è troppo perfetto ha difficoltà a inserirsi tra la gente. Allo scopo di diffondere il Buddismo scegliamo intenzionalmente di nascere come persone povere o malate”. Un’altra sua frase abituale era: “Vivere è come ricoprire il ruolo di un attore in una commedia”. Diceva anche: “Ho subito la perdita di mia moglie e di mia figlia, le mie imprese sono fallite. Ma proprio perché ho sperimentato tali sofferenze, mi è stato possibile diventare presidente della Soka Gakkai”. Le persone che non hanno sperimentato lotte difficili e sofferenze non possono capire il cuore degli altri. Solamente chi ha gustato l’amarezza della vita può aiutare gli altri» (La saggezza del Sutra del Loto, vol. 2, Esperia, pp. 93-94).
Quindi, sebbene nella vita si subiscano le conseguenze delle azioni passate, se si conosce il principio della trasformazione del karma l’esistenza smette di essere dolorosa e diventa il mezzo – attraverso la propria rivoluzione umana – per guidare molte altre persone a trasformare il proprio karma.
Scrive ancora Ikeda: «Considerare semplicemente le nostre sofferenze come karma significa guardare indietro. Il nostro atteggiamento dovrebbe essere piuttosto: “Queste sono le sofferenze che ho scelto per realizzare la mia missione. Ho giurato di superare questi problemi attraverso la fede”. Quando comprendiamo il significato dell’espressione “scegliere deliberatamente il karma appropriato” (ganken ogo), la nostra percezione della vita cambia: ciò che avevamo precedentemente considerato come karma cominciamo a vederlo come missione e, senza alcun dubbio, riusciamo a superare il karma che noi stessi abbiamo scelto» (Ibidem).
Se guardiamo così alla vita, con uno sguardo libero dal pessimismo e dai sentimentalismi, riusciamo a sconfiggere l’oscurità fondamentale e consentiamo che emerga in noi, istante dopo istante, la forza inerente al mondo di Buddità attraverso la quale possiamo consolidare la nostra determinazione di vincere.
Riusciamo così a costruire, a forgiare, un io potente e solido. Un io che non ci fa fuggire davanti ai problemi ma, al contrario, ci spinge a risolverli risolutamente facendo nostre le sofferenze altrui e lottando per la nostra felicità e per quella delle altre persone. Questo è lo stato vitale del bodhisattva basato sul mondo di Buddità. 

Bibliografia

Buddismo e Società n.137 novembre dicembre 2009

 

I caratteri della torre preziosa

di Daisaku Ikeda, Katsuji Saito, Masaaki Morinaka
Il Gohonzon riproduce fedelmente la Cerimonia nell’aria in cui il nome di ogni personaggio rappresenta un aspetto della vita.

MORINAKA: Presidente Ikeda, nel vostro dialogo1, lo studioso indiano Lokesh Chandra afferma riguardo alla Cerimonia nell’aria:
«La Cerimonia nell’aria che vede al centro la torre preziosa, esprime un insegnamento esclusivo del Sutra del Loto. Shakyamuni, il Budda del presente e Molti Tesori, il Budda dall’infinito passato, vengono presentati su un piano di totale eguaglianza.
«Ciò simboleggia la verità eterna, l’infinita fortuna e i benefici che si manifestano nella vita di ciascun individuo. Inoltre esprime anche il principio dell’ottenimento della Buddità nella propria forma presente.
«Nichiren Daishonon non si limitò a leggere il Sutra del Loto, ma lo mise in pratica, dimostrando con la sua vita che i cinque caratteri del Daimoku sono veramente la strada diretta per ottenere la Buddità.
«La torre preziosa del Budda Molti Tesori non rappresenta tanto un singolo insegnamento fra i molti contenuti nel sutra, ma serve a mettere in luce la superiorità di tutti questi insegnamenti e dello spirito che permea il sutra. Perciò la torre preziosa è il Daimoku, è il sutra stesso».

IKEDA: In senso verticale la torre preziosa simboleggia le tre esistenze di passato, presente e futuro mentre in senso orizzontale simboleggia la Legge che è una sola cosa con il Budda e che pervade l’universo intero. Quando siamo di fronte a questa torre preziosa dovremmo mirare alle sue sublimi altezze e aspirare a un illimitato miglioramento di noi stessi.

SAITO: Riguardo al significato della torre come oggetto, lo studioso giapponese di estetica Toshio Takeuchi afferma: «La torre che sale a grandi altezze eleva gli spiriti di coloro che la osservano, e ne nobilita i pensieri indirizzandoli verso la pura spiritualità. Perciò possiede una qualità sublime». La torre simboleggia l’innalzarsi della propria realtà verso un più alto ideale.

IKEDA: La torre preziosa nasce dalle profondità delle terra e s’innalza nel cielo sopra il mondo di saha. Simboleggia l’emersione dall’eterna fonte del mondo, il passaggio attraverso la dura realtà di questo regno di sofferenza e l’ascesa verso il futuro e verso più alti ideali.
Il nepalese dottor Soorya B. Shakya2, che fra l’altro si dice discendesse dal clan di Shakyamuni, spiega che la Cerimonia nell’aria rappresenta l’immensa condizione vitale del Budda. Essa include nel suo “presente” sia “i mondi delle dieci direzioni del passato” che “i mondi delle dieci direzioni del futuro”. Secondo lo studioso rappresenta la condizione di Buddità che trascende il tempo e lo spazio: quando ci risvegliamo alla realtà esposta nella Cerimonia nell’aria acquisiamo la capacità di realizzare qualsiasi cosa.

SAITO: La dottoressa Margarita I. Vorobyova-Desyatovskaya dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia delle scienze russa, studiosa del Sutra del Loto di fama mondiale, sostiene che il capitolo Durata della vita spiega la condizione vitale di fusione con il Budda e la descrive come un concetto che trascende il tempo, in cui l’energia dell’universo diventa la propria energia. A suo avviso ciò che il Sutra del Loto chiama eternità è questa condizione vitale nella quale si riesce a percepire questo senso di unicità con l’universo.

IKEDA: La Cerimonia nell’aria trascende il tempo e lo spazio. Non si svolge in un luogo o in un tempo particolare. Proprio per questo siamo in grado di unirci a essa in ogni momento e in ogni luogo.
Pregando il Gohonzon, che fu iscritto sulla base della Cerimonia nell’aria, diventiamo in quello stesso momento una sola cosa con la vita eterna e universale e riveliamo una condizione vitale nella quale possiamo osservare l’intero universo dal punto in cui ci troviamo. Con la pratica giornaliera di Gongyo e Daimoku possiamo unirci all’eterna Cerimonia nell’aria qui e ora. Possiamo far risplendere la torre preziosa dentro di noi in modo che illumini la nostra vita e le nostre attività quotidiane. Questa è la meraviglia del Gohonzon. Un magnifico “cosmo” di vita si apre per noi e la realtà ci appare come un mondo di creazione di valore.
C’è un poema che Shakyamuni compose quando ottenne l’Illuminazione, nel quale egli afferma di essere diventato un Budda percependo che il sole della Legge mistica splendeva luminoso nella sua vita, era la stessa cosa della sua vita.

MORINAKA: Una strofa recita:
Quando il Dharma si rivela davvero
in un praticante che medita sinceramente,
in quel momento egli ha demolito gli eserciti del demone
e dimora in pace.
È come il sole che brilla nel cielo.

IKEDA: Immediatamente prima di ottenere l’Illuminazione, Shakyamuni si risvegliò alla legge di origine dipendente [cioè al fatto che tutte le cose sono interconnesse e indissolubilmente legate in una rete di rapporti causali] e sradicò le relazioni karmiche che sorgono dall’ignoranza. Di conseguenza tutti i suoi dubbi e le sue illusioni scomparvero. Egli ottenne questa condizione mentale manifestando il Dharma3, cioè la Legge mistica.

SAITO: Sradicare le relazioni karmiche che sorgono dall’ignoranza e manifestare la Legge mistica sono due concetti strettamente legati. Nei sutra si cita l’affermazione di Shakyamuni secondo cui chiunque comprende l’origine dipendente comprende il Dharma e viceversa.

IKEDA: Il termine “relazioni karmiche che sorgono dall’ignoranza” si riferisce al ciclo di sofferenze di nascita e morte causato dai desideri fondamentali o desideri egoistici di autoconservazione che sono paragonati a una freccia che trafigge il cuore delle persone. Sta a indicare le relazioni karmiche che sorgono dall’ignoranza o illusione innata, cioè dall’oscurità fondamentale. E si riferisce anche ai “tre sentieri5 dei desideri terreni, karma e sofferenza” e alla “trasmigrazione nei sei sentieri”.
L’ignoranza fondamentale dà origine ai desideri terreni che a loro volta portano all’accumulo di karma negativo intrappolondoci in un ciclo di trasmigrazione da una condizione di sofferenza alla successiva. Sradicare i legami karmici che sorgono dall’ignoranza significa porre radicalmente fine a questa trasmigrazione sradicando e liberandosi dalle relazioni karmiche che hanno dato origine al ciclo. La chiave per farlo consiste nel fare ritorno alla Legge mistica fondamentale.
All’opposto dell’oscurità fondamentale, la Legge mistica fondamentale corrisponde alla natura del Dharma o all’Illuminazione. Se le cause e le condizioni per soffrire nel ciclo di nascita e morte risiedono nei tre sentieri dei desideri terreni, karma e sofferenza, il modo per ottenere la Buddità si trova nelle tre virtù6 del corpo del Dharma, della saggezza e dell’emancipazione.
Ci si risveglia alla Legge (percependo così il nostro corpo del Dharma), si manifesta saggezza (rivelando così la nostra saggezza) e si ottiene una libertà sostanziale dalla sofferenza (ottenendo così l’emancipazione). Infine si pone fine alla trasmigrazione attraverso le sofferenze di nascita e morte che sopportiamo sin dal tempo senza inizio e si ottiene lo stato vitale di un Budda, dotato delle quattro virtù7 di eternità, felicità, vero io e purezza.

MORINAKA: Nel Raggiungimento della Buddità in questa esistenza il Daishonin spiega8 che per liberarci dalle sofferenze di nascita e morte dobbiamo percepire la «mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani» (SND, 4, 3) [di tutti gli esseri viventi (WND, 3)], e il mezzo per far questo non è altro che recitare Myoho-renge-kyo.

SAITO: In Ascoltare per la prima volta la dottrina del veicolo del Budda il Daishonin dice: «Per innumerevoli eoni passati noi esseri viventi abbiamo incarnato i tre sentieri [dei desideri terreni, karma e sofferenza]. Adesso, poiché abbiamo incontrato il Sutra del Loto, i tre sentieri sono diventati le tre virtù [del corpo del Dharma, della saggezza e dell’emancipazione]» (GZ, 983).
Nello stesso scritto cita il principio9 di “cambiare il veleno in medicina” esposto da Nagarjuna nel Daichido ron. Egli afferma che, abbracciando la Legge mistica, noi che viviamo immersi nei tre sentieri possiamo, così come siamo, conseguire le tre virtù e ottenere la Buddità10.

IKEDA: Quando crediamo nella Legge mistica essa si manifesta dentro di noi e la nostra condizione vitale cambia radicalmente. Vengono sradicati i legami karmici che sorgono dall’ignoranza e la Legge mistica arricchisce la nostra vita, espandendosi anche al nostro ambiente. Il mondo si trasforma radicalmente. Questa è il beneficio fondamentale del Gohonzon.

MORINAKA: La presenza alla Cerimonia nell’aria degli esseri viventi dei dieci mondi illuminati dalla Legge mistica è molto significativa. Vuol dire che, indipendentemente dalle loro sofferenze gli esseri viventi possono rivelare la propria identità di entità della Legge mistica, essere liberati dalla sofferenza e ottenere l’Illuminazione, grazie al Gohonzon.

SAITO: Nel Vero oggetto di culto il Daishonin descrive il Gohonzon come «la rappresentazione di quel Budda» [del capitolo Durata della vita] (SND, 1, 236). Il Daishonin non creò una statua o un’immagine dipinta ma un mandala composto di caratteri scritti [cinesi e sanscriti]. Perché?

IKEDA: Nell’Apertura degli occhi di immagini dipinte o scolpite il Dashonin evidenzia, fra le trentadue caratteristiche che distinguono un Budda, la voce pura e penetrante, che è l’unico attributo invisibile. Di conseguenza una forma scolpita o dipinta non può esprimere la totalità del Budda (vedi SND, 6, 19). L’infinita ricchezza della mente va al di là del tempo e dello spazio e di certo la mente del Budda non può essere completamente espressa da una rappresentazione fisica, come una statua o un dipinto che sono circoscritte nel tempo e nello spazio.

MORINAKA: La Legge eterna, anche se invisibile, sicuramente esiste e poiché non può essere espressa solo con un’immagine il Daishonin fece uso di caratteri scritti.

IKEDA: Inoltre l’apprezzamento di un dipinto o di una scultura varia da una persona all’altra. È umano essere catturati dalla forma estetica che abbiamo davanti agli occhi e questo può essere un ostacolo per la comprensione della verità che quella forma rappresenta.

SAITO: Per esempio si può finire col notare solo certe distinzioni: se una certa figura è maschile o femminile, grassa o snella.

IKEDA: È estremamente difficile esprimere la Legge universale ed eterna con un dipinto o una scultura. Per questo, per rivelare la “legge eterna che è una sola cosa con il Budda eterno” a tutte le persone e assicurarne la propagazione, il Daishonin scelse un testo scritto invece che un’immagine.

MORINAKA: Sicuramente un testo scritto ci invita a prendere in considerazione l’autore e il signficato delle parole. Ci spinge a riflettere su chi lo ha scritto e sulla sua intenzione.

IKEDA: Parole e scrittura ci guidano verso lo spirito, verso la “causa”, mentre dipinti e sculture tendono a indirizzare la nostra attenzione sull’ “effetto”.

MORINAKA: Spesso ci può capitare di essere attratti dalla bellezza di un dipinto o di una scultura ma raramente ci soffermiamo a riflettere sul punto di vista del suo creatore. Solo in tempi moderni è andato crescendo l’interesse verso i creatori delle opere d’arte. Nel Medioevo molti compositori e artisti erano semplicemente anonimi.
Dunque, di causa ed effetto, le immagini dipinte o scolpite esprimono l’effetto e, fra gli attributi visibili e invisibili, esprimono soltanto quelli visibili.

IKEDA: Quindi non potranno mai esprimere totalmente Nam-myoho-renge-kyo, la Legge fondamentale che comprende tutte le cause (pratiche) e tutti gli effetti (virtù). Però gli attributi invisibili del cuore e della mente possono essere espressi dalle parole. Come afferma il Daishonin: «Le parole esprimono e comunicano attraverso la voce i sentimenti del nostro cuore» (GZ, 563). E le parole possono essere conservate e trasmesse attraverso la scrittura. I sutra infatti conservano e trasmettono in forma scritta la mente del Budda.
Scrivere è un’espressione del cuore e della mente. Così la parola scritta possiede la funzione del Budda di condurre eternamente le persone all’Illuminazione. Il Daishonin afferma che «il Budda salva le persone attraverso la parola scritta» (GZ, 153) e che «i sutra fondamentalmente sono parole scritte. T’ien-t’ai commenta che le parole sono la fonte della vita di tutti di Budda attraverso le tre esistenze» (GZ, 381). Inoltre dice: «La voce pura e penetrante svanisce [nell’epoca successiva alla morte del Budda], mentre, assumendo una forma nei caratteri scritti, può portare benefici agli esseri umani» (SND, 6, 23).

SAITO: Dopo la morte del Budda sono le parole scritte che ne svolgono la funzione di condurre le persone all’Illuminazione.

IKEDA: Ma nell’Apertura degli occhi di immagini dipinte o scolpite il Daishonin spiega che anche le cose scritte possono differire in altezza o profondità. C’è una differenza fra i sutra che espongono insegnamenti “in accordo con la mente degli altri”, che tengono contro delle capacità delle persone per guidarle, e quelli esposti “secondo la mente del Budda” che rivelano la vera intezione di quest’ultimo.
Perciò, nella seconda metà del Vero oggetto di culto, quando discute del metodo per stabilire correttamente l’oggetto di culto da propagare nell’Ultimo giorno della Legge, il Daishonin impiega un’analisi in cinque fasi basata sui tre stadi11 della preparazione, della rivelazione e della trasmissione per spiegare il vero intento del Budda. È la cosiddetta quintupla visione12 della rivelazione.

IKEDA: Il Daishonin percepì la Legge mistica dentro di lui e utilizzò la Cerimonia nell’aria per rappresentare graficamente il cosmo della sua stessa vita. Questo mandala è il Gohonzon che materializza i dieci mondi.
Il Daishonin conclude il Vero oggetto di culto affermando: «Con grande compassione per coloro che ignorano la gemma di ichinen sanzen, il Budda l’ha avvolta con i cinque ideogrammi e l’ha appesa al collo della gente ignorante dell’Ultimo giorno» (SND, 1, 251).
Nel Gohonzon di Nam-myoyo-renge-kyo dell’ichinen sanzen concreto il Daishonin iscrisse il seme fondamentale o causa per l’ottenimento della Buddità e lo donò a tutta l’umanità. Quando abbracciamo il Gohonzon e crediamo in esso diventiamo capaci di percepire concretamente la Legge mistica nella nostra vita.
Josei Toda, secondo presidente della Soka Gakkai, spiegava così13 la Cerimonia nell’aria: «Il grande e mistico stato vitale della Buddità è latente nelle nostre vite. Il potere e la condizione di questo stato vitale va oltre ogni immaginazione e descrizione. Eppure possiamo manifestarlo nella nostra vita. La cerimonia del capitolo L’apparizione della torre preziosa spiega che possiamo effettivamente manifestare la condizione latente di Buddità all’interno della nostra stessa esistenza».
La nostra vita è una splendida torre preziosa ma è difficile percepire questa verità. Percepirla signfica “vedere14 la torre preziosa” e lo “specchio” che ci permette di farlo è la cerimonia del capitolo L’apparizione della torre preziosa.
Ma, nell’epoca dell’Ultimo giorno dopo la morte del Budda, l’insegnamento corretto è caduto in disuso e le persone non capiscono più il significato simbolico della Cerimonia nell’aria. Per questo il Daishonin la utilizzò per iscrivere il Gohonzon rivelando così che la Legge fondamentale di Nam-myoho-renge-kyo è il “limpido specchio” per percepire la vera natura della nostra vita.
Questo Gohonzon, così come la stessa cerimonia della torre preziosa, rende possibile la manifestazione del mondo di Buddità nella vita di ogni persona e in tutto il paese. Quando noi persone dell’Ultimo giorno della Legge, utilizzando il Gohonzon come limpido specchio, crediamo che lo stesso vasto cosmo di vita esista dentro di noi, possiamo schiudere nella nostra vita questa vasta e illimitata condizione, eliminando così alla radice ogni sofferenza e costruendo una felicità indistruttibile ed eterna.

SAITO: La chiave per mettere in pratica tutto questo consiste nel principio per cui abbracciare il Gohonzon equivale a osservare la propria mente, cioè a ottenere l’Illuminazione. E, come lei ha già spiegato più volte, l’aspetto centrale nell’“abbracciare il Gohonzon” è l’atteggiamento di non risparmiare la propria vita.

MORINAKA: Alla fine del Vero oggetto di culto il Daishonin spiega che i Bodhisattva della Terra appariranno per stabilire l’oggetto di culto: «Questo è il periodo in cui appariranno i Bodhisattva della Terra che stabiliranno in questo paese l’oggetto di culto universale, con il Budda Shakyamuni di honmon che assiste [il Budda originale]. Questo oggetto di culto non è mai apparso in India o in Cina» (SND, 1, 250).

IKEDA: Naturalmente Nichiren Daishonin è il precursore dei Bodhisattva della Terra di cui sta parlando e fu lui a stabilire il Gohonzon. Perciò l’affermazione che «questo è il periodo» è molto importante. Citando15 un commentario del Gran maestro Dengyo il Daishonin lo descrive come “un’epoca di conflitti”.
E, riferendosi alla propria epoca, spiega che quest’espressione significa: «i due disastri, la presente lotta intestina e l’invasione del mare occidentale» (SND, 1, 250).

SAITO: Sono i disastri predetti nel Rissho ankoku ron (1260). Il disastro della lotta intestina si verificò con i disordini16 del febbraio 1272, l’anno prima che il Daishonin scrivesse Il vero oggetto di culto. Il disastro dell’invasione straniera, che è ciò che intende con «invasione del mare occidentale», si concretizzò con l’invasione del Giappone da parte dell’esercito mongolo.

IKEDA: Il fatto che i Bodhisattva della Terra appaiano per stabilire l’oggetto di culto in un’epoca di conflitti è di per se una testimonianza eloquente che il Buddismo è un insegnamento per la pace e la felicità umana.
I conflitti hanno come effetto una duplice brutalità. Anzitutto danneggiano direttamente la vita e in secondo luogo straziano il cuore della gente e recidono i legami umani. Queste sono funzioni del “demone” che distrugge il “cosmo” o ordine armonioso della vita umana. La guerra è deprecabile.
È brutale e crudele. Ed è in una simile epoca di conflitto che i Bodhisattva della Terra stabiliscono il Gohonzon per la salvezza di tutte le persone.
Prima abbiamo analizzato la relazione fra l’aspetto formale del Gohonzon e la Cerimonia nell’aria. A questo proposito vorrei ribadire che il Gohonzon comprende in sé tutti gli esseri dei dieci mondi così come tutti i membri dell’assemblea, senza eccezioni, erano inclusi nella Cerimonia nell’aria.
Gli insegnamenti provvisori esposti prima del Sutra del Loto, abbandonano gli esseri dei sei sentieri e dei due veicoli (ascoltatori della voce e pratyekabuddha) e infine anche i bodhisattva. Comunicano un’avversione nei confronti dei nove mondi. Il Sutra del Loto ha un’approccio diametralmente opposto.

MORINAKA: In effetti ci sono religioni che mirano soltanto alla salvezza di un ristretto gruppo di “prescelti”.

IKEDA: La struttura del Gohonzon suggerisce l’uguale dignità e nobiltà di tutte le persone. Il Gohonzon (Nam-myoho-renge-kyo) ha il potere di creare collaborazione e armonia e dissolvere divisione e conflitti. Ha il potere di salvare le persone dei sei sentieri che soffrono più di tutti. I Bodhisattva della Terra sono coloro che manifestano questo potere.
Il Daishonin afferma: «A meno che […] non si stabilisca che questo è l’insegnamento supremo, i disastri e le calamità non potranno cessare» (SND, 5, 81). Nella lotta fra la natura demoniaca e la natura di Budda la missione dei Bodhisattva della Terra è vincere a qualsiasi costo. Se i Bodhisattva della Terra non trionfano sul male, il mondo rimarrà per sempre prigioniero di un ciclo di malvagità incessante. Quando vinciamo sul male la natura del Dharma si manifesta e si realizza un mondo armonioso basato sull’unicità di bene e male17.

SAITO: L’inclusione di Devadatta nel Gohonzon può essere considerata un’esortazione a trionfare sulla natura demoniaca della vita.

IKEDA: Esatto, si dice che per la sua sfiducia, gelosia, arroganza e odio nei confronti degli altri Devadatta sia caduto nell’inferno da vivo. In qualsiasi altra religione chiunque si fosse opposto così aspramente al fondatore o alla figura centrale, cercando persino di ucciderlo, sarebbe stato condannato alla dannazione eterna. Eppure la luminosa compassione del Sutra del Loto risplende anche sul sofferente Devadatta che era caduto nell’inferno.

SAITO: Nell’Introduzione del Sutra del Loto un raggio di luce scaturisce dal ciuffo bianco fra le sopracciglia di Shakyamuni e illumina come un faro il mondo delle dieci direzioni. Questa luce raggiunge persino l’inferno di incessante sofferenza.

IKEDA: Negli Insegnamenti orali il Daishonin afferma che «la luce che emana dal ciuffo di peli bianchi è Nam-myoho-renge-kyo» (GZ, 712).
Poiché questa luce illumina tutti i regni dei dieci mondi sigifica che «gli esseri dei dieci mondi possono tutti ottenere la Buddità simultaneamente» (GZ, 712).
Afferma inoltre: «Perciò sono indotto a concludere che la frase “raggiunge persino l’inferno di incessante sofferenza” significa che il Budda proietta la sua luce per condurre Devadatta a ottenere la Buddità» (GZ, 712).

MORINAKA: Secondo il Daishonin il raggio di luce che raggiunge l’inferno di incessante sofferenza, rendendo possibile l’ottenimento della Buddità nella loro forma presente agli esseri che vi si trovano, indica il potere del Daimoku di recare benefici ai defunti (vedi GZ, 712). Viene da chiedersi se Shakyamuni avesse perdonato la malvagità di Devadatta.

IKEDA: Shakyamuni rimproverò con la massima severità il comportamento malvagio di Devadatta. Su questo non v’è alcun dubbio. È proprio denunciando il male che possiamo aprire gli occhi alle persone malvagie perché l’udire voci in cui riecheggia la giustizia della Legge mistica attiva la natura di Budda che giace latente dentro il loro cuore. Ma poichè il cuore di queste persone è coperto da una spessa e dura coltre di ignoranza una voce debole non li raggiungerà. Occorre una voce che critichi severamente, che richiami il male alle proprie responsabilità per spezzare questa scorza dura e illuminare la natura di Budda.

SAITO: Fu così per i quattro tipi di credenti che perseguitavano il bodhisattva Mai Sprezzante. Poiché questi continuava a mostrare rispetto nei loro confronti anche se lo attaccavano, cominciarono a provare rimorso. Nella Scelta del tempo il Daishonin spiega18 che la pratica del bodhisattva Mai Sprezzante di riverire gli altri equivale a rimproverare il male.

IKEDA: Il bodhisattva Mai Sprezzante continuò a lottare e alla fine ebbe la meglio. Se la giustizia rimane in silenzio il male prospererà sempre di più. Insistere a denunciare il male fino a quando le persone malvagie stesse non provano rimorso significa agire con compassione.

MORINAKA: In Giappone molti non lo capiscono. A causa di un’errata visione della tolleranza tendono a pensare che, una volta messo in evidenza un errore, ciò sia sufficiente.
Poiché Shakyamuni insistette fino in fondo e senza compromessi a rimproverare Devadatta per la sua malvagità anche questi alla fine provò rimorso. Ma secondo19 La scelta del tempo, a causa del suo cattivo karma fece in tempo solo a gridare Namu! (devozione) prima di cadere nell’inferno di incessante sofferenza. E così Shakyamuni diresse la luce della Legge mistica verso quell’inferno.

IKEDA: Nel Gohonzon non è rappresentato soltanto il Devadatta che tradì Shakyamuni e fu tormentato da atroci sofferenze. Nel Gohonzon vediamo anche il Devadatta che, illuminato dalla Legge mistica, è diventato un devoto della Legge nel mondo d’Inferno assumendosi la missione unica di armonizzare quel regno di estrema infelicità. La Buddità di quest’unica persona malvagia apre la strada per la Buddità a infinite persone malvagie.
Parlavamo in precedenza dei tre significati del carattere myo. L’oggetto di culto del Buddismo di Nichiren Daishonin contiene il potere di creare armonia, che è l’ideale di tante religioni. Perciò il Dashonin lo iscrisse in un’epoca di conflitti, in un tempo caratterizzato dall’oscurità più tetra.

SAITO: In Giappone, che divenne il punto di partenza e il centro di kosen-rufu, c’è un profondo legame fra diffusione degli insegnamenti e conflitti. Il Daishonin iscrisse il Gohonzon all’epoca dell’invasione mongola, una minaccia di proprozioni inaudite per il paese. Anche la Soka Gakkai nacque nel bel mezzo degli eventi che condussero alla Seconda guerra mondiale, un periodo di conflitti senza precedenti, e il presidente Toda iniziò a propagare la Legge mistica nella desolazione del dopoguerra. Il nucleo di questa propagazione è il Gohonzon. Portando avanti il voto del suo maestro e predecessore Tsunesaburo Makiguchi, il presidente Toda si alzò deciso a salvare attraverso la Legge mistica le persone che soffrivano nel Giappone post-bellico.

IKEDA: In ogni suo sforzo per kosen-rufu Toda partì dal Gohonzon. L’alba di kosen-rufu sorse nel cuore della notte del 3 luglio 1945, il giorno del suo rilascio dal carcere. Ebbe inizio nella stanza del mio maestro.

MORINAKA: Nel capitolo Alba del primo volume della Rivoluzione Umana, la storia romanzata della Soka Gakkai, lei descrive così la scena:
«Le tende per l’oscuramento coprivano le finestre delle stanze al piano superiore. Josei Toda si inchinò davanti al Gohonzon, la casa avvolta nel silenzio minaccioso che precedeva l’attacco aereo. Mise tra le labbra una foglia di sempreverde e staccò il Joju Gohonzon dal gancio a cui era appeso. Si tolse gli occhiali e osservò attentamente i singoli ideogrammi, tenendo il rotolo così vicino che quasi lo sfiorava con la faccia.
«“Era proprio così. Nulla di sbagliato. Esattamente come lo vidi allora…”.
«Mormorando con un filo di voce, provò una profonda soddisfazione nel verificare che la Cerimonia nell’aria che aveva visualizzato interiormente durante la prigionia era rappresentata nel Gohonzon. Si sentì appagato e le lacrime iniziarono a scendergli lungo le guance. Le sue mani ebbero un fremito; con tutta la sua energia gridò: “Gohonzon! Daishonin! Io, Toda, realizzerò kosen-rufu!”
«Sentì che questa sua determinazione ardeva nell’anima come un oggetto incandescente. Bruciava suo malgrado, una fiamma che niente poteva estinguere, il sole eternamente sorgente di kosen-rufu» (RU, 1, 23).

IKEDA: Toda me ne parlò diverse volte condividendo con me la gioia irrefrenabile che aveva provato in quell’occasione.
Fu il punto di partenza per una propagazione senza precedenti del Gohonzon, un risultato senza pari nei settecento anni trascorsi dalla morte di Nichiren Daishonin. Grazie al voto di Toda, al suo desiderio di condurre le persone alla felicità con il Gohonzon, lo spirito di Nichiren Daishonin ora si è diffuso in tutto il mondo.
Come afferma il Daishonin nella conclusione del Vero oggetto di culto. Il Gohonzon incarna la compassione del Budda. Tuttavia se lo preghiamo senza agire concretamente per kosen-rufu l’immensa compassione del Budda originale non si trasmetterà alla nostra vita. È quando abbiamo “la stessa mente di Nichiren” e diventiamo suoi discepoli, cioè ci battiamo per kosen-rufu con la sua stessa determinazione che quest’immensa compassione scorre dentro di noi come un grande fiume.
Il beneficio del Gohonzon è infinito e inesauribile. È così illimitato e incommensurabile che gli immensi benefici che avete ricevuto finora non sono niente in confronto.
Il supremo beneficio del Gohonzon è la trasformazione del destino dell’umanità e la fede dei membri della Soka Gakkai gli sta pemettendo di manifestarsi.
È giunto il momento che la nostra rete di Bodhisattva della Terra, ora diffusa in 185 paesi del mondo, dia prova del meraviglioso potere del Gohonzon, disperdendo l’oscurità che ottenebra il mondo.
(continua)

note:

1. Lokesh Chandra e Daisaku Ikeda, Toyo no Tetsugaku o Kataru (Dialogo sulle filosofie orientali), Tokyo, Daisan Bummeisha, 2002, pag. 305.
Lokesh Chandra è direttore dell’Accademia internazionale di cultura indiana. Suo padre era Raghu Vira, grande sanscritista. Il dottor Chandra è autore di numerose opere e possiede una vasta conoscenza del Buddismo.

2. Fu vicerettore della Tribhuvan University. Morì nel 1999 all’età di settantaquattro anni.

3. L’altra strofa del poema recita: «Quando il Dharma si manifesta davvero / in un praticante che continua a meditare sinceramente / in quel momento tutti i suoi dubbi e le sue illusioni scompaiono / perché egli ha compreso la legge di origine dipendente» e «Quando il Dharma si manifesta davvero / in un praticante che continua a meditare sinceramente / in quel momento tutti i suoi dubbi e le sue illusioni scompaiono / perché egli ha sradicato tutti i tipi di relazione karmica».

4. Vedi The Middle Length Sayings (Majjhima Nikaya) trad. a c. di I. B. Horner, Oxford, The Pali Text Society, 1995, vol. 1, pagg. 236-37. Espressioni simili si trovano anche in altri sutra. Nel Samyutta Nikaya si trova il brano: «Chi vede il Dharma vede me [il Budda]. E nel Prasannapada: «Chi vede l’origine dipendente vede il Dharma. Chi vede il Dharma vede il Budda».

5. Sono chiamati sentieri perché uno conduce all’altro. I desideri terreni, fra cui avidità, collera, stupidità, arroganza e dubbio, danno origine ad azioni che creano karma negativo, i cui effetti si manifestano come sofferenza. La sofferenza incrementa i desideri terreni, conducendo a ulteriori azioni distorte che creano ancor più karma negativo e sofferenza. Intrappolate in questo circolo vizioso le persone sono destinate a soffrire negli stati inferiori dell’esistenza.

6. Le tre virtù sono i tre attributi di un Budda: 1) il corpo del Dharma è la verità che il Budda ha compreso o vero aspetto di tutti i fenomeni (vera entità della vita, n.d.t.); 2) la saggezza è la capacità ci comprendere questa verità; 3) l’emancipazione è la condizione di libertà dalle sofferenze di nascita e morte.

7. Sono le quattro nobili qualità della vita di un Budda: “eternità” significa che la natura di Budda è immutabile ed eterna; “felicità” significa tranquillità interiore di fronte a qualsiasi sofferenza; “vero io” significa che il Budda esprime la propria natura intrinseca; “purezza”signfica libertà dall’illusione e dai comportamenti sbagliati.

8. «Se vuoi liberarti dalle sofferenze di nascita e morte che sopporti dall’eternità e raggiungere sicuramente la suprema Illuminazione in questa esistenza, devi risvegliarti alla mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani. Questa verità è Myoho-renge-kyo. Di conseguenza recitare Myoho-renge-kyo ti permetterà di percepire la mistica verità dentro di te» (SND, 4, 3).

9. Si trova in un brano in cui si parla di “un grande medico che può trasfromare il veleno in medicina”. L’allegoria del “grande medico” viene usata perché il Sutra del Loto apre la possibilità dell’ottenimento della Buddità alle persone dei due veicoli – ascoltatori della voce e pratyekabuddha, ai quali gli altri sutra la negavano.

10. Scrive il Daishonin: «Il bodhisattva Nagarjuna, nell’interpretare il carattere myo di myoho (Legge mistica) dice che [il Sutra del Loto] è come un grande medico che può cambiare il veleno in medicina. Cambiare il veleno in medicina signfica trasformare i tre sentieri di desideri terreni, karma e sofferenza nelle tre virtù del corpo del Dharma, della saggezza e dell’emancipazione» (GZ, 984).

11. Tre stadi della preparazione, rivelazione e trasmissione. Riferimento alla “tre divisioni di un sutra”, una struttura in tre parti usata per interpretare i sutra, il cui autore presunto è il cinese Tao-an (312-285).

12. Nel Vero oggetto di culto il Daishonin spiega che l’essenza del Buddismo risiede nell’insegnamento implicito nel capitolo Durata della vita, applicando i tre stadi di preparazione, rivelazione e trasmissione a cinque gruppi di dottrine: 1) tutti gli insegnamenti di Shakyamuni; 2) il triplice Sutra del Loto (Muryogi, Sutra del Loto e Fugen); 3) l’insegnamento terorico del Sutra del Loto (prima metà); 4) l’insegnamento essenziale del sutra (seconda metà); 5) l’insegnamento implicito nel capitolo Durata della vita (sedicesimo). Il suo scopo è dimostrare che Nam-myoho-renge-kyo è l’insegnamento corretto da praticare e propagare nell’Ultimo giorno della Legge.

13. Toda Josei Zenshu, Tokyo, Seikyo Shimbunsha, 1986, vol.6, pag. 275.

14. “Vedere la torre preziosa” è il titolo letterale del capitolo del Sutra del Loto L’apparizione della torre preziosa.

15. Nello Hokke Shuku il Gran Maestro Dengyo scrive: «A proposito dell’epoca, [la propagazione del vero insegnamento avrà inizio] in un’epoca in cui termina il Medio giorno della Legge e comincia l’Ultimo giorno. Per quanto riguarda la terra, comincerà in una terra a est di T’ang e a ovest di Katsu. Per quanto riguarda le persone, si diffonderà fra la gente macchiata dalla cinque impurità che vive in un’epoca di conflitti. Il sutra afferma: “Poiché odio e gelosia verso questo sutra abbondano persino durante l’esistenza del Budda, quanto maggiori saranno dopo la sua morte?” Aveva ragione a dire ciò» (vedi SND, 1, 249-250). La “terra a est di T’ang e a ovest di Katsu” secondo le antiche carte corrisponde al Giappone.

16. Cospirazione in cui Hojo Tokisuke, fratellastro del reggente Hojo Tokimune cercò di impadronirsi del potere. Ma Tokimune ne fu messo al corrente e la represse facendo uccidere Tokisuke.

17. Unicità di bene e male: principio secondo il quale bene e male non sono separati e distinti ma esistono in tutti i fenomeni. Ciò signfica che il seme o potenziale della bontà esiste anche nelle persone o nelle circostanze più malvagie.

18. «I monaci corrotti e arroganti descritti nel Sutra del Loto, dapprima si armarono di spade e bastoni per colpire il bodhisattva Fukyo, ma in seguito giunsero le mani e si pentirono dei loro errori» (SND, 2, 95).

19. «Devadatta ingiuriò il Budda Shakyamuni e lo ferì, ma quando fu sul punto di morire gridò: “Namu!”. Se solo avesse pronunciato “Namu Budda [devozione al Budda]!” si sarebbe salvato dall’inferno. Ma le sue colpe erano così gravi che riuscì a dire soltanto “Namu” e non fu in grado di pronunciare la parola “Budda”. E ben presto anche gli eminenti preti del Giappone cercheranno di gridare: “Namu Nichiren Shonin [devozione al saggio Nichiren]!”, ma quasi certamente potranno pronunciare solo la parola “Namu!”. Che pena mi fanno!» (ibidem, pagg. 95-96). 

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.297 15 gennaio 2004

 

Obblighi di riconoscenza

di Daisaku Ikeda

La maniera migliore per contraccambiare «la gratitudine che si deve agli altri» è dedicarsi a «sradicare i falsi insegnamenti e a propagare quello corretto senza risparmiare la propria vita» spiegava Nichikan Shonin nel suo commento a uno dei più importanti trattati di Nichiren Daishonin.

Desidero chiedere a chi tra voi è un responsabile anziano nella nostra organizzazione di mostrare il massimo rispetto e grande cortesia nei riguardi dei vostri compagni membri. Vi prego di dare importanza alla lode degli altri lasciando che siano i più giovani nella fede a essere alla ribalta invece di cercare di essere voi al centro dell’attenzione. Dovrebbero essere loro, non voi, a trovarsi sotto i riflettori. Dovreste possedere lo spirito di chi assume un ruolo di sostegno e fa tutto il possibile per servire i membri. Spero che terrete sempre presente questo come fondamento della responsabilità nella Soka Gakkai.
Nel Sutra del Loto è scritto: «Se vedrai una persona che accetta e sostiene questo sutra, dovrai alzarti e salutarla di lontano, mostrandole lo stesso rispetto che mostreresti a un Budda» (SDL, 28, 435). I nostri compagni di fede si dedicano a kosen-rufu con sincerità, con lo stesso spirito del Daishonin. Dovremmo rispettarli come rispetteremmo un Budda. Dovremmo offrire loro sostegno e incoraggiamento veri. I responsabili dotati di tale carattere otterranno ampia fiducia e saranno fonte di ispirazione per gli altri.
Vi prego, proprio perché ricoprite importanti incarichi nel nostro movimento per kosen-rufu, di dedicarvi completamente al benessere dei vostri compagni membri, mostrando un grande senso di responsabilità tanto da destare il consenso e l’ammirazione da parte di tutti.
Questo incontro tra alti responsabili di tutte le Divisioni provenienti da tutto il Giappone è davvero molto importante. Il presidente Toda dava grande importanza alle riunioni di questo tipo e rimproverava chiunque non vi avesse partecipato senza una buona ragione o si fosse scordato di ciò che vi era stato detto. Toda mostrava sempre una forza formidabile. Quando era arrabbiato le sue parole tuonavano. La sua voce si levava tanto da poter essere udita da lontano. Era davvero il ruggito di un leone, il ruggito di un re leone.
Questo era il modo in cui egli allenava i giovani. Mirava a conseguire i livelli più elevati, asserendo che ogni responsabile deve dare il meglio di sé poiché la costruzione del bastione centrale di kosen-rufu richiede l’apporto soltanto delle persone migliori e più capaci. Questo è il motivo per cui la Soka Gakkai è cresciuta tanto fino a oggi. Sebbene fosse conosciuto per la sua assertività e audacia, Toda rimase sempre umile e rispettoso nei confronti del maestro, tanto che alcuni, notando questo suo aspetto, ne furono sorpresi. Una relazione maestro-discepolo vera è solenne e sublime. Non esiste al mondo alcun legame più forte. Per quanto alta sia la posizione o grandi i privilegi di cui gode, una persona che offende o sminuisce questo legame otterrà degli effetti amari.
La Legge mistica è meravigliosa e insondabile. Sono stato fortunato ad avere Josei Toda come insegnante personale quando ero giovane. È stato un privilegio poter approfondire con lui lo studio di scritti di Nichiren Daishonin quali L’entità della Legge mistica. Quando le società di Toda caddero nella più profonda crisi e le difficoltà sembravano non avere fine, lasciai la scuola serale per aiutarlo. Offrii tutto me stesso al mio maestro e alla Soka Gakkai. In questa grave situazione, Toda mi istruì su un’ampia gamma di materie e sugli scritti del Daishonin.
Oggi, le attività della SGI per la pace, la cultura e l’educazione ottengono riconoscimenti da parte di istituzioni di tutto il mondo e quelli da me ricevuti come vostro rappresentante sono la prova dei benefici che ho accumulato in gioventù sostenendo Toda. Ho la ferma certezza che questi siano riconoscimenti alla vittoria della relazione maestro-discepolo.
Il Daishonin afferma l’importanza del cuore. Se proteggete la Soka Gakkai e vi dedicate a kosen-rufu con gratitudine e gioia, accumulerete un’immensa fortuna. Al contrario, coloro che la disprezzano e la denigrano con un atteggiamento arrogante e presuntuoso stanno ponendo le cause della propria rovina, imboccando una strada che li porterà alla profonda miseria.
La Legge mistica è rigorosa, per questo, il beneficio di chi la sostiene e vive in accordo con essa, è immenso. Se perseverate con serietà e sincerità nel cammino della vostra fede, accumulerete un’illimitata buona fortuna. Senza dubbio conseguirete la felicità.

L’importanza della gratitudine
Nichiren fu sempre molto severo riguardo l’importanza della gratitudine: «I discepoli del Budda devono assolutamente conoscere i quattro obblighi di riconoscenza e devono sapere come assolverli» (SND, 1, 84). La comprensione e ripagare i debiti di gratitudine costituiscono il corretto cammino di umanità e il criterio con cui definirsi discepoli del Budda. Il Daishonin sostiene che poiché anche gli animali ripagano i loro debiti di gratitudine, è ancor più naturale che sia così anche per gli uomini.
[In Ripagare i debiti di gratitudine, il Daishonin scrive: «La vecchia volpe non dimentica la collinetta in cui è nata, e la tartaruga bianca ripagò il favore da Mao Pao. Persino gli animali conoscono la gratitudine, a maggior ragione dovrebbero conoscerla gli esseri umani» (SND, 2, 115). Secondo una raccolta di antichi aneddoti cinesi, una vecchia volpe non dimentica mai la collina in cui è nata e si narra che volti il capo verso quella nel momento di morire. Un'altra antologia presenta la storia di Mao Pao e della tartaruga bianca. Quando era ancora giovane, Mao Pao, che in futuro sarebbe divenuto un famoso generale cinese, incontrò un pescatore che stava per uccidere una tartaruga sulle rive del fiume Yangtze. Spinto dalla pietà, Mao Pao offrì i suoi vestiti all'uomo in cambio della libertà dell'animale. Molti anni dopo, inseguito dai nemici, Mao Pao si ritrovò su quella stessa riva. Allora, la tartaruga da lui sottratta alla morte quel lontano giorno apparve e lo aiutò a raggiungere la sponda opposta salvandolo, n.d.r.].
Dimenticare la gratitudine che si deve agli altri e tradire la loro gentilezza è una cosa davvero terribile. Nella nostra organizzazione, tutti coloro che hanno abbandonato la fede e interrotto i legami di fiducia con i loro compagni membri hanno dimostrato di essere persone ingrate. Penso che tutti voi siate ben consapevoli di ciò. L’assenza di gratitudine è una grave mancanza. Non si tratta soltanto del tradimento dei principi buddisti, ma anche della violazione delle fondamentali norme del vivere civile e persino della stessa legge dell’esistenza. Nel suo Ripagare i debiti di gratitudine, il Daishonin insegna il cammino per assolvere ai quattro debiti di gratitudine, in modo particolare quello verso il maestro o mentore. I quattro debiti di gratitudine a cui egli si riferisce sono nei riguardi dei propri genitori, del maestro, dei tre tesori del Buddismo e del sovrano – o, in termini moderni, della società.
[Il Daishonin scrive: «Ho fatto tutto questo unicamente per ripagare il debito che ho con i miei genitori, con il mio maestro, con i tre tesori del Buddismo e con il mio paese» (SND, 2, 200). Il debito con i propri genitori include anche quello con tutti gli esseri viventi, n.d.r.].
I tre tesori sono il Budda, la Legge (gli insegnamenti del Budda) e l’Ordine buddista (la comunità dei credenti). Per noi, il tesoro del Budda è Nichiren Daishonin e il tesoro della Legge è il Gohonzon, manifestazione di Nam-myoho-renge-kyo. Il tesoro dell’Ordine buddista (a volte, tradotto con «clero») è rappresentato da Nikko Shonin, diretto successore del Daishonin, e non si riferisce ai successivi patriarchi. In una interpretazione più corretta e ampia, con il termine Ordine buddista si indica la comunità dei praticanti in cui vige armonia: oggi giorno, la Soka Gakkai.
Poiché ha completamente trascurato kosen-rufu, il clero non può pretendere di essere il legittimo Ordine buddista.

Lo spirito di maestro e discepolo in azione
Ripagare i debiti di gratitudine è uno dei principali testi del Daishonin dove si legge: «In questo scritto ho trattato argomenti di estrema importanza» (SND, 2, 220).
Qual è il modo fondamentale di ripagare i debiti di gratitudine sottolineato in questo testo dal Daishonin? Secondo il Commento a “Ripagare i debiti di gratitudine” di Nichikan Shonin, conosciuto come il grande restauratore del Buddismo di Nichiren Daishonin, è sradicare le dottrine erronee e diffondere il corretto insegnamento del Buddismo. In altre parole, si tratta di contribuire a kosen-rufu senza «risparmiare la propria vita». Questo è il mezzo tramite cui possiamo assolvere a tutti i nostri debiti di gratitudine.
[Nel commento di Nichikan si afferma: «Domanda: quale è la chiave per ripagare i debiti di gratitudine? Risposta: "non risparmiare la propria vita" è questa chiave, poiché non esiste debito di gratitudine che non possa essere assolto se si sradicano i falsi insegnamenti e si propaga quello corretto senza risparmiare la propria vita», n.d.r.].
Il solo vero modo per ripagare i nostri debiti di gratitudine al nostro mentore nella fede è confutare l’errore e diffondere la verità. Al contrario, l’atto di non porre un limite all’errore è segno di ingratitudine e di tradimento verso il maestro. È importante anche non tollerare un comportamento che sia causa di sofferenza per i nostri praticanti o un tentativo, anche minimo, da parte di individui senza scrupoli di trarre vantaggi dalla disponibilità dei membri. Se non controlliamo tali atteggiamenti, il loro veleno si diffonderà nella nostra organizzazione e distruggerà questo regno puro di armonia e solidarietà.
Soltanto sradicando il male possiamo permettere al bene di sbocciare. Con le nostre parole colorate di verità, mettiamo in luce gli errori in tutte le loro forme. Molto importante è anche proteggere con rigore i nostri membri che si dedicano con sincerità e meritano di essere chiamati Budda, che progrediscono verso la vittoria dando il loro contributo ad ampliare il nostro movimento volto alla nobile causa di kosen-rufu. Questo è il modo in cui i discepoli assolvono al loro debito di gratitudine con il mentore.
La frase “ripagare i debiti di gratitudine con il proprio mentore” potrebbe sembrare un po’ antiquata e lontana dai valori di questa epoca democratica, ma desidero che siate consapevoli che la via della relazione maestro-discepolo e del ripagare i debiti di gratitudine rappresenta un cammino al di là del tempo che porta alla vittoria umana nell’eternità. Non è sufficiente la semplice adesione formale all’idea di mentore e discepolo. Lo spirito di unità con il maestro pulsa nella nostra vita soltanto nel momento in cui determiniamo profondamente e agiamo.
Verso la fine di Ripagare i debiti di gratitudine, il Daishonin scrive: «Se la compassione di Nichiren è veramente grande, Nam-myoho-renge-kyo si diffonderà per diecimila anni e più, per tutta l’eternità, perché ha il benefico potere di aprire gli occhi ciechi di tutte le persone del Giappone e sbarrare la strada che conduce all’inferno di incessante sofferenza» (SND, 2, 216). La Soka Gakkai ha dimostrato la verità di queste parole. Abbiamo creato un flusso di perpetuazione della Legge nell’eterno futuro dell’Ultimo giorno della Legge e abbiamo aperto il cammino a kosen-rufu a livello mondiale con lo scopo di porre fine all’interminabile ciclo di sofferenza che affligge l’umanità. Per molti intellettuali in tutto il mondo, le attività della Soka Gakkai rappresentano una fonte di grande speranza per il ventunesimo secolo.
Si sta lavorando alla traduzione de Gli scritti di Nichiren Daishonin. I membri che vi si dedicano, sia per la traduzione sia per la pubblicazione, sono oggi qui con noi. Grazie per il vostro inestimabile impegno.
[La traduzione de Gli scritti di Nichiren Daishonin in spagnolo, lingua parlata da circa 350 milioni di persone, è stata auspicata dai membri in tutto il mondo. Uno dei curatori dell'edizione spagnola è Carlos Rubio, professore dell'Università Complutense di Madrid, specializzato in filologia spagnola e teoria della traduzione e consulente per il dizionario Spagnolo-Giapponese Kenkyusha, Nuevo Diccionario Español-Japonés. Rubio ha espresso il desiderio che il Buddismo di Nichiren Daishonin sia reso accessibile a più persone che possano contribuire positivamente alla pace nel mondo, n.d.r.].
Fino a oggi, sono stati tradotti in spagnolo ventiquattro scritti del Daishonin che, appena completati, sono stati pubblicati [al termine della traduzione, l'intera opera sarà raccolta e pubblicata in un libro, n.d.r.]. Ho ricevuto delle copie di questi testi e li ho posti subito di fronte al Gohonzon nella sede della Soka Gakkai e ho recitato Nam-myoho-renge-kyo. Pensando a quanto sicuramente fossero contenti il Daishonin e Nikko Shonin, ho sentito un’immensa felicità e una potente emozione.
Il Daishonin scrive: «Egli [il Devoto del Sutra del Loto] stabilirà il vero oggetto di culto, rappresentato dai cinque caratteri di Myoho-renge-kyo, e lo farà conoscere a tutto il mondo» (SND, 4, 25). La propagazione diffusa della Legge mistica – kosen-rufu mondiale – è il desiderio da lui affidato ai suoi seguaci.
Dopo la morte del Daishonin, i cinque preti anziani tradirono il loro mentore, distruggendo molte delle sue lettere redatte nel dialetto del tempo, il linguaggio accessibile ai più. Poiché la maggior parte degli studiosi buddisti in quel periodo scriveva in cinese, questi discepoli senza fede consideravano tali epistole come una “disgrazia” per la reputazione del Daishonin in quanto uomo di cultura, quindi le bruciarono e ne fecero materiale di riciclo. Nikko Shonin, che con sincerità era tutt’uno con lo spirito del Daishonin, trattò tutte le lettere del suo mentore come scritture sacre e fece immensi sforzi pur di raccoglierle perché fossero trasmesse alla posterità.
Nikko Shonin scrisse che quando fosse arrivato il momento di far conoscere i sacri insegnamenti del Daishonin, i testi in giapponese sarebbero stati sicuramente tradotti e diffusi in tutto il mondo. La Soka Gakkai ha superato ogni difficoltà per trasformare in realtà la sua visione. Senza dubbio, tutti coloro che partecipano a questo grande lavoro godranno di buona fortuna e benefici vita dopo vita. I vostri familiari, i figli, i nipoti e tutti i discendenti saranno leader capaci che si impegneranno a guidare gli altri aiutandoli a trovare la loro felicità. Questo è il modo in cui funziona la Legge Mistica.

Costruire la fiducia con il dialogo
Desidero ora trattare con voi alcuni punti, prendendo come spunto le parole del pensatore francese Luc de Clapiers, Marchese di Vauvenargues (1715-47). Vauvenargues fu un precursore del movimento romantico nella letteratura e nelle arti che si diffuse in Europa tra la fine del diciottesimo e l’inizio del diciannovesimo secolo.
La cultura è particolarmente cara alla Soka Gakkai. Il nostro movimento mondiale è dedito alla promozione della pace, della cultura e dell’educazione sulla base dell’insegnamento buddista. Quando visitai l’ex Unione Sovietica incontrai il premier Aleksey Kosygin (17 settembre 1974) che in quell’occasione mi chiese: «Qual è la vostra ideologia di base?». Essendo il leader di una nazione comunista, non vi era alcun dubbio che Kosygin stesse cercando di comprendere la vera natura della Soka Gakkai in quanto organizzazione. Vicino a lui erano seduti molti alti ufficiali ed esponenti di partito e tutti mi stavano osservando attentamente. Risposi senza esitare: «Credo nella pace, nella cultura e nell’educazione alla base delle quali è l’umanesimo.
[Il premier Kosygin rispose: «Nutro grande considerazione per tali valori. Anche l'Unione Sovietica ne ha bisogno». L'incontro con Daisaku Ikeda lasciò una forte impressione sul leader sovietico. Sua figlia Lyudmila Gvishiani raccontò che al suo ritorno a casa quella stessa sera egli disse: «Oggi, ho incontrato un giapponese interessante. Sono felice di aver avuto con lui una conversazione davvero piacevole, pur avendo parlato di questioni complesse», n.d.r.].
Sempre, in tutte le situazioni, mi sono basato sulla sincerità. Mi sono impegnato per aprire un ampio cammino verso la pace mondiale tramite il dialogo sincero. Durante i viaggi o negli intervalli tra i vari appuntamenti, ho riflettuto in continuazione, con la mente in costante movimento, su cosa fare, quali fossero i successivi passi da intraprendere per la pace e kosen-rufu. Spero che erediterete questo senso di responsabilità e dedizione. Impegnatevi con tutta la vostra forza, alzatevi a ogni sfida che vi si pone davanti per quanto dolorosa o difficile questa possa essere e dimostrate la vostra consapevolezza e la capacità proprie di chi è davvero un responsabile della realizzazione di kosen-rufu. Questa è la chiave di volta per la vittoria eterna della Soka Gakkai. È giunto il momento di impegnarci seriamente per sviluppare persone capaci e giovani successori. Se non agiamo ora, non vi sarà alcun futuro.

La virtù del coraggio
Desidero ora condividere con voi alcune parole di saggezza di Vauvenargues: «Il coraggio illumina l’avversità». Durante le difficoltà e le prove più dure, il coraggio è fonte di luce. Quando correte il pericolo di perdere la speranza, sarà il coraggio a illuminare il vostro cammino. Il coraggio è essenziale nella vita. Il coraggio è al centro delle scritture del Daishonin in cui si legge: «I discepoli di Nichiren non possono realizzare niente se sono codardi» (SND, 6, 218). Anche Josei Toda sottolineava sempre l’importanza del coraggio osservando che, poiché è difficile per noi comuni mortali fare appello alla compassione di un Budda, possiamo sostituire questa con il coraggio – cioè possiamo intraprendere un’azione coraggiosa per gli altri. Il coraggio di impegnarsi per la verità e la giustizia incarna un grande bene e coloro che possiedono tale coraggio sono degni di lode.
Chi è davvero degno della nostra ammirazione? Le persone che detengono il potere? Le celebrità della televisione? Assolutamente no. Meritano il nostro più profondo rispetto coloro che agiscono coraggiosamente permettendo alla pace e alla cultura di progredire e aiutando e sostenendo gli altri. Questo è il motivo per cui i membri della Soka Gakkai, che si dedicano a kosen-rufu, sono persone di grande valore. Il Daishonin loda i vostri nobili sforzi. Persone di grande saggezza in tutto il mondo riconoscono il valore e l’importanza del nostro movimento.
Vauvenargues affermò anche: «L’indolenza è il sonno dello spirito». Se vi capita di incontrare dei responsabili che stanno fermi, senza la minima intenzione di fare qualcosa in prima persona, mentre i membri si dedicano con tutte le loro energie per kosen-rufu, riportateli al loro compito con severità. Ditegli di svegliarsi e di tornare alla loro missione. I responsabili non devono mai smettere di impegnarsi in prima linea. Se, invece, se ne vanno in giro sentendosi speciali o privilegiati ed evitando di sforzarsi, i nostri membri ne soffriranno.

Una costante della storia
Vi sono alcune osservazioni di Vauvenargues che desidero condividere con voi, per i giovani che porteranno su di sé il futuro della Gakkai: «Grandi virtù destano grandi invidie». Le persone capaci e dalla grande personalità subiscono sempre degli attacchi dovuti all’invidia – questa è una costante della storia.
Nel Sutra del Loto si legge: «E poiché odio e gelosia nei confronti di questo sutra abbondano perfino mentre il Tathagata è nel mondo, quanto peggio sarà dopo la sua scomparsa?» (SDL, 10, 212). Riferendosi a questo brano, il Daishonin scrive: «È adesso chiaro che coloro che sono nati in questa terra e credono in questo sutra, durante la sua propagazione nell’Ultimo giorno della Legge, subiranno persecuzioni ancora più dure di quelle avvenute durante l’esistenza del Budda» (SND, 4, 9). Chi pratica correttamente il Sutra del Loto è certo di incontrare odio e invidia, calunnia e abuso. Questa è una formula immutabile del Buddismo. Come tale, siate consapevoli che gli attacchi di cui ha fatto esperienza la Soka Gakkai sono prova che stiamo seguendo il corretto cammino di kosen-rufu, come insegnato nel Sutra del Loto e nel Gosho.
Vauvenargues aggiunse: «L’invidia… accuse e giudici senza prove… il suo discorso è colmo di rancore, esagerazione e insulti». Tutto questo è vero. Mi torna in mente il mio arresto a Osaka, il 3 luglio del 1957, sulla falsa accusa di violazione delle leggi elettorali. In seguito conosciuti generalmente come l’incidente di Osaka, questi eventi erano stati istigati dalle autorità giapponesi. La Soka Gakkai aveva costruito un legame profondo e del tutto nuovo con persone comuni dedite alla giustizia sociale e, di conseguenza, le autorità, invidiose e risentite, tentarono di schiacciare questa forza emergente. I loro metodi arrivarono alla meschinità estrema. Il pubblico ministero voleva che ammettessi di essere colpevole minacciandomi di far arrestare il presidente Toda in caso mi rifiutassi. La mia preghiera ferma e profonda durante tutta quella situazione avrebbe protetto il mio mentore, a qualsiasi costo.
Il processo durò quattro anni e mezzo, si tennero ottantaquattro sedute. Non dimenticherò mai il caloroso sostegno da me ricevuto dai membri del Kansai in quella occasione. Infine, il 25 gennaio del 1962, la Corte del distretto di Osaka emise il verdetto: naturalmente, ero innocente. A quel tempo, Josei Toda era già morto, ma immaginavo il suo volto davanti a me mentre diceva: «Daisaku, hai vinto».
Vauvenargues affermò anche: «Persino il sole che appare dopo giorni di tempesta è meno splendente del trionfo della virtù su una lunga persecuzione spinta dall’invidia». La Soka Gakkai e io in prima persona siamo stati bersagli di innumerevoli calunnie senza fondamento, prodotto dell’invidia di ingrati e traditori. Condivido completamente l’affermazione di Vauvenargues: «I bugiardi sono vili e orgogliosi». Un processo dopo l’altro, tutte queste menzogne sono state messe in luce e l’innocenza della Gakkai riconfermata. Abbiamo sempre vinto. La nostra integrità e la verità splendono come il sole.

Creare una storia di realizzazioni
Presto giungerà il mese di marzo – l’inizio della primavera. Ecco l’ultima affermazione di Vauvenargues di cui parlerò oggi: «I primi giorni della primavera sono meno leggiadri dell’emergere della virtù in un giovane uomo». La primavera porta bellezza, ma la crescita vigorosa dei giovani è ancor più splendida. I giovani hanno un futuro illimitato. Se si pongono degli scopi di valore e si impegnano a conseguirli, migliorando e crescendo, nulla sarà impossibile. Potranno compiere qualsiasi cosa. Tutti nutrono un po’ di invidia verso i giovani.
In gioventù, ho vissuto il periodo oscuro della guerra. Le persone erano forzate a sacrificare le loro esistenze per la nazione, lo volessero o no. Oggi, invece, sono libere di dedicarsi allo scopo più elevato della vita: kosen-rufu. Non esiste un altro modo meraviglioso di trascorrere la propria gioventù se non quello di dedicarsi a questa nobile missione. Per tale motivo, spero che voi tutti creiate una storia di successi personali dei quali essere orgogliosi, qualcosa per cui possiate dire: «Ho fatto del mio meglio!» «Ho dato tutto me stesso!». La gioventù passa in un istante. Sarebbe un peccato permettere a questo breve periodo di sfuggire lasciandovi con dei rimpianti.
Toda teneva in grande considerazione i giovani e li allenava con severità poiché sapeva che da loro sarebbe dipeso tutto. Condivido questo spirito. Amo i giovani. Ripongo in loro grandi aspettative e sono determinato a prepararli e a offrire loro tutto me stesso. Nulla porta maggiore bellezza di una gioventù trascorsa dedicandosi a kosen-rufu

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.332 15 luglio 2005

Gratitudine e impegno, ingredienti di felicità

Ikeda ricorda che lo spirito di gratitudine verso il maestro ela Soka Gakkai è elemento imprescindibile per sviluppare una forte fede personale e mantenere l’organizzazione sulla rotta della realizzazione di kosen-rufu. I giovani per primi hanno questo compito.

Vi ringrazio della vostra partecipazione a questa riunione nonostante i numerosi impegni. Vorrei esprimere il mio più profondo apprezzamento a coloro che hanno percorso grandi distanze per essere qui oggi. Un caloroso benvenuto a tutti i nostri membri della SGI in visita! Grazie agli sforzi dei nostri membri in tutto il mondo, la Soka Gakkaisi è sviluppata in modo straordinario, diffondendosi ovunque. È un risultato formidabile, senza precedenti nella storia del Buddismo. La Soka Gakkaiè una nobile organizzazione, di cui possiamo essere davvero orgogliosi: è un movimento dalla filosofia solida, che si dedica alla pace nel mondo. I benefici che ricevete per i vostri coraggiosi sforzi per kosen-rufu sono immensi e risplenderanno per l’eternità. Questo afferma Nichiren Daishonin. Continuiamo a fare del nostro meglio!
Qualcuno dei presenti ha un genitore malato? [Numerose persone alzano la mano]. Prima di tutto, vi prego di recitare Daimoku con impegno per la salute dei vostri genitori. Posso immaginare quanto la loro malattia addolori i vostri cuori, anch’io reciterò perché possano riprendersi al più presto. Tutti, a un certo punto della vita, siamo destinati a incontrare la malattia, la cosa importante è utilizzare questa esperienza per espandere il nostro stato vitale basandoci su una profonda fede nella Legge mistica. In questo modo potremo raggiungere un senso di felicità assoluta, assaporando la gioia della salute nella dimensione eterna della vita – un’esperienza che coloro che non hanno combattuto con la malattia non potranno mai vivere. A questo serve la nostra pratica buddista. Attraverso la fede possiamo condurre le nostre vite nella direzione più positiva, a prescindere dalla situazione in cui ci troviamo. Vi auguro di godere sempre delle migliori condizioni di salute e vi prego di prendervi cura dei vostri genitori.

Il potere del canto

Il grande scrittore cinese Guo Moruo (1892-1978) era un amico fedele del premier Zhou Enlai (1898-1976), e dimostrava nei confronti della Soka Gakkai la sua stessa calorosa e profonda comprensione. Guo ha scritto: «Nulla può toccare il cuore umano quanto una canzone». Il canto gioca un ruolo fondamentale nello sviluppo della nostra organizzazione. Le canzoni ispirano gli animi e comunicano energia. Toda ne era ben consapevole. In Giappone, ogni nostro progresso ha avuto sempre inizio intonando una canzone. È un sentiero meraviglioso. Guo Moruo scrisse anche: «La voce che canta fonde le emozioni e la volontà delle persone, ispirandole all’azione». Il canto ha un potere meraviglioso. Le persone che rifiutano di unirsi nel canto si privano della possibilità di condividere questa gioia. Cantiamo dunque per il bene di kosen-rufu, elevando la nostra vita – questo è lo scopo delle canzoni della Gakkai. Anche Josei Toda amava le canzoni.
L’obiettivo della Soka Gakkai è molto più grande e profondo di quello del potere secolare: è la diffusione dei princìpi del Buddismo di Nichiren Daishonin, la chiave per costruire pace e felicità per tutte le persone. Il Buddismo espone la Legge della vita che appartiene a una dimensione completamente differente da quella delle leggi dell’autorità secolare.
Ho appreso i princìpi del Buddismo del Daishonin da Josei Toda. Egli mi istruì personalmente, ad esempio, sui complessi insegnamenti racchiusi nel Gosho L’entità della Legge mistica (RSND, 1, 370). Mi insegnava e mi allenava almeno un po’ ogni mattina, anche la domenica. Talvolta mi interrogava e io dovevo rispondere. Alla fine del ciclo di lezioni mi consegnò una sorta di attestato. Non era che un semplice pezzo di carta, ma io lo considerai come uno dei tesori più preziosi della mia vita: mia moglie lo ha conservato sempre con grande cura. Ero certo che sarebbe divenuto presto un simbolo di eccellenza intellettuale, superiore a qualsiasi diploma accademico, e sono sicuro che anche Toda nutriva la stessa convinzione. Ora ho il privilegio di ricevere onorificenze e titoli accademici dalle università di tutto il mondo: il funzionamento della Legge mistica è davvero meraviglioso! Al contrario, coloro che hanno disprezzato i riconoscimenti ricevuti nell’ambito delle attività per kosen-rufu sono finiti in miseria. Come scrive il Daishonin: «È solamente il cuore che conta» (Il tamburo alla Porta del Tuono, RSND, 1, 844).
Può sembrare che l’opinione pubblica abbia grande importanza, ma è solo una creazione degli esseri umani. La Legge mistica, invece, è il principio che governa l’universo intero. Si tratta di una dimensione completamente differente. Quando comprendiamo questo, possiamo ottenere la condizione di Budda. Tutto questo è difficile da afferrare con l’intelletto: ecco perché la fede è così importante. Tutto dipende dalla fede. Il Daishonin cita le parole [di T'ien-t'ai]: «Fede significa non avere dubbi» (OTT, 54). Quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo senza nutrire dubbi nel Gohonzon sforzandoci incessantemente per kosen-rufu, possiamo realizzare nella nostra vita una felicità eterna.
Permettetemi ora di tornare a Guo Moruo e al potere benefico del canto. Egli affermò: «Una canzone ha il potere di raccogliere tutta la forza di una persona [...] e di scoraggiare gli avversari». Questo è verissimo. Toda incoraggiava i membri a cantare canzoni che potessero ispirare le persone. Niente è paragonabile allo slancio fiducioso, dinamico e ottimista dei nostri membri uniti in un canto gioioso.
Toda aveva criteri molto severi per distinguere la qualità delle canzoni. Ad esempio, amava moltissimo Una stella cade nel vento autunnale sulle pianure del Wuzhang, una canzone sulla morte imminente del grande eroe cinese Zhuge Liang, il protagonista del Romanzo dei tre regni. Ogni volta che la cantavo per lui, gli venivano le lacrime agli occhi. Un’altra sua canzone prediletta era Il grande eroe Kusunoki che fa una promessa solenne nel momento in cui il padre sta partendo per il campo di battaglia. Mi alzavo in piedi di fronte a Toda per cantarla. Gli avevo detto di averla imparata alla scuola elementare e lui ne era contento.
Dopo qualche prova la suonai per lui al pianoforte e Toda apprezzò la mia esecuzione. Ricordo che mi chiese di suonare anche l’altra, ma dovetti rifiutare perché non ne ero capace. A ogni modo, le canzoni sono importanti. Come si legge nella Raccolta degli insegnamenti orali: «La voce compie il lavoro del Budda» (BS, 109, 41).
Un ringraziamento particolare ai membri della Divisione artisti oggi presenti. Benvenuti! Avete il mio più totale sostegno. Desidero che ognuno di voi diventi un artista straordinario nel proprio campo. Recitate Daimoku con impegno e, anche se la vostra popolarità dovesse diminuire o vi doveste trovare in ristrettezze economiche, continuate ad avanzare con coraggio senza farvi abbattere da ciò che gli altri possono dire, fieri di essere membri della Soka Gakkai. Toda dichiarò con incrollabile fiducia in se stesso: «Io sono Josei Toda! Sono un membro della Soka Gakkai! Non mi curo di ciò che gli altri dicono, sono orgoglioso di ciò che sono!». Questa era la sua più profonda convinzione. Avanziamo tutti con fiducia in noi stessi.
Anche quando le cose sembrano procedere senza intoppi, non dobbiamo mai abbassare la guardia. Il primo ministro britannico Winston Churchill (1874-1965) sottolineava spesso l’importanza di un atteggiamento costantemente vigile e attento. Non allentate mai l’attenzione, sia che stiate perdendo o vincendo, e ricordate che il coraggio può trionfare su tutto – come dimostra la lotta condotta da Churchill, che riuscì a guidare il suo paese alla vittoria sulla Germania nazista.

L’incanto delle lucciole

Ho ricevuto buone notizie dai licei Soka del Kansai, nella zona di Katano, Osaka: le lucciole laggiù sono tornate a splendere meravigliosamente quest’anno. Ci sono diplomati delle scuole Soka oggi? [Risposte affermative dal pubblico] Perbacco come siete cambiati! Eravate così carini a quel tempo…!
Il 14 giugno le scuole Soka del Kansai hanno organizzato una speciale “notte di osservazione delle lucciole” che ha visto la partecipazione di un migliaio di abitanti. Mia moglie e io ci siamo immaginati con tenerezza lo spettacolo della “danza delle lucciole” che deve aver deliziato tutti quanti. Le lucciole sono poetiche, incantevoli e simboleggiano la pace.
Trent’anni fa, nell’aprile del 1978, mi venne l’idea di fare qualcosa per ripopolare la zona di Katano, dove un tempo le lucciole abbondavano. Proprio là una volta scorreva un fiume chiamato Hotarugawa, cioè il “fiume delle lucciole”. Sembra che nessuno avesse fatto mai una simile proposta, ma il defunto Shigeyuki Matsuda, un insegnante della scuola, decise di raccogliere la sfida e con grande entusiasmo si mise all’opera, coinvolgendo altri insegnanti e studenti volontari per realizzare quell’idea. Sulle sponde di un fiume vicino si misero a raccogliere i molluschi d’acqua dolce di cui si nutrono le larve delle lucciole. Vedendoli cercare in quel modo, la gente si prendeva gioco di loro e gridava: «Tanto i soldi non li trovate!». Ma loro, determinati a realizzare il mio progetto, superarono tutti gli ostacoli. Io stesso mi recai al vivaio delle lucciole per incoraggiarli di persona. Gli sforzi appassionati dei discepoli che si adoperano per realizzare il sogno del maestro possono ottenere l’impossibile. E così l’anno seguente, il 21 maggio 1979, le prime tre lucciole presero il volo verso il cielo. Ebbi modo di ammirare con i miei occhi le lucciole alla scuola Soka del Kansai sette anni più tardi, la sera del 20 giugno 1986. Scintillavano nel buio a centinaia: fu un’esperienza indimenticabile, come tornare al tempo dell’antico Giappone, quando osservare le lucciole era il passatempo favorito dei nobili di corte. Mi hanno riferito che anche gli abitanti del luogo si sono divertiti moltissimo e sono stati felici di vedere di nuovo le lucciole volteggiare nella notte. Sono diventate uno dei motivi di attrazione della zona. Nel corso degli anni ho sostenuto con entusiasmo l’impegno di tutte le persone coinvolte in questa impresa, valorizzando ogni dettaglio e considerando tutti i loro sforzi, per quanto apparentemente modesti, preziosi e pieni di significato.
Tre decenni sono passati da quando lanciai per la prima volta questa idea e ora le scuole Soka, sia a Osaka che a Tokyo – così come l’Università Soka – sono tutte impegnate in una vasta gamma di attività per la valorizzazione della natura compiute dagli studenti, incluso l’allevamento delle lucciole, la coltivazione di piante di loto e di ciliegi nel campus. Si può affermare con certezza che le nostre scuole si stanno facendo apprezzare ovunque come autentici modelli di educazione ambientale. Quest’anno ho ricevuto numerosi resoconti e fotografie da parte di membri che stanno lavorando per ripristinare o proteggere le popolazioni di lucciole. Ho scritto questa poesia come espressione del mio sincero apprezzamento per i loro sforzi: Quanto mi rende felice / fissare lo sguardo / su queste lucciole allevate con il cuore, / luci preziose che brillano / in una danza di vittoria.

Non avanzare è come retrocedere

Il poeta tedesco Heinrich Heine (1797-1856) scrisse: Nobile è colui / che sente e agisce nobilmente.Né la condizione sociale né la ricchezza possono misurare il valore di una persona; non dovremmo mai giudicare le persone secondo questi criteri. Ad esempio, il fatto di rivestire un incarico nel governo rende forse una persona speciale? Certamente no. I politici sono esseri umani esattamente come noi e, soprattutto in una democrazia, il popolo è il sovrano. I leader al governo esistono solo per servire il popolo. Ciò che conta di una persona sono le sue azioni.
«Coloro che vivono per progredire guardano solo avanti; coloro che hanno smesso di progredire guardano indietro ai propri successi passati», scrisse il grande autore russo Lev Tolstoj (1828-1910). Avanzare costantemente mirando ad arricchire la propria vita, questo è ciò che fanno i membri della Gakkai. Coloro che continuano a impegnarsi per la propria crescita, per la felicità dei loro amici e per lo sviluppo di kosen-rufu sono le persone più degne di lode, sono i veri vincitori. Se invece diventiamo arroganti e compiaciuti e, pensando di avere fatto abbastanza, crediamo di poterci sedere e rilassarci, allora stiamo bloccando la nostra crescita. Non avanzare significa retrocedere. William Shakespeare (1564-1616) scrisse: «Il cuore di chi crede nella verità è sempre sereno». Avanziamo dunque fiduciosi, serbando nel cuore una convinzione assoluta nella verità. Toda dichiarò: «Ovunque vada, Josei Toda rimane sempre se stesso, un combattente di kosen-rufu! La Soka Gakkai sarà sempre se stessa: una fiera assemblea di leoni. Non lo dimenticate!». Continuiamo ad avanzare con questo spirito.
Nell’ultimo anno della sua vita Lev Tolstoj osservò: «Quanto più le circostanze ci sfidano, tanto più ci offrono materiale per il nostro sviluppo spirituale». Le difficoltà che incontriamo sono occasioni per allenare il nostro cuore. Le persone che evitano le difficoltà e passano il loro tempo in ozio non sono nobili, per quanti titoli possano vantare. Il grande poeta indiano Rabindranath Tagore (1861-1941) scrisse: «So bene che l’arroganza non dura». Il modo per mettere fine all’arroganza è prendere la parola e affermare la verità. Il filosofo francese Voltaire (1694-1778) osservò: «Senza uno spirito di rettitudine non esiste niente». E l’antico poeta greco Pindaro (518-438 c.a): «Le azioni valorose torreggiano come il castello [più alto] costruito dagli uomini». Chi si alza con coraggio diventa una fortezza. I giovani coraggiosi, in particolare, sono un’invincibile fortezza di verità e giustizia. Questa è una descrizione perfetta dei membri del gruppo Soka e Gajokai, i gruppi di supporto della Divisione giovani uomini. Essi incarnano la forza intrepida della Soka Gakkai con il loro serio impegno nella lotta per la rivoluzione umana.

Coltivare uno spirito di apprezzamento

Coloro che nutrono un senso di profondo apprezzamento verso il maestro faranno tutto il possibile per ripagare il proprio debito di gratitudine. Gli scritti del Daishonin contengono numerosi esempi di persone disposte a dare la propria vita per apprendere il corretto insegnamento e proteggerlo. Io mi sono impegnato con tutte le mie forze per ripagare il mio debito di gratitudine verso Toda, e lui stesso fece altrettanto nei confronti di Makiguchi. Se questo spirito fondamentale andasse perduto, la Soka Gakkai non avrebbe futuro. Per questo ho deciso, ancora una volta, di dedicare tutte le mie energie a far crescere e sostenere la Divisione giovani. Questa è la mia personale determinazione e il mio obiettivo. Giovani, conto su di voi! Le redini sono nelle vostre mani.
Nel momento cruciale i discepoli sinceri si impegnano altruisticamente per ripagare il loro debito di gratitudine verso il maestro. Questo è l’insegnamento del Daishonin. Desidero farlo presente ancora una volta ai nostri membri della Divisione giovani e a tutti i membri della Soka Gakkai. Essa è diventata la grande organizzazione che conosciamo perché Makiguchi, Toda e io ci siamo sempre sforzati di ripagare il debito di gratitudine verso i nostri maestri, le nostre eterne guide nel regno del Buddismo. Il futuro dipende dai discepoli. È fondamentale che proteggiamo il puro regno della Gakkai dall’influenza faziosa e distruttiva di individui senza scrupoli – ad esempio persone attirate solo dal denaro, o che si compiacciono dell’attuale dimensione della nostra organizzazione, o che finiscono per perdere la testa a causa della loro posizione.
Come ho più volte ricordato, Josei Toda seguì in carcere il suo maestro Makiguchi e, una volta rilasciato, affermò rivolgendosi al suo defunto maestro: «Nella tua compassione senza limiti, tu mi hai permesso di accompagnarti fino in prigione». Nel 1950, quando Toda si dimise da direttore generale della Gakkai [per evitare che le difficoltà che stava attraversando sul piano finanziario potessero avere ripercussioni negative sull'organizzazione, n.d.r.], ci furono responsabili che cercarono di minare l’impegno della Gakkai lungo il sentiero intrapreso da Makiguchi e dal suo discepolo Toda. Il cuore umano è assai volubile. Al momento delle dimissioni Toda aveva un’aria triste: era solo e malato. A quel tempo, gli chiesi se riteneva che dovessi seguire qualcun altro come mio maestro, ma lui mi rassicurò dicendo che il mio maestro sarebbe rimasto sempre lui. Ho superato uno dopo l’altro ogni ostacolo e difficoltà che abbiamo incontrato, ho combattuto le battaglie più dure per aprire sempre nuove strade. Prima di morire, Toda mi disse: «Hai agito bene, Daisaku. Hai fatto del tuo meglio per me. La mia vita è stata una storia meravigliosa». Ecco perché io non nutro il minimo rimpianto.

La fede è l’unico criterio nel regno del Buddismo

Vorrei ora condividere con voi un passo del Gosho. Tra i discepoli del Daishonin c’era una donna che viene definita come “la monaca laica, la moglie del signore del feudo.” Quando il Daishonin fu esiliato a Sado la donna abbandonò improvvisamente la sua fede. Scrivendo di lei a un altro seguace, il Daishonin osserva: «Avendo dimenticato il suo debito di gratitudine, nella prossima vita cadrà nei cattivi sentieri. Nonostante questo, siccome aveva dimostrato gentilezza nei confronti dei miei genitori, sto pregando di poterla in qualche modo salvare» (Lettera ai preti del Seicho-ji, RSND, 1, 581). Questo famoso passaggio è pervaso dal desiderio del Daishonin di guidare la sua ex seguace per evitarle in qualche modo di cadere in una condizione di infelicità. Questo è anche il mio spirito. Se nell’organizzazione proliferassero persone prive di gratitudine, il futuro stesso della Gakkai sarebbe in pericolo.
Inoltre, il Daishonin definiva saggi e degni di lode i discepoli dalla fede profonda. Li trattava da suoi pari, attribuendo loro i titoli più onorevoli in omaggio alla loro nobiltà in quanto esseri umani. Il Daishonin non loda mai le persone per il loro livello di istruzione o la loro posizione nella società. Tutto questo non ha nulla a che fare con la fede e non dobbiamo mai cadere nell’errore di discriminare una persona in base a simili considerazioni. Questo non era certo lo spirito del Daishonin: è evidente da ciò che afferma nel Gosho.
Ho avuto l’immensa fortuna di incontrare Josei Toda e di averlo come mio maestro: è per questo che sono in grado di comprendere lo spirito fondamentale del Daishonin. Per questo sono stato in grado di proteggere la Gakkai. Se le persone non comprendono questo spirito e, diventando responsabili di alto livello, guidano l’organizzazione anche solo per un momento nella direzione sbagliata, sarà la fine dello sviluppo della Gakkai. La Gakkai è un’organizzazione basata sulla fede, un’organizzazione dedita a kosen-rufu. I suoi responsabili devono essere persone che possono far progredire il nostro movimento per kosen-rufu e fornire la necessaria guida verso questo unico obiettivo.
Nel periodo dell’esilio a Sado, mentre molti abbandonavano il Daishonin, una discepola percorse insieme alla figlioletta il lungo tragitto fino a quell’isola remota per fare visita al suo maestro. In omaggio alla sua fede pura, il Daishonin le conferì il nome di Nichimyo Shonin (Santa). E sono certo che attribuirebbe oggi lo stesso appellativo a ogni membro della Divisione donne. Esse infatti sono le più degne di rispetto, proprio come le fedeli discepole del Daishonin. Il Daishonin conferì anche il titolo di “valoroso” al suo giovane discepolo Nanjo Tokimitsu. Lodandolo per i suoi intrepidi sforzi nel proteggere i compagni di fede durante la persecuzione di Atsuhara, lo battezzò Ueno il Valoroso. Se il Daishonin fosse qui assegnerebbe il titolo di “valoroso” a ogni membro della Gakkai. La sua lode è un onore molto più grande e duraturo di una laurea conferita dalla più prestigiosa delle università. Questa è l’essenza del Buddismo, l’essenza di kosen-rufu e del conseguimento della Buddità. Se i responsabili cedono alla tentazione di un dispotismo meschino distruggono il mondo della fede e offendono la Legge.
Né Toda né Makiguchi hanno mai sostenuto che il livello di istruzione fosse un requisito per praticare il Buddismo del Daishonin. Siamo tutti consapevoli dell’importanza che la società attribuisce alla carriera e ai titoli accademici e d’altra parte la presenza di persone colte e riconosciute come tali all’interno della nostra organizzazione può aiutare a diffondere la fiducia in essa presso il pubblico più vasto. Ma ciò non toglie che, nell’ambito della fede, la fede stessa è l’unica cosa che conta. Nella nostra organizzazione il massimo rispetto e la più alta considerazione vanno ai membri che attivamente si impegnano a condividere con gli altri il Buddismo del Daishonin.

Affidare il futuro ai giovani

Leggiamo ora un altro famoso passaggio del Gosho: «Se fossero persone consapevoli dei propri debiti di gratitudine o comunque in grado di ragionare, di due colpi che si abbattono su di me, desidererebbero addossarsene uno” (Risposta a Yasaburo, RSND, 1, 734). Nichiren Daishonin si alzò con determinazione per denunciare gli insegnamenti erronei di quel tempo e condurre la gente alla vera felicità. Per questo fu diffamato, scacciato da un luogo a un altro, fisicamente attaccato ed esiliato due volte proprio a causa delle sue azioni per diffondere il corretto insegnamento. Il Daishonin afferma che i suoi seguaci dotati di coscienza e di spirito di gratitudine dovrebbero essere pronti ad affrontare almeno la metà di quelle persecuzioni al posto suo. Ci sta dicendo che i responsabili della comunità dei praticanti dovrebbero comportarsi in questo modo. A quel tempo, comunque, ben lontani dall’agire così, molti discepoli abbandonarono la fede e voltarono le spalle al loro maestro.
A un livello diverso, mentre Toda lottava per ridare vita al nostro movimento – qualche anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale – i suoi affari cominciarono ad andar male e lui si trovò ad affrontare difficoltà finanziarie. Chi rimase al suo fianco in quel frangente? I suoi discepoli lo abbandonarono vilmente, uno dopo l’altro. Molti dei più vecchi responsabili della Gakkai erano diventati calcolatori, interessati solo al tornaconto personale. Toda, nel 1951, dopo che fu diventato il secondo presidente della Gakkai, dichiarò senza mezzi termini che sentiva di potersi fidare soltanto dei giovani e che avrebbe passato la presidenza a uno di loro, nonostante a quel tempo ci fossero molti responsabili più anziani nell’organizzazione.
Lo stesso vale oggi. Io posso affidare il futuro soltanto ai giovani. Non ci sarà futuro per il nostro movimento se non facciamo crescere persone che proteggano lealmente e portino avanti lo spirito della Gakkai basato sulla relazione tra maestro e discepolo, persone disposte a lottare fino in fondo per realizzare kosen-rufu. Miei giovani amici, siete voi le persone in cui ripongo tutta la mia fiducia e la mia fede. Lo ripeto, conto su di voi!
Nel 1979 dopo essermi dimesso dalla carica di terzo presidente, non disponevo più neppure di una scrivania dove lavorare alla sede centrale della Soka Gakkai. Dovetti utilizzare un angolo della minuscola stanza laterale riservata ai custodi dell’edificio. Tuttavia, a prescindere dalle circostanze, la mia determinazione di dare tutto me stesso per il bene dei membri e della Gakkai rimase incrollabile. Ho continuato a lavorare per kosen-rufu esattamente come avevo sempre fatto. In quel periodo turbolento mia moglie mi sostenne con calore e mi disse con un sorriso: «Ora potrai andare a trovare i membri che non hai avuto il tempo di visitare fino a oggi! Puoi andare a incontrare i membri di tutto il mondo». In un’altra occasione osservò con tranquillità: «So meglio di chiunque altro che hai dedicato la tua vita al maestro Toda e che hai aiutato la Soka Gakkai a diventare questa grande organizzazione. Il Gohonzon conosce ogni cosa».
Lo spirito combattivo per kosen-rufu, la vera essenza del Buddismo di Nichiren, pulsava vivo nelle vite di Makiguchi e Toda, e io ho ereditato questo spirito da loro. Senza di me lo spirito della Gakkai sarebbe scomparso. Il terzo presidente ha salvato la Soka Gakkai. Sto dicendo questo non per vantarmi dei miei risultati personali, ma per lasciare una chiara testimonianza della verità, esattamente com’è, per il bene dei giovani di oggi e per le generazioni a venire.

Un nobile aspetto dell’umanità

Toda era molto severo quando si trattava di preti ingrati o di ex responsabili che tradivano la Gakkai e i compagni di fede. Dichiarava con grande passione che non si deve mai permettere che simili individui creino scompiglio nella nostra nobile organizzazione. È fondamentale che i nostri responsabili mantengano questo spirito di legittima indignazione verso coloro che cercano di danneggiare il nostro movimento. La collera verso il male è molto importante. Se i responsabili non hanno spina dorsale e curano solo i propri interessi, rifiutandosi o trascurando di parlare quando la nostra preziosa Soka Gakkai viene attaccata o diffamata, i membri soffriranno. In simili casi il silenzio equivale a viltà. È mio desiderio che i responsabili più alti siano sempre i primi a parlare in nome della verità e della giustizia.
Sono forse grandi quelle persone che utilizzano il proprio potere politico per manipolare e dominare gli altri? Dalla prospettiva eterna del Buddismo, non sono che polvere al vento. Il regno della fede è l’aspetto più nobile dell’umanità, è mille volte più importante di ogni dimensione secolare, è il regno dove si svolge la più cruciale e decisiva di tutte le battaglie per la conquista della felicità per l’umanità intera.
Toda dichiarò con severità: «La Soka Gakkai è un’organizzazione che porta avanti la volontà e il mandato del Budda. Se i responsabili della Gakkai sfruttano l’organizzazione per il loro tornaconto o tradiscono la Gakkai, che ha fatto così tanto per loro, siano certi di essere condannati dalle divinità celesti». Disse anche: «Non posso permettermi di abbassare la guardia perché le persone corrotte e prive di scrupoli approfitterebbero della Gakkai. Non dobbiamo permettere che simili persone si avvicinino alla nostra organizzazione». Siate vigili nei confronti delle persone corrotte e senza scrupoli e tenetele a bada – questo era il messaggio di Toda.

I miei discepoli diretti

Toda sottolineò con forza: «In fin dei conti, sono i giovani che sosterranno la Soka Gakkai da ora in poi». Con lo stesso spirito, desidero dire a voi, miei giovani amici: «Alzatevi come miei diretti discepoli!». Durante la mia giovinezza Toda era costantemente presente nei miei pensieri, dalla mattina alla sera. Mi sono totalmente concentrato sul mio maestro. L’ho cercato con la determinazione di un treno lanciato a tutta velocità. In quel periodo gli affari di Toda andavano male e lui aveva contratto ingenti debiti. La sua personalità audace talvolta lo portava a essere frainteso. Ma quando ho incontrato Toda all’età di diciannove anni, ho intuito che si trattava del pilastro della Soka Gakkai e del vero discepolo diretto di Makiguchi. Allora ho determinato, da solo, che io sarei stato il suo discepolo.
Dopo aver preso questa decisione, ho lottato con tutte le mie forze per sostenere e assistere Toda, dedicandomi con indescrivibile intensità al mio lavoro, alla realizzazione di kosen-rufu e alla protezione della salute del mio maestro. Toda si fidava così tanto di me, per quanto fossi giovane che, mentre la situazione dei suoi affari attraversava la fase più critica, a volte mi chiamava a casa sua alle tre del mattino per discutere su come risolvere un problema. La relazione tra maestro e discepolo che abbiamo condiviso è davvero meravigliosa.
Ho giurato a me stesso: «Farò tutto quanto è in mio potere per aiutare Toda a recuperare la sua salute. Sono determinato a far sì che assuma la guida della Gakkai come presidente». Poi mi sono adoperato affinché questo avvenisse, scrivendo una storia di grandi vittorie. Questo è il sentiero basato sulla relazione maestro-discepolo della Soka Gakkai. Spero che voi proseguiate sullo stesso sentiero. Desidero che i nostri giovani comprendano fino in fondo il vero spirito di questa relazione.
Quest’epoca appartiene alla Divisione giovani. È tempo che i giovani si facciano avanti in qualità di leader assumendosi la piena responsabilità della Gakkai. Sto facendo tutti i passi necessari per essere certo che ciò avvenga.
Vi ringrazio per aver ascoltato con tanta pazienza oggi! Di nuovo il mio profondo apprezzamento ai nostri membri della SGI: vi ringrazio per aver compiuto questo lungo viaggio per unirvi a noi! State bene, siate felici e in salute! Concludiamo recitando Daimoku insieme. Vi prego di portare i miei saluti ai nostri compagni membri, una volta tornati a casa. Grazie ancora! 

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.405 1 ottobre 2008

 

Nascita, vecchiaia, malattia e morte

di Katsuji Saito

L’infelicità e la sofferenza derivano dall’illusione che le cose impermanenti siano permanenti, ma se riusciamo a percepirela Leggemistica in tutti i fenomeni possiamo sperimentare in ogni circostanza la stessa energia creativa, la stessa felicità e la stessa libertà del Budda

Le quattro sofferenze di nascita (ed esistenza giorno per giorno), malattia, invecchiamento e morte (in giapponese sho, ro, byo, shi) sono comuni a tutti gli esseri e sono uno degli argomenti più importanti per il genere umano.
Non è esagerato affermare che la maggior parte delle religioni ha dovuto affrontare questo argomento e interrogarsi su di esso. In una scrittura buddista Shakyamuni parla di vincere “le tre forme di orgoglio” – l’orgoglio della gioventù, l’orgoglio della salute e l’orgoglio della vita – in relazione alle sofferenze universali di invecchiamento, malattia e morte. Il Budda spiega che, ubriache dell’orgoglio della gioventù, le persone provano avversione nei confronti di chi è piegato dall’età; ubriache dall’orgoglio della salute, provano avversione per chi è malato, e ubriache dall’orgoglio della vita provano avversione per i morti. Ciò che separò Shakyamuni da queste forme di orgoglio – scrive Ikeda – è che cominciò a interrogarsi su queste sofferenze quando era nel pieno della gioventù, della salute e della vitalità (cfr. L’età della saggezza, Esperia, 2001, p. 52).
Anche il giovane Nichiren, quando iniziò la sua vita religiosa, dichiarò che la prima cosa da studiare era la morte, poi le altre questioni: «Sin dall’infanzia ho studiato il Buddismo con un solo pensiero nella mente. La vita dell’essere umano è fugace. Ogni respiro può essere l’ultimo. Nemmeno la rugiada asciugata dal vento è tanto effimera. Nessuno, saggio o sciocco, giovane o vecchio, può sfuggire alla morte. Per questo il mio unico desiderio fu di risolvere questo eterno mistero. Il resto era secondario» (GZ, 1404).

Secondo il Buddismo le quattro sofferenze sono il vero aspetto della vita, ma la tendenza degli esseri umani è quella di ignorare questa realtà. Scrive il Daishonin: «Chi ha ricevuto la vita non può evitare la morte. Questo è un fatto che tutti gli esseri umani riconoscono, dal più nobile, l’imperatore, fino al più umile cittadino, ma in realtà neanche uno su mille o diecimila prende questa questione seriamente o se ne addolora» (Conversazione fra un santo e un uomo non illuminato, RSND, 1, 86; cfr. SND, 7, 27). E ancora: «Considerare la nascita e la morte con repulsione e cercare di sfuggirvi è chiamato illusione, o un punto di vista dell’Illuminazione acquisita. Vedere e capire la natura originariamente intrinseca della nascita e della morte è chiamato risveglio, o Illuminazione originale. Ora, quando Nichiren e i suoi seguaci recitano Nam-myoho-renge-kyo, realizzano la natura originariamente intrinseca della nascita e della morte»1 (Raccolta degli insegnamenti orali, Buddismo e società, n. 117, p. 45).

Un flusso continuo
Il Buddismo considera l’alternanza di vita e morte come il ritmo originale intrinseco della Legge mistica. L’universo nella visione buddista è governato da un movimento dinamico ciclico che si ripete costantemente: entrare in esistenza, esistere, cambiare, sparire.
Tutti i fenomeni si evolvono in questo flusso costante, niente esiste permanentemente: il concetto delle quattro sofferenze esprime proprio questa impermanenza. L’infelicità e la sofferenza derivano dall’illusione che le cose impermanenti siano permanenti. «Chi considera scontata la propria vita – scrive Ikeda – ha paura della morte, chi considera scontata la propria giovinezza teme l’idea di invecchiare e chi considera scontata la propria salute è sconvolto quando si ammala» (MDG, 2, 322).
La verità è che la realtà è impermanenza. Una persona che non percepisce questa verità soffre.

Il punto di vista del Buddismo sulle sofferenze
Il Buddismo antico identifica l’origine della sofferenza nell’attaccamento ai desideri, secondo quanto enunciato nelle quattro nobili verità: l’esistenza in questo mondo è sofferenza; la sofferenza è generata dal desiderio egoistico; l’estinzione di questo desiderio fa cessare la sofferenza; c’è una via – l’ottuplice sentiero – che porta all’estinzione del desiderio.
Secondo il Buddismo mahayana, invece, i desideri e le sofferenze di nascita e morte non sono ostacoli da eliminare bensì i primi possiedono il potenziale per trasformarsi in saggezza illuminata e le seconde sono il mezzo tramite il quale raggiungere il nirvana.
Il Sutra del Loto fa un ulteriore passo avanti e afferma che c’è una verità più profonda: proprio durante il processo di esistenza, cambiamento, entrata nella non-esistenza possiamo afferrare l’essenza mistica dell’essere – la natura illuminata. Infatti nel Sutra del Loto sono esposti i principi che le illusioni e i desideri sono Illuminazione (bonno soku bodai) e che le sofferenze di nascita e morte sono nirvana (shoji soku nehan), principi che sono iscritti nel Gohonzon. Nichiren dice che la parola soku (che qui viene tradotta con “sono”) è Nam-myoho-renge-kyo.
In sintesi non esiste alcuna Illuminazione separata dalla realtà dei desideri – cioè la realtà della vita umana – e non può esserci nirvana al di fuori delle sofferenze di nascita e morte. Nel Gosho Le illusioni e i desideri sono Illuminazione si legge: «Il principio secondo cui le sofferenze di nascita e morte sono nirvana esiste solo nella comprensione che l’entità della vita in tutto il suo ciclo di nascita e morte non viene né generata né distrutta. Il sutra Virtù universale afferma: “Anche senza recidere le illusioni e i desideri o distaccarsi dai cinque desideri, si possono purificare tutti i sensi e cancellare tutte le colpe”» (RSND, 1, 282; cfr. SND, 4, 145).
Il Gran maestro T’ien-t’ai fa l’esempio del cachi acerbo che, esposto al sole, diventa dolce. Il cachi non cambia la sua natura, ma esposto al catalizzatore del sole, che rappresenta la pratica buddista, si trasforma.

L’eternità della vita
Ne Il conseguimento della Buddità in questa esistenza è scritto: «[La vita] è una realtà inafferrabile che trascende sia le parole che i concetti di esistenza e non esistenza. Non è né esistenza né non esistenza e tuttavia manifesta le proprietà di entrambe. È la mistica entità della Via di mezzo che è l’unica vera realtà. Myo è il nome dato alla misteriosa natura della vita e ho quello attribuito alle sue manifestazioni» (RSND, 1, 4; cfr. SND, 4, 5).
Un’esistenza non può essere quindi considerata solo come manifestazione o estinzione. Secondo quanto afferma qui il Daishonin, non basta riconoscere che tutti i fenomeni sono impermanenti, ma bisogna percepire in essi la Legge mistica. Mentre nei due mondi di Studio e Illuminazione parziale ci si ferma al livello della consapevolezza dell’impermanenza dell’universo, questa visione profonda rispetto alla Legge mistica di vita e morte è l’Illuminazione del Budda. Quindi anche se le nostre vite mostrano l’impermanenza, in realtà la nostra vita è eterna: questo è il punto di vista del Budda.
Nel Sutra del Loto è scritto: «Il Tathagata percepisce il vero aspetto del triplice mondo esattamente com’è. Non vi è né nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo né estinzione» (SDL, 298). Spiega Nichiren, commentando questo brano: «Possiamo anche dire che non esistenza ed esistenza, nascita e morte, flusso e riflusso, esistenza in questo mondo ed entrata nell’estinzione sono tutte, senza eccezione, azioni della natura intrinseca che permane eternamente» (Raccolta degli insegnamenti orali, Buddismo e società, n. 117, p. 45).
Il Buddismo del Daishonin ci insegna quindi ad accettare l’impermanenza e a non subirla, consapevoli che la Legge mistica ha il potere e la forza di far evolvere il cambiamento verso il positivo. Non solo: quando ci illuminiamo a questa verità, invece di soffrire per l’impermanenza della vita sperimentiamo le quattro virtù di eternità, felicità, vero io e purezza (jo raku ga jo).

Le quattro virtù del Budda
Nella Raccolta degli insegnamenti orali è scritto: «Quando, mentre siamo in questi quattro stati di nascita, vecchiaia, malattia e morte, recitiamo Nam-myoho-renge-kyo, facciamo sì che essi diffondano la fragranza delle quattro virtù» (Buddismo e società, n. 114, p. 45).
Guardiamo ora alla vita da questa nuova prospettiva. Consideriamo jo, l’eternità: spesso cerchiamo di evitare il cambiamento, vorremmo essere eterni o che le cose intorno a noi fossero immutabili. Secondo il Buddismo invece l’eternità è insita nel cambiamento, è la tendenza della vita a rinnovarsi superando tutti i punti morti in un’ondata inesauribile di energia creativa. Raku è uno stato di felicità indistruttibile, un senso di pace e sicurezza che deriva dallo sperimentare l’eternità della vita. Ga è il vero io, l’indipendenza di cui gode il Budda libero da ogni condizionamento; è un solido senso di identità che è un tutt’uno con la Legge mistica. Jo indica una purezza assoluta non toccata dai desideri e dalle illusioni, è il potere della vita che libera l’io individuale dalle impurità egoistiche.
Ci dobbiamo chiedere allora se consideriamo nascita e morte come un infinito e doloroso ciclo di rinascita nei sei sentieri o come aspetti della Legge mistica dei quali percepiamo la vera natura intrinseca.
Il Daishonin dichiara che nell’istante in cui comprendiamo che la nostra esistenza impermanente è l’entità della Legge mistica, essa viene permeata da queste quattro nobili virtù.
Questa affermazione non è né idealistica né teorica: possiamo provarla, sperimentarla nelle nostre vite. Infatti nel Sutra del Loto è scritto: «La sua malattia svanirà ed egli non conoscerà né vecchiaia né morte» (SDL, 386), e il Daishonin commenta che “né vecchiaia” si riferisce al Budda Shakyamuni e “né morte” a persone come i Bodhisattva della Terra (cfr. Raccolta degli insegnamenti orali, Buddismo e società, n. 121, p. 57).
È estremamente importante – scrive Ikeda – che Nichiren associ la qualità dell’immortalità ai Bodhisattva della Terra, un numero infinito di esseri umani che posseggono nella loro vita la Legge mistica e si sforzano instancabilmente, senza risparmiarsi, di propagarla. Queste sono le persone che egli definisce immortali.
«Quando ci dedichiamo a realizzare la nostra missione di Bodhisattva della Terra – conclude – la nostra vita soggetta alle quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte viene pervasa dalle nobili virtù di eternità, felicità, vero io e purezza e diveniamo capaci di liberarci dalle dolorose catene delle sofferenze di nascita e morte. Vivere e morire mantenendo un’eterna devozione alla Legge mistica rappresenta la verità insita nella vita stessa, quella che il Daishonin definisce la “natura originariamente intrinseca della nascita e della morte”» (MDG, 2, 340-41).

Note

1) “Illuminazione acquisita” è usato in contrasto con “Illuminazione originale”. Secondo la dottrina dell’Illuminazione originale, l’Illuminazione non è qualcosa che si acquisisce attraverso la pratica religiosa ma esiste nel proprio originale stato di vita. Da questo punto di vista, l’Illuminazione acquisita cade nella categoria dell’illusione, non in quella della vera Illuminazione. 

Bibliografia

Buddismo e Società n.135 luglio agosto 2009

Le quattro sofferenze

di Daisaku Ikeda, Katsuji Saito, Masaaki Morinaka

IKEDA: Come devoto del Sutra del Loto, il Daishonin si dedicò anima e corpo, per tutta la vita, a tracciare la via per l’Illuminazione di tutte le persone dell’Ultimo giorno della Legge. Come considerava questo nobile alfiere della Legge le quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte? Cosa insegnava ai suoi discepoli in proposito? Come affrontò personalmente la morte?

MORINAKA: Come traspare dalla storia dei quattro incontri1 di Shakyamuni possiamo affermare che il Buddismo sorge dal desiderio di trovare una spiegazione a queste quattro sofferenze fondamentali.

IKEDA: Nichiren Daishonin afferma: «La prima cosa che apprendiamo è la morte, poi impariamo tutto il resto» (GZ, 1404). La motivazione fondamentale di Shakyamuni quando lasciò la sua casa per dedicarsi alla vita religiosa fu trovare la risposta al problema della vita e della morte. Senza una spiegazione delle sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte, la felicità e la prosperità umana autentiche sarebbero rimaste per sempre irraggiungibili. Nonostante si tratti di questioni di importanza fondamentale, sembra che molte persone evitino di guardare direttamente queste realtà della condizione umana.

MORINAKA: Scrive il Daishonin: «Chi ha ricevuto la vita, non può evitare la morte. Questa è una verità che tutti gli uomini conoscono, dall’imperatore fino al più umile cittadino, ma in realtà neanche uno su mille o diecimila prende questa questione seriamente o se ne preoccupa» (SND, 7, 27).

IKEDA: Nascita, invecchiamento, malattia e morte sono la realtà della vita umana. È impossibile sfuggire a essa e cercare di farlo non ci condurrà alla vera felicità.

SAITO: Credo che una delle ragioni per cui alle persone non piace guardare in faccia questa inevitabile realtà dell’esistenza umana è che le costringe ad affrontare direttamente l’impermanenza della vita.

IKEDA: In un certo senso tutti i fenomeni dell’universo sono impermanenti; tutte le cose sono in uno stato di flusso continuo. L’intero universo è governato da questo ritmo inesorabile di nascita, durata, cambiamento ed estinzione. Allo stesso modo, nascita, invecchiamento, malattia e morte fanno parte integrante del tessuto della nostra vita. Chi considera scontata la propria vita ha paura della morte, chi considera scontata la propria giovinezza teme l’idea di invecchiare e chi dà per scontata la propria salute è sconvolto quando si ammala. Non si possono evitare le quattro sofferenze dell’esistenza umana.
Ma per un Budda – per chi si è risvegliato alla Legge mistica e percepisce l’eternità della vita – nascita, invecchiamento, malattia e morte costituiscono il ritmo fondamentale e sono pervase dalla fragranza delle quattro nobili virtù2 di eternità, felicità, vero io e purezza. E il Daishonin ci insegna che anche il ciclo di nascita, invecchiamento, malattia e morte delle persone comuni che abbracciano la Legge fondamentale di Nam-myoho-renge-kyo viene permeato dalla fragranza di queste quattro virtù.
Per comprendere meglio questo principio vediamo cosa afferma il Daishonin riguardo alla sua personale esperienza delle quattro sofferenze. In Costruzione del santuario di Hachiman, scritto nel 1281, l’anno prima di morire, il Daishonin parla del suo stato di salute.

MORINAKA: Scrive infatti: «Sono ormai ventinove anni che predico questa dottrina [la Legge mistica]. Forse a causa dell’esaurimento fisico e dello sforzo mentale causato dai dibattiti quotidiani, dalle persecuzioni mensili e dai due esili, negli ultimi sette o otto anni [qui a Minobu] le malattie legate all’invecchiamento mi hanno colpito ogni anno. Nessuna mi è stata fatale ma, dal primo mese di questo anno, il mio corpo si è particolarmente indebolito e ho la sensazione che la mia vita stia giungendo al termine. Inoltre ho già sessant’anni3 compiuti. Anche se riuscissi a passare quest’anno, quante probabilità ci sono che riesca a vivere ancora uno o due anni?» (GZ, 1105).

SAITO: Aveva lucidamente previsto il momento della sua morte.

IKEDA: Nell’anno precedente alla sua morte, il secondo presidente della Soka Gakkai Josei Toda predisse che la sua vita sarebbe giunta al termine «nel periodo in cui i ciliegi sono in fiore». E così fu. Toda non aveva paura di guardare in faccia le realtà di nascita, invecchiamento, malattia e morte della sua vita.

MORINAKA: Quello della vita e della morte è un problema sul quale è assai difficile riflettere. Eppure credo che tutti dovremmo cercare di sviluppare un atteggiamento verso la vita che ci permetta di guardare in faccia la realtà di nascita, invecchiamento, malattia e morte.

IKEDA: Nei ventun anni che intercorrono dalla fondazione del suo insegnamento, a trentadue anni, sino al suo trasferimento a Minobu, a cinquantatré anni, Nichiren Daishonin superò persecuzioni che, secondo le sue stesse parole, furono grandi «come montagne sovrapposte a montagne e onde che si susseguono alle onde» (SND, 1, 113). Dai suoi scritti è evidente che sopportare queste persecuzioni richiese un enorme dispendio di energie sia dal punto vista fisico sia mentale.
In particolare, quando fu esiliato a Sado all’età di cinquant’anni, il Daishonin fu costretto a vivere in condizioni estremamente avverse. Forse per questo la sua salute era già provata quando si trasferì a Minobu, rendendolo soggetto alle malattie durante il suo soggiorno in quel luogo. Nel brano che abbiamo appena letto il Daishonin afferma di soffrire di «malattie legate all’invecchiamento» (GZ, 1105) e altrove spiega di essere affetto da «malattie logoranti» o «vecchiaia»4.

SAITO: Il Daishonin narra esplicitamente anche di essere stato colpito da vari accessi di dissenteria il 30 dicembre 1277 e nel giugno dell’anno seguente, il 1278, i suoi sintomi peggiorarono. Per fortuna sembra che una cura prescritta da Shijo Kingo lo avesse aiutato a ristabilirsi. Tre anni dopo, all’inizio del 1281, all’età di sessant’anni, il Daishonin si ammalò gravemente e alla fine di novembre le sue condizioni erano peggiorate al punto che riusciva a malapena a mangiare.

MORINAKA: In una delle sue lettere, il Daishonin menziona una grave penuria di sale5 a Minobu. Forse la deficienza di questo minerale fu uno dei fattori che prolungarono la malattia.

IKEDA: Nel gennaio del 1282, anno della sua morte, le sue condizioni sembravano migliorate ma in febbraio peggiorarono nuovamente, tanto che non era più in grado di scrivere personalmente anche brevi lettere e le dettava ai suoi discepoli.
In queste condizioni, il 28 febbraio, Nichiren Daishonin scrisse il Gosho La conferma del Sutra del Loto, che fece recapitare da Nikko Shonin, in cui indirizza calorose parole di guida al suo discepolo Nanjo Tokimitsu, gravemente ammalato, per insegnargli a respingere le funzioni demoniache della malattia e della morte che lo stavano attaccando. L’aver trovato l’energia per scrivere questa lettera, nonostante fosse debilitato dalla malattia, attesta l’enorme potere della sua compassione.
Nell’ultimo anno della sua vita le sue condizioni di salute subirono alti e bassi sino alla partenza da Minobu in settembre6. E dalle poche lettere ai discepoli scritte di suo pugno dal 1282 in poi – gli unici scritti esistenti consistono in alcuni brevi messaggi di Capodanno e altre lettere fra cui La conferma del Sutra del Loto – possiamo dedurre che la salute del Daishonin fosse estremamente fragile.

SAITO: Dai suoi scritti si può vedere come l’atteggiamento del Daishonin nei confronti dell’invecchiamento, della malattia e della morte fosse del tutto scevro da quel tipo di rassegnazione o malinconia che spesso le persone provano all’approssimarsi della fine. Le sue espressioni franche e dirette trasmettono anche la realtà del dolore che doveva sentire. Ma l’impressione dominante che ci lasciano è di una condizione vitale serena e imperturbata, priva di qualsiasi disperazione o di senso di futilità.

MORINAKA: Davanti a tanta forza spirituale possiamo concludere che il Daishonin fosse venuto a patti con la realtà della vecchiaia. E anche quando si ammalò a causa del declino fisico e delle dure condizioni ambientali di Minobu non perse mai il suo spirito combattivo.

IKEDA: Il Sutra del Loto afferma che il Budda ha «poche malattie e poche preoccupazioni» (SDL, 15, 281); dunque anche chi diventa Budda continua ad avere preoccupazioni e sofferenze e naturalmente va soggetto alle malattie. Inoltre proprio perché si dedica alla verità e alla giustizia è destinato a essere assalito da ogni tipo di ostacolo e demone. L’idea che ottenere l’Illuminazione significhi vivere per sempre liberi dagli ostacoli e dalle funzioni negative non fa parte del Buddismo. Piuttosto l’immensa condizione vitale del Budda dà la forza interiore e il potere di affrontare senza paura tali dure prove e di trovare in sé la saggezza e la capacità di agire necessarie per superarle.
Nella nostra vita la capacità di fare appello a una forte fede per combattere ostacoli come il demone della malattia, senza averne paura ma nemmeno sottovalutandoli, corrisponde alla manifestazione dello stato di Buddità.

MORINAKA: Ribadiamo dunque che il solo fatto di praticare il Buddismo non significa che non ci ammaleremo mai.

IKEDA: Toda spesso diceva: «La malattia è una funzione della natura. Allo stesso tempo gli esseri umani posseggono dentro di sé il potere di curare i loro stessi mali. È come quando superiamo un ripido pendio per raggiungere nuovamente la pianura».
Il Daishonin afferma: «Il vero aspetto del triplice mondo7 è nascita, invecchiamento, malattia e morte» (GZ, 753). La malattia è solo un aspetto della vita umana. Non si può concludere che qualcuno si è lasciato sconfiggere semplicemente perché si è ammalato. Inoltre saltare alla conclusione che la fede di qualcuno non è corretta soltanto perché si è ammalato equivale a una totale mancanza di compassione. Offrire un caldo incoraggiamento a coloro che combattono la malattia è indice di genuina preoccupazione per gli altri. Quando qualcuno dei suoi discepoli si ammalava il Daishonin lo incoraggiava con tutto se stesso.
Il «ruggito del leone» di Nam-myoho-renge-kyo è l’arma fondamentale per combattere la malattia. Non dobbiamo mai dimenticare la frase del Daishonin: «Nam-myoho-renge-kyo è come il ruggito di un leone. Quale malattia può quindi essere un ostacolo?» (SND, 4, 149).

SAITO: Nel dialogo con lei, presidente Ikeda, il bioetico canadese dell’Università di Montreal Guy Bourgeault osservò che la salute non significa né assenza di malattia né semplicemente una condizione stabile. Disse: «Essenzialmente la buona salute non è tanto l’assenza di malattia quanto la tensione fra un equilibrio precario e la dinamica costante che mira a ristabilirlo»8.

MORINAKA: È sicuramente vero che, quando godiamo di buona salute, nel nostro corpo è in corso un’incessante lotta contro i virus e i batteri che possono essere causa di malattia. In questo senso, l’assenza di tale lotta significa la morte di un organismo vivente.

IKEDA: Una vita basata sulla creazione di valore usa la battaglia contro la malattia per sviluppare un senso di soddisfazione e ricchezza interiore ancor maggiori. Per questo è tanto importante avere il cuore di un leone col quale combattere tutti gli ostacoli fino alla fine. Dobbiamo possedere uno spirito indomito e invincibile. È proprio per questa ragione che è necessario sforzarci nelle due vie della fede e della pratica ogni giorno, recitando Nam-myoho-renge-kyo sia per noi sia per gli altri e forgiando una forte determinazione basata sulla fede che rimarrà salda e incrollabile di fronte a qualsiasi attacco del demone della malattia.
Quando la monaca laica Toki, moglie di Toki Jonin, si ammalò gravemente, il Daishonin le inviò ripetute lettere di incoraggiamento cercando di comunicarle speranza e forza.

MORINAKA: La monaca laica Toki si era presa cura per molti anni della suocera malata e aveva sostenuto suo marito che attraversava una situazione difficile. Alla fine ne era stata eccessivamente provata e anche la sua salute ne aveva risentito, tanto che non aveva nemmeno la forza per decidere di farsi curare. Il Daishonin la incoraggia dicendo: «Anche tu pratichi il Sutra del Loto e la tua fede è come la luna crescente o la marea che si alza. Sii profondamente convinta che la tua malattia non può durare e che non è possibile che la tua vita non venga prolungata! Prenditi cura di te e non affliggere la tua mente» (SND, 9, 36).

IKEDA: «Non affliggere la tua mente»: la cosa importante è avere uno spirito combattivo, lo spirito del devoto del Sutra del Loto. Dice anche: «Prenditi cura di te». È essenziale prendere misure concrete per ristabilire la nostra salute.
Nessuno decide fin dall’inizio di farsi vincere dalla malattia, ma quando una particolare infermità interferisce con le nostre attività quotidiane o col nostro lavoro, facendoci perdere coraggio e fiducia in noi stessi, pian piano è possibile venire sopraffatti dalla disperazione. Nel caso della monaca laica Toki, la sua rassegnazione aveva origine probabilmente dal fatto che la malattia si era prolungata per molto tempo senza alcun segno di miglioramento e il Daishonin la esorta a trovare in sé la decisione di continuare a vivere malgrado le difficoltà.

MORINAKA: In Sul prolungamento della vita il Daishonin scrive: «La vita è il più prezioso di tutti i tesori. Anche un solo giorno di vita in più ha maggior valore di dieci milioni di ryo9 d’oro. [...] Affrettati ad accumulare il tesoro della fede e sconfiggi velocemente la tua malattia. [...]
«Un giorno di vita è molto più prezioso di tutti i tesori dell’universo, quindi, prima di tutto, devi accumulare una fede sincera. [...] inoltre hai incontrato il Sutra del Loto. Se vivi anche un solo giorno di più puoi accumulare una fortuna ancora più grande. Quant’è preziosa la vita!» (SND, 4, 89).

IKEDA: Ovviamente ci sono anche persone di forte fede che hanno una vita breve. Questo ha sicuramente un profondo significato. Il valore di una persona non si determina dal numero di anni che ha vissuto; come afferma il Daishonin: «È meglio vivere un solo giorno con onore piuttosto che morire a centoventi anni in disgrazia» (SND, 4, 177). Nel brano che abbiamo appena citato il Daishonin parla del «tesoro della fede» e sottolinea l’importanza che la monaca laica Toki risvegli la volontà o, se preferite, il sincero desiderio, l’aspirazione di continuare a vivere.
Per noi ogni giorno di vita è un giorno in cui possiamo dare un contributo a kosen-rufu e ogni giorno trascorso a fare attività è un giorno che porta direttamente alla realizzazione del grande desiderio di kosen-rufu. Perciò non dobbiamo assolutamente farci sconfiggere da alcun ostacolo o malattia. Se ci lasciassimo sconfiggere e mancassimo di adempiere alla nostra missione verso la Legge mistica, solo il Demone del sesto cielo e i suoi eserciti, cioè le forze dell’oscurità e della negatività intrinseca alla vita, ne godrebbero.

MORINAKA: Il dramma della malattia è l’esempio più evidente della lotta fra il Budda e le funzioni demoniache, fra ottenere la Buddità o rimanere confinati nei mondi inferiori.

IKEDA: Il Daishonin afferma che la malattia è «il volere del Budda» (SND, 7, 248) perché ci sprona a risvegliare «lo spirito di ricerca della Via»10. La malattia non è altro che una battaglia fra il Budda e le forze demoniache. Ne La conferma del Sutra del Loto, indirizzata a Nanjo Tokimitsu che era gravemente ammalato, il Daishonin spiega la determinazione necessaria per sconfiggere tali funzioni negative.

SAITO: Egli inizia ad assalire i demoni della malattia che stanno attaccando Tokimitsu con queste parole: «E voi demoni…!» (SND, 5, 233).

MORINAKA: Il Daishonin dice al suo discepolo: «Poiché sembra ormai sicuro che conseguirai la Buddità, il Demone del sesto cielo e altri demoni11 stanno cercando di intimidirti per mezzo della malattia. [...] non farti intimidire minimamente!» (SND, 5, 232-3). Poi passa a rimproverare severamente i demoni.

IKEDA: Il Daishonin afferma che, tormentando Tokimitsu, questi demoni hanno voltato le spalle al Sutra del Loto e sono diventati nemici di tutti i Budda del passato, del presente e del futuro in tutto l’universo. Dice anche che non basta che cambino atteggiamento e curino la malattia di Tokimitsu; devono anche adoperarsi per proteggerlo. Questo è un principio fondamentale per spiegare l’elemento essenziale per una buona salute.
Lo scopo fondamentale della longevità e della salute è poter recare beneficio agli altri nella società con le nostre azioni compassionevoli; ovviamente si prega per avere buona salute e vivere a lungo anche per la nostra stessa felicità. Inutile dire che guastare la propria salute con abitudini smoderate, con uno stile di vita squilibrato o per pura negligenza contrasta totalmente con un modo di vivere indirizzato alla creazione di valore. Nella nostra vita quotidiana dobbiamo usare saggezza, per esempio prendendoci il tempo per ristorarci o riposare quando siamo stanchi. La buona salute è qualcosa che sta a noi tutelare, agendo con prudenza e buon senso. La salute è la medaglia d’onore del saggio.
Qual è lo scopo di rimanere in buona salute e vivere a lungo? Poter vivere al massimo la nostra esistenza e usarla per la Legge, la felicità e il benessere delle nostre famiglie, dei nostri compagni e di tutti gli esseri umani, per realizzare la nostra missione individuale e il grande desiderio di kosen-rufu. Perciò è vitale affrontare i problemi di nascita, invecchiamento, malattia e morte, mentre conduciamo la nostra battaglia per kosen-rufu. Fare questo è la prova concreta dell’esistenza eterna nella nostra vita delle quattro nobili virtù del Budda: eternità, felicità, vero io e purezza.
Nascita, invecchiamento, malattia e morte non devono essere cause di lamento; sono piuttosto il luminoso palcoscenico per mettere in scena una vita in cui risuonino le note trionfanti di «eternità, felicità, vero io e purezza». Attraverso il dramma di nascita, invecchiamento, malattia e morte, creiamo una vita gioiosa e piena di vittoria come esseri umani.

MORINAKA: Nel settembre 1282, il Daishonin lasciò Minobu, che era stata la sua casa per nove anni, e si mise in viaggio verso la residenza del maggiore dei fratelli Ikegami, Munenaka12, nella provincia di Musashi (parte dell’attuale Tokyo), dove morì il 13 ottobre dello stesso anno.

IKEDA: Nel periodo trascorso a Minobu, il Daishonin realizzò completamente la solenne promessa della sua vita. Quegli ultimi anni, in particolare dal 1279 fino alla morte nel 1282, videro la sua vittoria e furono il coronamento della sua esistenza.

SAITO: Ne Le Persecuzioni che colpiscono il Budda, del 1279, il Daishonin espone la decisione di realizzare lo scopo della propria esistenza (cioè l’iscrizione dell’oggetto di culto per tutta l’umanità) e afferma con sicurezza che a quel punto anche persone possedute da potenti demoni non potevano più nuocergli perché godeva della protezione degli dèi buddisti13.

IKEDA: Il Daishonin aveva acquisito un’immensa condizione vitale che gli garantiva il sostegno e la protezione delle forze universali. Era uno stato di suprema realizzazione derivante dall’aver lottato tutta la vita per diffondere ampiamente la Legge mistica, il mezzo fondamentale per condurre all’Illuminazione tutte le persone dell’Ultimo giorno della Legge.
Nella vita, il capitolo conclusivo è della massima importanza. Toda (che morì nell’aprile 1958) soleva dire: «Non si può giudicare un’esistenza finché non è conclusa. L’essere felici o meno negli ultimi anni determina l’esito finale». Anche Toda ebbe una vita di lotta senza tregua. Poiché aveva deciso che kosen-rufu era la sua missione come individuo, sfidò se stesso e i propri limiti e, negli ultimi quattro anni della sua vita, riuscì a dedicarsi completamente e senza altri impedimenti allo scopo che tanto gli stava a cuore. Alla luce di come visse, fu un vero vincitore.

MORINAKA: Gli ultimi quattro anni della vita di Toda corrispondono al periodo in cui lei, presidente Ikeda, era responsabile di staff della Divisione giovani, carica che aveva assunto nel marzo 1954. Furono anni di grande incremento nelle attività di propagazione della Gakkai, in cui venne realizzato l’obiettivo che Toda aveva fatto voto di raggiungere: la conversione di settecentocinquantamila famiglie.

IKEDA: In quei quattro anni, Toda ingaggiò una lotta senza precedenti per dare basi solide a kosen-rufu in modo da poter passare il testimone e la guida del movimento ai suoi giovani successori. Era come se con ogni sua azione cercasse di insegnarci: «Così si comporta un leone di kosen-rufu!». L’ultimo capitolo della vita è cruciale. Tutto sta nell’essere felici nei nostri ultimi anni e provare una sensazio-ne di massima soddisfazione e tranquillità nel profondo del cuore.

MORINAKA: Dunque la posizione sociale e la situazione economica non sono il criterio principale per la felicità.

IKEDA: Lo scopo del Buddismo è permetterci di trionfare sulle illusioni e sulle sofferenze di nascita e morte e costruire una condizione vitale interiore salda e indistruttibile. La Legge che ci consente di liberarci di queste illusioni e sofferenze è Nam-myoho-renge-kyo; il Daishonin lo aveva affermato sin da quando aveva iniziato a diffondere il corretto insegnamento. Nel Raggiungimento della Buddità in questa esistenza egli espone con chiarezza il potere illuminante della Legge mistica.

MORINAKA: «Se vuoi liberarti dalle sofferenze di nascita e morte che sopporti dall’eternità e raggiungere sicuramente la suprema Illuminazione in questa esistenza, devi risvegliarti alla mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani. Questa verità è Myoho-renge-kyo. Di conseguenza recitare Myoho-renge-kyo ti permetterà di percepire la mistica verità dentro di te» (SND, 4, 3).

IKEDA: Sta dicendo che il mezzo, o Legge, per liberarci dalle illusioni e dalle sofferenze di nascita e morte esiste nella nostra vita stessa e non è altro che Myoho-renge-kyo, la «mistica verità che è sempre esistita nella vita degli esseri umani». Il Daishonin stabilì il mezzo col quale le persone potevano vivere la propria vita sulla base di questa mistica verità, cioè rivelò la Legge di Nam-myoho-renge-kyo. Nam-myoho-renge-kyo è il nome del principio mistico ma indica anche la fede in tale principio. Ed è anche il nome attribuito allo stato vitale in cui si manifesta liberamente questo principio mistico, cioè lo stato di Buddità. Nam-myoho-renge-kyo è l’entità della Legge, dotata simultaneamente della causa e dell’effetto per l’ottenimento della Buddità.
In termini di pratica, è importante avere una fede corretta. Perciò il Daishonin sottolineò sempre l’importanza di una fede basata sullo spirito di non risparmiare la propria vita, sulla volontà di dedicarsi anima e corpo alla Legge.

SAITO: Poiché le persone considerano preziosa la propria vita a volte tendono a preoccuparsi eccessivamente di perseguire e tutelare i propri interessi. Si lasciano dominare dalla paura e dalla viltà, terrorizzate all’idea di perdere il proprio prestigio e la propria posizione o di diventare oggetto di critica o censura.
In Lettera da Sado il Daishonin paragona questa stupidità umana alla maniera in cui i pesci o gli uccelli, pur cercando di proteggersi dai pericoli, alla fine si fanno ingannare dall’esca e vengono catturati. E dice: «Gli uomini fanno lo stesso: perdono la vita per superficiali cose mondane, ma ben raramente la sacrificano per la grande causa del Buddismo. Per questo motivo sono pochi gli uomini che ottengono la Buddità14» (SND, 4, 74).

MORINAKA: Penso che non esista qualcuno che non tiene alla propria vita. Ma se ci facciamo prendere troppo da noi stessi finiremo col vivere i nostri giorni concentrati su «superficiali cose mondane».

IKEDA: Anche se è naturale che le persone desiderino trovare la felicità, si attaccano a «cose superficiali» e si allontanano dalla «grande causa del Buddismo», il sentiero che conduce alla vera felicità. Questo è l’aspetto temibile dell’ignoranza o oscurità fondamentale, quella che potremmo anche chiamare la follia umana di base. Per quanto intelligente una persona possa essere, se si fa vincere dall’ignoranza o dall’illusione, non sarà in grado di portare a compimento la propria pratica buddista e la sua esistenza si concluderà con un fallimento. Potrà persino finire col disprezzare e volgere le spalle agli insegnamenti del Budda e infine diventare nemica della Legge.
Perciò il Daishonin ci esorta continuamente a impegnarci nella fede senza risparmiare la nostra vita, con l’atteggiamento di considerare «il proprio corpo insignificante mentre la Legge è suprema»15. Una dedizione priva di egoismo alla Legge caratterizzò la vita del Daishonin, il quale insegnò anche ai suoi discepoli che solo impegnandosi nella fede in questo modo si poteva ottenere la Buddità. Sono molti i passi dei suoi scritti in cui ribadisce questo concetto.

MORINAKA: Per esempio nelle Quattordici offese afferma: «Questo nostro corpo comunque diventerà nulla più del terreno delle colline e dei campi; è inutile attaccarsi alla vita perché, per quanto lo desideri, non puoi trattenerla per sempre. Anche un uomo che vive a lungo, non vive oltre i cento anni e tutti gli eventi di una vita non sono che il sogno di un breve sonno [...] Nello shakumon è detto: “Non abbiamo care le nostre vite, per noi è importante solo la strada suprema” (SDL, 13, 254) e un passo dello honmon dice: “Essi non risparmiano la loro vita” (SDL, 16, 302). Il Sutra del Nirvana afferma: “Il corpo è insignificante, la Legge è importante. Uno deve dare la vita per propagare la Legge”. Sia lo shakumon che lo honmon del Sutra del Loto, e anche il Sutra del Nirvana, tutti dicono che bisogna dare la vita per propagare la Legge» (SND, 5, 181).

IKEDA: Dal punto di vista dell’eternità della vita la nostra esistenza in questo mondo non è che un fatto passeggero. Perciò dovremmo apprezzare il tempo che abbiamo a disposizione e fare il massimo nella nostra vita. Di conseguenza nel brano appena citato il Daishonin ci esorta a basare la nostra esistenza sulla Legge perché quando ricerchiamo ardentemente il corretto insegnamento buddista senza risparmiare la nostra vita, diventiamo una sola cosa con la Legge mistica e questo ci permette di percorrere il supremo sentiero della vita, quello dell’ottenimento della Buddità.

MORINAKA: «Non risparmiare la propria vita» non vuol dire gettarla via in maniera sconsiderata in base a un’idea distorta di ciò che significa farsi onore.

IKEDA: È ovvio. Considerare preziosa la Legge significa combattere con cuore di leone contro coloro che perseguitano e tormentano i suoi praticanti e cercano di distruggere la Legge stessa. Significa anche impegnarsi senza sosta come fece lo stesso Daishonin a sconfiggere tutte le forze demoniache che si oppongono allo spirito della Legge. Potremmo affermare che una vita dedicata alla Legge, per sua stessa natura, implica una battaglia incessante per trionfare sulle forze oscure e inique insite nella vita.

SAITO: Quindi una fede che non risparmia la vita per amore della Legge è una fede forte e risoluta, decisa a trovare in sé il coraggio di combattere il male.

IKEDA: La vita è una lotta. Il Buddismo è vincere o perdere. Quando abbiamo la determinazione di conseguire una grande vittoria per kosen-rufu potremo veramente assaporare l’illimitata gioia della Legge. Se non affrontiamo questa impresa non potremo far sì che la nostra vita, fatta di nascita, invecchiamento, malattia e morte, venga permeata dalle nobili virtù di eternità, felicità, vero io e purezza.
Nichiren Daishonin combatté sino alla fine. Se consideriamo tutte le sue azioni fino al momento della morte risulta perfettamente chiaro.

SAITO: Sì, come dicevamo prima, il Daishonin partì da Minobu l’8 settembre 1282 e, alloggiando lungo la strada nelle case dei suoi discepoli o nelle locande, si recò alla residenza di Ikegami Munenaka a Musashi, dove giunse il 18.

MORINAKA: Nel febbraio di quell’anno il Daishonin aveva scritto La conferma del Sutra del Loto, indirizzata a Nanjo Tokimitsu. Da allora la sua salute iniziò a vacillare. La spiegazione che aveva dato ai discepoli per la sua partenza da Minobu era l’intenzione di visitare le «sorgenti termali di Hitachi» per curarsi ma, nonostante numerose ricerche nel corso dei secoli, non sappiamo ancora con esattezza a quale precisa località il Daishonin si riferisse16.

IKEDA: Un punto molto più importante è considerare se il Daishonin avesse qualche altro scopo in mente nell’allontanamento da Minobu, oltre al semplice motivo di andare a curarsi alle terme.

MORINAKA: Dunque il suo vero scopo era un altro?

IKEDA: Naturalmente si tratta solo di un’ipotesi; però, o il Daishonin intendeva davvero recarsi alle terme dietro invito dei suoi discepoli, o forse era solo un pretesto per lasciare il monte Minobu senza destare sospetti nelle autorità governative che lo credevano ormai a riposo per sempre.

MORINAKA: In effetti nel viaggio da Minobu a Ikegami il Daishonin si tenne accuratamente alla larga dalla regione di Suruga dove si trovavano le tenute di molti importanti funzionari del governo e fece invece un giro più lungo attorno al lato settentrionale del monte Fuji. Un’altra ragione che potrebbe averlo indotto a evitare Suruga è la possibilità che vi fossero ancora strascichi della persecuzione di Atsuhara.

IKEDA: Ovviamente avrà riflettuto a fondo sulla questione.

SAITO: Pare che un anno prima, nel 1281, il Daishonin avesse avuto una premonizione riguardante il momento della sua morte17. In una lettera indirizzata alla monaca laica Kubo, il Daishonin parla dell’importanza della fine della propria vita.Senza dubbio stava seriamente riflettendo su come avrebbe voluto morire.

IKEDA: Anche Toda ebbe un’intuizione della sua morte prossima e predisse che sarebbe avvenuta in primavera, mentre i ciliegi erano in fiore. Anch’egli fino all’ultimo istante continuò a guidare il movimento di kosen-rufu senza arretrare di un solo passo. Nell’ultimo mese della sua vita tenne la storica cerimonia del 16 marzo, in cui affidò ai giovani il testimone di kosen-rufu. Il coraggio che emanava dalla sua figura, il suo spirito indomito e la sua determinazione si impressero indelebilmente nei nostri cuori. Fino all’ultimo insegnò a noi, suoi discepoli, cosa significa essere un guerriero. Fu davvero una grande guida.

MORINAKA: In una lettera a Hakiri Sanenaga, scritta il giorno successivo all’arrivo a Ikegami, il Daishonin allude all’approssimarsi della sua morte: «Prevedo di tornare a casa a Minobu entro breve tempo, ma poiché sono malato potrebbe accadere l’imprevisto» (GZ, 1376).

IKEDA: Anche se il Daishonin era grato dell’interessamento dei suoi discepoli che insistevano perché si recasse in convalescenza alle terme, possiamo supporre che quello non fosse il vero motivo per cui aveva lasciato Minobu.

SAITO: Secondo un’antica biografia, dopo aver deciso di partire annunciò: «Intendo andarmene a Ikegami, a Musashi». Tuttavia non è certo che abbia davvero pronunciato questa frase.

IKEDA: Ho l’impressione che prima di lasciare Minobu il Daishonin avesse previsto che la sua vita si sarebbe conclusa a Ikegami. Quando il Budda Shakyamuni partì da Rajagriha (capitale dell’antico regno indiano di Magadha) per il suo ultimo viaggio prima di morire18 disse ai suoi discepoli: «Tenete bene a mente o fratelli la mia esortazione: “La decadenza è intrinseca in tutte le cose composte! Adoperatevi con diligenza per la vostra salvezza!”». Shakyamuni insegnò attraverso le sue stesse azioni che Buddismo significa battersi costantemente per la Legge e la felicità delle persone.
Allo stesso modo, il Daishonin continuò a guidare kosen-rufu fino all’ultimo, persino sul letto di morte a Ikegami.

MORINAKA: Per esempio, quando un prete erudito della scuola Tendai chiamato Sigillo del Dharma Ise lo sfidò in dibattito mentre si trovava a Ikegami, il Daishonin nominò Nichimoku Shonin affinché lo rappresentasse e il giovane prete riuscì a sconfiggere lo studioso della scuola Tendai. Inoltre, il 25 settembre, il Daishonin tenne una lezione sul Rissho ankoku ron (Adottare la dottrina corretta per la pace del paese) presso la residenza di Ikegami. In un’altra occasione, circa nello stesso periodo, convocò i discepoli, preti e laici, da Kamakura e dalle zone circostanti di Awa, Kazusa, e Shimosa per informarli che la sua morte era imminente.

SAITO: La realizzazione concreta del principio di «adottare la dottrina corretta per la pace del paese» è il cuore del Buddismo del Daishonin. La sua ultima lezione su questo trattato dev’essere stata un’occasione estremamente solenne nella quale affidò ai discepoli il proseguimento della nobile battaglia cui aveva dedicato l’intera vita.

MORINAKA: Negli ultimi giorni di vita del Daishonin accaddero altre cose importanti, fra cui la nomina dei sei preti anziani e la designazione a successore di Nikko Shonin al quale egli trasmise l’eredità della Legge. Il Daishonin combatté fino alla fine, dando istruzioni ai discepoli affinché continuassero le rimostranze al governo ed esortandoli a lavorare in armonia per realizzare kosen-rufu. Si impegnò con grande passione a gettare le fondamenta per una vasta propagazione dell’insegnamento corretto sino all’eterno futuro dell’Ultimo giorno. Infine, il 13 ottobre, giunse la sua ultima ora. Secondo il calendario moderno corrisponderebbe circa al 21 novembre, un periodo noto in Giappone come «piccola primavera» (nel Nord America si chiama «estate indiana» e in Italia «estate di San Martino», n.d.t.) perché spesso il clima è relativamente mite e precede l’inizio dei rigori invernali. Nichiren Daishonin morì alle otto di mattina, nell’ora del drago. Secondo la tradizione i ciliegi fiorirono fuori stagione. Di certo questa leggenda ha origine dal fatto che il Daishonin morì in un tiepido giorno di sole che ricordava la primavera.
Il Buddismo di Nichiren è il Buddismo del sole. Splendeva il sole la prima volta che il Daishonin proclamò il suo insegnamento e splendeva anche quando lasciò questo mondo. È un fatto che ben si addice al Budda che illuminò l’oscurità dei diecimila anni e più dell’Ultimo giorno della Legge. Al tempo stesso il Daishonin era un grande maestro che, fino all’ultimo respiro, dimostrò ai discepoli cosa significasse dedicarsi in maniera instancabile a kosen-rufu. E i suoi fedeli discepoli Nikko e Nichimoku portarono avanti il suo spirito e la sua battaglia.

SAITO: La vita di ognuno di noi ha una diversa durata e ci sono infiniti modi di vivere il proprio ultimo momento. Tutti desiderano una vita lunga e in buona salute ma è molto più importante come si vive e come si muore.

IKEDA: Nichiren Daishonin morì a sessantun anni19; Nikko Shonin a ottantotto e il suo successore, Nichimoku Shonin, a settantaquattro. Quest’ultimo morì mentre era in viaggio per Kyoto dove intendeva presentare le sue rimostranze all’imperatore ed esortarlo ad abbracciare la dottrina del Daishonin. Non c’è cosa più nobile della vita e della morte di chi incarna l’inestinguibile anelito a combattere per la Legge e la felicità delle persone nelle tre esistenze di passato presente e futuro. Tale atteggiamento è di per sé una manifestazione dell’eternità di Myoho-renge-kyo.

SAITO: La conclusione della vita del Daishonin a Ikegami potrebbe essere considerata come una cerimonia di «entrata nel Nirvana come espediente»20 per insegnare ai discepoli questo spirito combattivo. Egli usò la sua morte come un’occasione per insegnare loro profondamente che lottando fino all’ultimo istante si può realizzare pienamente la propria vita.

MORINAKA: L’insegnamento fondamentale del Buddismo di Shakyamuni si trova nel sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della vita del Tathagata e in particolare nella sezione in versi che termina rivelando l’«eterno pensiero» del Budda eterno, cioè il desiderio costante di condurre le persone all’Illuminazione attraverso le tre esistenze21.

SAITO: Penso che prima di morire il Daishonin desiderasse comunicare ai suoi discepoli il suo grande desiderio e il suo voto per l’Illuminazione di tutta l’umanità.Questo per trasmettere loro il compimento della sua stessa vita e anche lo spirito che si augurava ereditassero da lui. Forse per questo scelse di trascorrere i suoi ultimi giorni alla residenza di Ikegami, che era il posto più adatto in cui avrebbero potuto riunirsi tutti i suoi discepoli principali.

IKEDA: C’è un brano del ventitreesimo capitolo del Sutra del Loto Il bodhisattva Re della Medicina che afferma: «La sua malattia svanirà ed egli non conoscerà né vecchiaia né morte» (SDL, 23, 386)22. A proposito di questo brano negli Insegnamenti orali il Daishonin afferma che «né vecchiaia» si riferisce al Budda Shakyamuni e «né morte» alle persone come i bodhisattva che emersero dalla terra (GZ, 774). Il fatto che egli associ la qualità dell’immortalità ai Bodhisattva della Terra è estremamente importante. I Bodhisattva della Terra sono un numero infinito di bodhisattva che posseggono nella loro vita la Legge mistica eterna e si sforzano instancabilmente di propagarla. Queste sono le persone che il Daishonin chiama «immortali».
Quando ci dedichiamo a realizzare la nostra missione di Bodhisattva della Terra, la nostra vita, soggetta alle quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte viene pervasa dalle nobili virtù di eternità, felicità, vero io e purezza e diveniamo capaci di liberarci dalle dolorose catene delle sofferenze di nascita e morte. Vivere e morire mantenendo un’eterna devozione alla Legge mistica rappresenta la verità insita nella vita stessa, quella che il Daishonin definisce la «natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte».
Discutendo il significato di myoho, o Legge mistica, il Daishonin scrive: «Myo significa morte, ho vita» (SND, 4, 221); negli Insegnamenti orali dice che «il Sutra del Loto rappresenta il ciclo continuo di nascita e morte, nascita e morte» (GZ, 802) e che «attraversando il ciclo delle nascite e delle morti, ci si avvia verso la terra della natura illuminata del Dharma che è intrinseca nella nostra vita» (GZ, 724). La Legge mistica eterna comprende vita e morte. La nascita e la morte di ogni forma di vita, l’apparizione e l’estinzione di tutti i fenomeni rappresentano la nascita e la morte nel regno della Legge mistica.
Anche se essenzialmente le nostre vite sono eterne, nessuno può sfuggire al ciclo di nascita e morte. La domanda importante è: «Consideriamo nascita e morte come un infinito e doloroso ciclo di rinascita nei sei sentieri o come un aspetto della Legge mistica del quale percepiamo la vera natura intrinseca che emana la fragranza delle quattro nobili virtù della Buddità?». Fu Nichiren Daishonin che diede a tutte le persone la possibilità di trasformare le sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte nella profonda tranquillità e gioia di eternità, felicità, vero io e purezza.

SAITO: Altre scuole buddiste si concentrano sulla maniera di sfuggire alle sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Esse insegnano che le quattro sofferenze fondamentali sono qualcosa di detestabile e perciò sottolineano l’importanza di svincolarsi da esse, espressa nel concetto di liberarsi dalle sofferenze di nascita e morte.

IKEDA: Nichiren Daishonin insegna che le nostre vite, che incarnano le quattro sofferenze, sono «torri preziose», inseparabili dall’eterna grande Legge di Nam-myoho-renge-kyo. In quella «Torre Preziosa» che è la vita di ogni persona che abbraccia la Legge mistica, le quattro sofferenze si trasformano nelle quattro virtù, la cui delicata fragranza emana dalla nostra vita. In altre parole è possibile manifestare nella nostra stessa vita, soggetta a nascita, invecchiamento, malattia e morte, le quattro virtù dell’eternità, della felicità, ­che corrisponde a un’indistruttibile tranquillità e gioia­, del vero io, una salda autonomia,­ e della purezza, ­una totale integrità­, che caratterizzano la condizione illuminata della Buddità23.

MORINAKA: È la condizione in cui possiamo provare gioia sia nella vita sia nella morte.

SAITO: Il punto fondamentale è non discostarsi mai dalla condizione umana. Le altre religioni, nella loro ricerca dell’eterno, formulano l’idea di un paradiso la cui esistenza è separata da questo mondo. Invece il Buddismo di Nichiren rivela un modo per trasformare ogni cosa in gioia profonda e duratura, senza mai evadere dalla realtà di nascita, invecchiamento, malattia e morte.

IKEDA: Negli Insegnamenti orali il Daishonin afferma: «Nutrire avversione per nascita e morte e cercare di sfuggirvi viene chiamato illusione o Illuminazione iniziale24. Percepire la natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte è chiamato risveglio o Illuminazione originale. Adesso quando Nichiren e i suoi discepoli recitano Nam-myoho-renge-kyo essi comprendono la natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte, del flusso e del riflusso» (GZ, 754).
Sta descrivendo una condizione vitale di assoluta libertà attraverso le tre esistenze di passato, presente e futuro. Sia la vita sia la morte si trasformano in condizioni piene d’immensa gioia permettendoci di librarci nei vasti cieli della Luce tranquilla del mondo di Buddità. Quando sia la nostra vita sia la nostra morte sono pervase dalla Buddità, possiamo nascere nel luogo, nell’epoca e nella forma che desideriamo. Siamo completamente liberi anche nella morte. Il Daishonin dice che quando moriamo ritorniamo al mondo della realtà dopo un brevissimo lasso di tempo per iniziare nuovamente ad agire per il bene degli esseri viventi25.

MORINAKA: Così potremmo dire che i membri della Soka Gakkai che sono morti dicendo cose come «torno subito per riunirmi nuovamente al movimento di kosen-rufu» o «è stata veramente una vita soddisfacente, non ho nemmeno un rimpianto» oppure che specificano il paese in cui vogliono lavorare per kosen-rufu nella prossima vita, sono veramente riusciti a rivelare la natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte.

SAITO: Chi vive la propria esistenza al fianco della Soka Gakkai riesce senza dubbio a percepire la verità di questa realtà intrinseca e a sperimentarla nella propria vita.

IKEDA: Toda diceva spesso che praticare il Buddismo del Daishonin ci permette di apprendere l’eternità della vita attraverso le tre esistenze. L’ho sempre ritenuta un’osservazione che meritava una profonda riflessione.
La chiave per conseguire l’Illuminazione nell’Ultimo giorno della Legge consiste nell’avanzare determinati con una fede decisa a non risparmiare la propria vita. Con una fede simile acquisiamo una profonda e incrollabile convinzione della natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte nelle profondità della nostra vita stessa. I membri della Soka Gakkai possono affrontare i loro ultimi momenti con questa equanimità e compostezza perché percepiscono l’eternità della vita come una realtà del loro stesso essere.
Quanto sono nobili e sublimi le vite dei membri della Soka Gakkai che sono capaci di affrontare la morte con un senso d’immensa soddisfazione, liberi da ogni rimpianto! Quanto infinitamente degno di rispetto è il fatto che le persone comuni siano gli «esperti» dell’inseparabilità di vita e morte!

SAITO: In altre parole quando dedichiamo la vita al grande voto di kosen-rufu e alla battaglia per condurre tutte le persone all’Illuminazione, possiamo sviluppare una condizione vitale che ci permette di avere una profonda certezza interiore della natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte.

IKEDA: Quando maestro e discepolo condividono lo stesso voto e la stessa voglia di combattere diventano una sola cosa, questa è l’essenza dell’inseparabilità di maestro e discepolo nel Buddismo di Nichiren Daishonin.
La dimostrazione del maestro ai discepoli della vita che ha forgiato con la sua ferma dedizione a questo grande voto e con il suo spirito combattivo diventa un modello, una base per la nostra vita stessa. Fu proprio ciò che fecero Shakyamuni con il suo comportamento descritto nel Sutra del Loto e il Daishonin con le azioni di tutta la sua vita.
L’inseparabilità di maestro e discepolo si concretizza quando anche i discepoli abbracciano con pari fermezza lo stesso grande voto e dimostrano la stessa voglia di lottare del loro maestro. Chi segue questo sentiero nella vita sarà in grado di stabilire dentro di sé la stessa condizione di eternità, felicità, vero io e purezza del Budda. Una vita illuminata rispetto alla nascita e alla morte nel mondo di Buddità, risvegliata alla natura intrinsecamente connaturata di nascita e morte.

SAITO: Dedicandoci a kosen-rufu anche noi possiamo vivere come il Budda, sulla base della Legge mistica eterna. È proprio questo il risultato che otteniamo seguendo la via di maestro e discepolo nella Soka Gakkai per la causa di kosen-rufu.

IKEDA: Mentre Toda svolgeva le proprie attività, tornava sempre col pensiero al suo maestro, il presidente Makiguchi, che aveva fondato il movimento di kosen-rufu in tempi moderni grazie al suo altruistico impegno per propagare la Legge. Nei suoi ultimi anni Toda diceva: «Senza il presidente Makiguchi mi sento solo, vorrei tornare al suo fianco».
Il 2 aprile ricorre l’anniversario della morte di Toda. Mentre era vivo, dopo la sua morte e fino a questo preciso momento, ho sempre cercato di percorrere la grande via dell’inseparabilità di maestro e discepolo. Questo è il mio massimo orgoglio nella vita.
Perseverare nella via di maestro e discepolo è il modo per ottenere una condizione vitale indistruttibile attraverso passato, presente e futuro. Il grande sentiero di maestro e discepolo è l’essenza fondamentale della religione umanistica. Fra tutte le scritture buddiste, il Sutra del Loto è l’unica «scrittura dell’inseparabilità di maestro e discepolo» e lo stesso si può dire, fra tutte le religioni mondiali, del Buddismo di Nichiren che si dedica a permettere a ogni persona di conseguire l’Illuminazione. Il grande sentiero di maestro e discepolo è alla base delle attività della Gakkai, dei suoi sforzi pratici per realizzare kosen-rufu.
Attraverso questi sforzi fondati sull’inseparabilità di maestro e discepolo la Soka Gakkai, che cerca di elevare la condizione vitale di tutti gli abitanti del nostro pianeta e permettere a ognuno di diventare un re leone, acquisterà un duraturo splendore come promotrice della religione umanistica del XXI secolo.

Note

1. Quattro incontri. Secondo la tradizione, Shakyamuni, un principe che viveva protetto nell’agiatezza del palazzo reale, decise di avventurarsi più volte fuori dai quattro cancelli del palazzo, incontrando in successione, un vecchio, un malato, un cadavere e un asceta. Grazie a questi incontri prese coscienza per la prima volta delle sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Ispirato dalla dignità e dalla serenità dell’asceta nel suo ultimo incontro decise di intraprendere la vita religiosa e di ottenere l’Illuminazione.

2. Quattro virtù: le quattro nobili qualità della vita del Budda, dette anche le paramita delle quattro virtù: eternità, felicità, vero io e purezza.

3. Secondo il conteggio tradizionale giapponese.

4. Il Daishonin scrive: «In questi ultimi otto anni, a causa delle malattie logoranti e della vecchiaia, anno dopo anno il mio corpo è diventato sempre più debole e anche le mie facoltà mentali hanno cominciato a vacillare» (GZ, 1583) e «Ho anche ricevuto molte altre tue lettere ma a causa dei malanni della vecchiaia e dello scarso appetito non sono ancora riuscito a rispondere. Mi scuso umilmente» (GZ, 993).

5. In una lettera a Nanjo Tokimitsu, datata settembre 1278, il Daishonin afferma: «Nel settimo mese uno sho di sale costava cento monete e abbiamo anche scambiato un to di grano per cinque go di sale. Ma adesso il sale è introvabile. Cosa potremmo usare per comperarlo? Il nostro miso [pasta di soia salata e fermentata] è esaurito» (GZ, 1551). To, sho e go sono unità di volume che corrispondono rispettivamente a 18 litri, 1,8 litri e 0,18 litri.

6. Nichiren Daishonin lasciò Minobu l’8 settembre. In Arrivo a Ikegami si dice che lo scopo ufficiale del suo viaggio era recarsi alle sorgenti termali di Hitachi per ristabilirsi (GZ, 1376). Ma durante il viaggio il Daishonin si fermò a Ikegami, nella provincia di Musashi, dove diede per l’ultima volta istruzioni ai suoi discepoli. Morì a Ikegami il 13 ottobre.

7. Il vero aspetto del triplice mondo: la realtà del triplice mondo (che comprende i mondi del desiderio, della forma e della non forma), così com’è percepita del Budda eterno. Il sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della vita del Tathagata, afferma: «Il Tathagata percepisce il vero aspetto del triplice mondo esattamente com’è. Non vi è nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo né estinzione» (SDL, 16, 298). Il Daishonin spiega che quando si percepisce la verità con la saggezza del Budda eterno, si comprende che nascita, invecchiamento, malattia e morte sono inerenti alla vita e che il modo di vivere illuminato non consiste nel cercare di evitarle ma nell’accettarle pienamente e viverle, basandosi sulla fede nella Legge mistica.

8. René Simard, Guy Bourgeault e Daisaku Ikeda, On Being Human, Santa Monica, CA, Middleway Press, 2003, pag. 52

9. Ryo: unità di peso equivalente a 376,5 grammi.

10. Il Daishonin scrive: «La malattia di tuo marito forse è dovuta al volere del Budda; infatti i Sutra Vimalakirti e il Sutra del Nirvana parlano di persone malate che raggiungono la Buddità, poiché la malattia stimola lo spirito di ricerca della Via» (SND, 7, 248-9).

11. Altri demoni: nella versione inglese (WND, 1109) è tradotto con «spiriti maligni»; l’espressione nel brano originale giapponese è gedo che significa “fuori strada” e di solito indica gli eretici e i non buddisti; qui rappresenta qualcosa o qualcuno che arreca disgrazia.

12. Uno dei più influenti discepoli del Daishonin in quel periodo. Insieme al fratello Munenaga aveva mantenuto la fede nonostante l’opposizione del padre Yasumitsu che infine, dopo più di vent’anni di pratica da parte dei due fratelli, decise di convertirsi.

13. «Sappiate che nulla, nemmeno una persona posseduta da un potente demone, può fare del male a Nichiren, perché Bonten, Taishaku, gli dèi del Sole e della Luna, i quattro Re celesti, Tensho Daijin e Hachiman lo proteggono» (SND, 4, 188).

14. Letteralmente: «C’è poco da meravigliarsi se non ottengono la Buddità» (WND, 301).

15. Brano del Nehan gyo sho (Annotazioni sul Sutra del Nirvana) del gran maestro cinese Chang-an, in cui si spiega che l’atteggiamento corretto per proteggere la Legge è considerarla più importante della propria vita.

16. In Arrivo a Ikegami, indirizzato a Hakiri Sanenaga, il Daishonin scrive: «Anche se mi farebbe piacere prendere [un cavallo] per compiere l’intero tragitto fino alle terme di Hitachi, potrebbero rubarcelo. Inoltre sento che potrebbero esserci altre difficoltà e così, fino al nostro ritorno da Hitachi, lascerò il tuo cavallo in custodia da Mobara, a Kazusa» (GZ, 1376). Potrebbe trattarsi di Hitachi nell’attuale prefettura di Ibaraki oppure di Hitachi in quella di Fukushima. Le informazioni più attendibili sono: 1) il feudo del terzo figlio di Hakiri Sanenaga, Yasaburo Saneuji, si trovava a Hitachi (prefettura di Ibaraki) dove c’è una fonte termale, quindi forse il clan Hakiri aveva esortato il Daishonin a recarvisi per ristabilirsi; 2) le sorgenti termali di Hitachi Yumoto, nella prefettura di Fukushima sono famose sin dai tempi antichi ed è possibile che a quell’epoca vi risiedessero già dei credenti che avevano invitato il Daishonin.

17. In Costruzione del Santuario di Hachiman scrive: «Ho la sensazione che la mia vita stia giungendo al termine [...] Anche se riuscissi a passare quest’anno, quante probabilità ci sono che riesca a vivere ancora uno o due anni?» (GZ, 1105).

18. Secondo le ricerche dello studioso giapponese di Buddismo Hajime Nakamura (1912-99) Shakyamuni sentendo che il momento della morte era vicino, desiderò tornare al suo luogo natale per annunciare la sua fine imminente ai discepoli dei vari luoghi e comunicare loro le sue ultime istruzioni. Morì durante il viaggio, in un boschetto di alberi di sal presso Kushinagara.

19. Il computo dell’età si basa sul sistema tradizionale giapponese secondo il quale alla nascita una persona ha un anno.

20. Nel sedicesimo capitolo del Sutra del Loto, Durata della vita, si legge: «Per salvare gli esseri viventi, uso l’espediente di mostrare il mio nirvana, ma in realtà non mi estinguo. Sono sempre qui a predicare la Legge» (SDL, 16, 301-2). Significa che il Budda entra nel Nirvana come espediente per risvegliare lo spirito di ricerca delle persone e condurle all’Illuminazione.

21. Il capitolo Durata della vita si conclude con queste parole: «Questo è il mio pensiero costante: come posso far sì che tutti gli esseri viventi accedano alla via suprema e acquisiscano rapidamente il corpo di Budda?» (SDL, 16, 305).

22. Il Sutra del Loto, pag. 386. Il brano completo recita: «Questo sutra offre la buona medicina per i mali della gente di Jambudvipa. Se una persona che soffre per una malattia può ascoltare questo sutra, la sua malattia svanirà ed egli non conoscerà né vecchiaia né morte».

23. Il Daishonin afferma: «I quattro lati [della Torre Preziosa] rappresentano le quattro sofferenze di nascita, invecchiamento, malattia e morte. Questi quattro aspetti della vita nobilitano la torre delle nostre esistenze individuali. Noi usiamo gli aspetti di nascita, invecchiamento, malattia e morte per adornare la torre che è il nostro corpo. Quando recitiamo Nam-myoho-renge-kyo attraverso nascita, invecchiamento, malattia e morte, la fragranza delle quattro virtù sgorga [dalla nostra vita]. Nam rappresenta la paramita della felicità, myoho la paramita del vero io, renge la paramita della purezza e kyo la paramita dell’eternità» (GZ, 740).

24. Illuminazione iniziale o Illuminazione acquisita: l’idea che l’Illuminazione sia il risultato della pratica buddista, di aver dissolto le illusioni e sviluppato saggezza. Il concetto di Illuminazione intrinseca o Illuminazione originale esprime invece l’idea che l’Illuminazione, o Buddità, sia intrinsecamente connaturata alla vita umana.

25. Il Daishonin afferma a proposito della morte e della rinascita di coloro che hanno ottenuto la Buddità: «Allora, nello spazio di un istante, egli ritornerà dal sogno della nascita e della morte nei nove mondi [...] Esprimerà il potere libero e sovrannaturale della compassione recando grandi benefici agli esseri viventi senza impedimenti» (GZ, 574). 

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.341 15 dicembre 2005

 

Il mutuo possesso dei dieci mondi

Kosen rufu è come una grande rappresentazione sul palcoscenico della Terra del Budda. Che comincia quando si decide di trasformare il proprio stato vitale. Il principio del mutuo possesso dei dieci mondi spiega che tutti gli esseri viventi e tutti gli ambienti sono manifestazioni di Myoho-renge-kyo: per questo è possibile trasformare lo stato vitale. Lottare nei nove mondi rafforza il mondo di Buddità

IKEDA: Lo studio è uno dei cardini della pratica del Buddismo. La cosa importante è come si studia e come si mette in pratica quello che si è imparato.
Per incoraggiare i giovani che stanno studiando questi difficili princìpi, vorrei ricordare un episodio. Verso la fine del 1950, avevo 22 anni, Toda e io dovemmo andare a Kanagawa. In quel periodo gli affari di Toda erano in una situazione disastrosa e parecchi membri, vedendo Toda sommerso da una montagna di debiti, si erano allontanati dalla Soka Gakkai.
Come sempre quando eravamo in treno, Toda ne approfittava per farmi studiare il Gosho. Quella volta mi spiegò i benefici dell’Oggetto di culto per l’osservazione della propria mente. Guardando dal finestrino la distesa dell’Oceano Pacifico, mi disse:_«Il Gosho deve esser letto con una fede vasta e infinita come il Pacifico. Altrimenti noi persone ordinarie non possiamo avvicinarci allo spirito del Budda».
Negli Insegnamenti orali leggiamo i seguenti brani:
«”Io”, nel brano “ma in verità il tempo trascorso da quando [io] ho conseguito la Buddità è estremamente lungo”1, letteralmente indica Shakyamuni illuminato nel remoto passato, ma nel suo significato profondo “io” indica gli esseri viventi del regno del Dharma, ogni singolo essere dei dieci mondi».2
«”Non esistenza di nascita e morte”relativa al passaggio: “Non vi è nascita né morte, non vi è esistenza in questo mondo né estinzione” significa che tutti i fenomeni del regno del Dharma sono funzioni di Myoho-renge-kyo. “L’esistenza” indica che l’entità della meravigliosa Legge dei dieci mondi esiste nella sua interezza nell’Inferno».3
Il principio del mutuo possesso dei dieci mondi è la dottrina più importante del Sutra del Loto. Il Daishonin spiega: «Le cause e gli effetti dei dieci mondi furono rivelati negli insegnamenti precedenti, ora, solo nel Sutra del Loto è rivelato il mutuo possesso delle cause e degli effetti di tutti i dieci mondi”.4
Per ora limitiamoci a chiarire cosa s’intende per mutuo possesso e come la comprensione di questo principio possa cambiare la nostra vita.
SUDA: Mutuo possesso dei dieci mondi significa che ciascun mondo, da Inferno a Buddità, contiene tutti i dieci mondi, ovvero che ognuno contiene gli altri nove.
Nel Gosho si legge: «Il mutuo possesso dei dieci mondi significa che ciascun mondo contiene al suo interno gli altri nove. Poiché ciascuno dei dieci mondi li contiene tutti e dieci, abbiamo cento mondi».5
ENDO: Una delle domande più frequenti è: «Se i dieci mondi s’includono a vicenda per un totale di cento mondi, ciò vuol dire che ci sono cento diversi stati vitali? Per esempio, fra questi cento mondi c’è il mondo di Buddità contenuto nel mondo d’Inferno o il mondo di Buddità contenuto in quello di Umanità. In cosa differiscono il mondo di Avidità contenuto nel mondo d’Inferno e il mondo d’Inferno contenuto in quello di Avidità?».
SUDA: Noi entriamo nel mondo di Umanità quando nasciamo come esseri umani, a causa di una malattia sperimentiamo le sofferenze dell’Inferno e in seguito ci risvegliamo alla missione di bodhisattva. Possiamo descriverlo come “il mondo di Bodhisattva contenuto nel mondo d’Inferno, contenuto nel mondo di Umanità”? Avremmo allora dieci mondi per dieci per dieci, cioè mille mondi.
SAITO: Ciò significherebbe che un unico istante di vita contiene non tremila ma trentamila regni!
IKEDA: Mi accorgo che c’è un fondamentale errore di calcolo. Abbiamo analizzato ciascuno dei dieci mondi basandoci sulla premessa del loro mutuo possesso e, in particolare, sull’esistenza dei dieci mondi all’interno del mondo di Umanità. Un simile approccio sarebbe stato impossibile senza il Sutra del Loto.
SAITO: Gli insegnamenti precedenti consideravano ciascun mondo come distinto e separato dagli altri. Chi si trovava nel mondo di Umanità non avrebbe mai raggiunto quello di Buddità se non dopo aver superato questo mondo. Perciò bisognava praticare per numerosi eoni, eliminare una dopo l’altra le condizioni vitali inferiori, fino a rinascere nei mondi più alti e infine diventare Budda. Alcune scuole, per rendere il Buddismo più accessibile, insegnavano che si può rinascere in un’altra terra, lontana da questo tormentato mondo di saha, come la Pura Terra di perfetta beatitudine del Budda Amida.
IKEDA: Che il mondo di Umanità contenga i dieci mondi è il punto fondamentale della dottrina del mutuo possesso dei dieci mondi.
Ma i dieci mondi esistono anche nell’universo. Anche i mondi di Umanità, Animalità, Avidità e Collera dell’universo contengono i dieci mondi.
Il Sutra del Loto espone il mutuo possesso dei dieci mondi principalmente per rivelare che il mondo di Umanità contiene i dieci mondi e in particolare quello di Buddità. E cioè per rivelare che le persone comuni possono manifestare la propria Buddità così come sono, senza dover rinascere in un’altra forma o in un’altra terra.
SAITO: Comprendere questa verità si dice “osservare la propria mente”(kanjin). Il Daishonin spiega che “osservare la propria mente” significa percepire in essa i dieci mondi.6
SUDA: Nel Gosho Il vero oggetto di culto il Daishonin esamina i dieci mondi presenti nel mondo di Umanità, in particolare il mondo di Buddità.
ENDO: Ora che abbiamo chiarito lo scopo della dottrina del mutuo possesso dei dieci mondi penso che non abbia più molto senso fermarsi a disquisire sul mondo di Avidità che esiste nel mondo d’Inferno e viceversa.
SUDA: E la domanda sui mille mondi, cioè il mondo di Bodhisattva contenuto nel mondo di Inferno contenuto nel mondo di Umanità? C’è ancora confusione su questo punto.
SAITO: Se affermiamo che i dieci mondi esistono nell’universo e che le persone nate in uno di questi mondi sono entità del mutuo possesso dei dieci mondi (cioè posseggono i cento mondi), allora l’universo conterrebbe mille mondi. Tuttavia l’intento del Sutra del Loto nel presentare il principio del mutuo possesso è spiegare che tutti gli esseri viventi, indipendentemente dallo specifico mondo in cui si trovano in un determinato istante, sono dotati di tutti i dieci mondi.
Essenzialmente il Sutra del Loto spiega la verità mistica e insondabile secondo cui la “parte”, cioè un solo mondo, di fatto contiene l’”intero”, cioè tutti i dieci mondi. Possiamo quindi affermare che la nostra vita è dotata di cento mondi.

I cento mondi esistono nell’universoe nella nostra vita

IKEDA: L’individuo è un microcosmo e, poiché il microcosmo è inseparabile dal macrocosmo, l’io è inseparabile dall’universo. Dal momento che quest’ultimo è un’entità vivente che possiede cento mondi, anche la nostra vita, che è una sola cosa con l’universo, possiede cento mondi.
SUDA: Se noi e l’universo siamo una cosa sola, affermare che noi (il microcosmo) possediamo cento mondi mentre l’universo (il macrocosmo) ne possiede mille sarebbe una contraddizione.
ENDO: L’universo è un’unica grande vita. Poiché anche noi possediamo la vita, siamo uguali. La dottrina del mutuo possesso spiega il vero aspetto mistico di quest’unica grande vita.
IKEDA: Dall’analisi del principio della vera entità di tutti i fenomeni avevamo appreso che, in qualsiasi dei dieci mondi ci troviamo, il vero aspetto della nostra vita in quel momento è un microcosmo perfetto. Nichiren Daishonin spiega a riguardo che «le entità degli esseri viventi e dei loro ambienti in ciascuno dei dieci mondi, dall’Inferno, il più basso, alla Buddità, il più elevato, sono tutte, senza eccezioni, manifestazioni di Myoho-renge-kyo».7
La frase «le entità degli esseri viventi e dei loro ambienti in ciascuno dei dieci mondi» indica tutti i fenomeni dell’universo, classificati nei dieci mondi.
«Le entità degli esseri viventi e dei loro ambienti» esprime l’inseparabilità della vita e dell’ambiente, o dell’universo, e significa che, se ad esempio qualcuno è nel mondo d’Inferno, anche il suo ambiente sarà quello del mondo d’Inferno.
Come insegna il Daishonin, tutti i fenomeni senza eccezione sono «manifestazioni di Myoho-renge-kyo». Questo è il loro vero aspetto. Ognuno è un’espressione della grande vita dell’universo, di Nam-myoho-renge-kyo.
SAITO: Per il principio della vera entità di tutti i fenomeni, qualsiasi manifestazione di vita (tutti i fenomeni) è espressione della vita universale (vera entità).
Applicando ciò ai dieci mondi, vediamo che gli esseri viventi in ciascun mondo sono dotati dell’intero universo, cioè dei dieci mondi.
IKEDA: Nichiren Daishonin afferma: «Erbe e piante, alberi e foreste, montagne e fiumi, la grande terra e un singolo granello di polvere – ogni cosa è dotata dei dieci mondi».8
SUDA: Mi ricorda una poesia di William Blake (1757-1827):

Vedere il mondo in un granello di sabbia
E il paradiso in un fiore selvatico,
Tenere l’infinito nel palmo della mano
E l’eternità in un’ora.
9

IKEDA: Un granello di sabbia o un fiore di campo sono entrambi entità della Legge mistica, e contengono la vita dell’universo nella sua interezza.
ENDO: Questa concezione va oltre le distinzioni superficiali tra i fenomeni come, per esempio, quella fra grande e piccolo.
Ne Il Triplice insegnamento segreto Nichikan Shonin, alla domanda di come sia possibile affermare che un singolo momento di vita contenga l’immensità dei tremila regni, risponde che il Sutra del Loto rivela il principio di “contenere e pervadere”: «Il regno dei dharma è contenuto nella sua interezza in ciascun momento di vita, e il momento di vita, nella sua interezza, pervade il regno dei dharma. Per spiegare, un granello di polvere è dotato di tutte le componenti che costituiscono la vasta terra che lo circonda. E quando aggiungiamo una goccia d’acqua all’oceano, questa si diffonde pervadendolo completamente».
SUDA: Probabilmente è impossibile comprendere tali misteri senza aver capito la verità di ku (letteralmente: vuoto, sunya in sanscrito, non-sostanzialità).
Mi hanno chiesto spesso se affermare che i dieci mondi esistono nell’universo significa che certe parti di esso corrispondono a particolari mondi. Qualcuno ha suggerito che lo spazio nei pressi della terra corrisponderebbe al mondo di Umanità.

Che cos’è ku

IKEDA: Per spiegare il concetto di ku applicato ai dieci mondi, il presidente Toda usava spesso l’esempio delle onde radio.
ENDO: Le onde radio trasmesse da molte stazioni differenti, anche all’altro capo della terra, giungono tutte in una stessa stanza. Nonostante siano così numerose, non è possibile vederle. Eppure non dubitiamo della loro presenza perché basta accendere la radio e sintonizzarsi sui canali desiderati per riceverle tutte. La presenza di tante frequenze nella stanza non la rende più piccola né fa sì che interferiscano fra loro. Toda spiegava che lo stesso accade ai dieci mondi nell’universo.
IKEDA: Naturalmente si tratta solo di una metafora; la condizione di esistenza delle onde radio non è quella di ku. Nell’universo, le condizioni che compongono i dieci mondi non sono né allineate una di fianco all’altra né concentrate in un punto particolare. Sono presenti tutte in tutto l’universo e si manifestano in risposta a una causa esterna (en). Lo stesso avviene nella nostra vita.
SAITO: Quando la nostra vita manifesta il mondo d’Inferno, per quanto cerchiamo di sfuggirne troveremo solo Inferno e saremo incapaci di immaginare un’altra condizione vitale. Ma può succedere che un istante dopo le nostre sofferenze svaniscano e subentri il mondo di Estasi. Da dove è venuto? Non certo da qualche luogo fuori di noi.
Mentre soffrivamo nell’Inferno, il mondo di Estasi era nella condizione di ku. Quando uno dei dieci mondi appare, gli altri nove recedono nella condizione di ku. I mondi si manifestano nella nostra vita come “esistenza temporanea”, ke, in risposta a una causa esterna.
IKEDA: Il concetto di ku o non-sostanzialità non è facile da spiegare e forse richiede un ulteriore approfondimento. Letteralmente, “dieci mondi” significa “dieci regni dei dharma“. Cosa significa “regno dei dharma“?
SUDA: “Regno dei dharma” è il mondo dei fenomeni, cioè l’intero universo. Qui il termine “dharma” non significa Legge ma fenomeno, indica tutti i fenomeni che sono provocati da diverse catene di causalità. Ci sono dieci diversi tipi di causalità che corrispondono ai dieci mondi.
“Regno” indica un dominio specifico distinto dagli altri. Perciò “i dieci regni dei dharma” sono i dieci tipi di mondi fenomenici, o universi, che appaiono in risposta ai dieci tipi di cause.
IKEDA: Ma allora esisterebbero dieci universi differenti?
ENDO: C’è un solo universo. Il termine “un regno dei dharma” indica l’intero universo. Un regno dei dharma (un mondo) contiene i dieci regni dei dharma (i dieci mondi) dentro di sé.

Tre modi di interpretare i “dieci regni dei dharma
IKEDA: Il Daishonin afferma che «il regno dei dharma non è vasto né ristretto»10. Il Gran Maestro T’ien-t’ai, nello Hokke gengi, ne dà tre interpretazioni.
SAITO: Esatto. Abbiamo i “dieci regni dei dharma“, il “regno dei dieci dharma” e “i dieci (regni dei dharma) equivalgono al regno dei dharma“. Queste interpretazioni corrispondono alle tre verità di non-sostanzialità, esistenza temporanea e Via di mezzo (ku, ke, chu).
La prima interpretazione, “dieci regni dei dharma“, significa che, nonostante le differenze tra loro, ciascuno dei dieci mondi è un regno dei dharma, cioè un mondo della “vera entità” come viene percepita dal Budda, che è identica all’intero universo, un’entità della vita universale o della Legge mistica.
ENDO: Questo è il punto di vista di ku, della non-sostanzialità.
SAITO: Infatti le differenze tra i vari mondi, Inferno e Umanità per esempio, sono ritenute prive di sostanza.
IKEDA: In altre parole, ciascun mondo rappresenta la totalità dell’universo. Questo equivale a dire che “tutti i fenomeni sono la vera entità” e che “la parte è l’intero”, che un singolo granello di sabbia contiene l’intero universo.
Il corollario di questa interpretazione è che, poiché la vera entità è tutti i fenomeni, l’intero è la parte. Secondo questo punto di vista, la vita dell’universo si manifesta in tutti i fenomeni con le loro infinite differenze.
SUDA: Questa è la verità di ke, l’esistenza temporanea. Benché tutti i fenomeni siano manifestazioni del regno dei dharma, presentano le differenze dei dieci mondi. Ciò ci porta alla seconda interpretazione: “il regno dei dieci dharma“. In questo caso “regno” è sinonimo di “differenza”.
IKEDA: Perché esistono simili differenze?
ENDO: Dipende da come il regno dei dharma viene percepito. Persone differenti percepiranno i fenomeni in maniera differente. Esisteranno dieci modi diversi di vedere le cose a seconda della propria condizione vitale.
IKEDA: I dieci regni dei dharma (cioè i dieci mondi) non vanno intesi come aspetti oggettivi dell’universo, ma come percezioni soggettive o stati vitali.
L’oceano è lo stesso, ma la quantità d’acqua che le persone possono estrarne dipende dalle dimensioni dei mestoli che usano. Lo stesso vale per l’”acqua” della saggezza.
Indipendentemente dal loro stato vitale gli esseri viventi sono una sola cosa con l’universo, ma essendo incapaci di comprenderlo soffrono nell’Inferno o nell’Avidità, combattono l’uno contro l’altro nel mondo di Collera e, quando raggiungono i mondi più alti di Studio o parziale Illuminazione, pensano di aver raggiunto la massima condizione possibile.
In realtà, anche il mondo d’Inferno contiene la totalità del regno dei dharma. Questo è il punto di vista di chu, della Via di mezzo che corrisponde alla terza interpretazione di T’ien-t’ai.
SAITO: Affermare che «i dieci (regni dei dharma) equivalgono al regno dei dharma» vuol dire che l’Inferno, così com’è, è il regno dei dharma. Non c’è bisogno di spostarsi in un altro mondo. L’Inferno contiene già tutti i fenomeni. E poiché “tutti i fenomeni” significa “tutti gli esseri dei dieci mondi e i loro ambienti”, il mondo d’Inferno contiene i dieci mondi. Lo stesso naturalmente vale per ogni altro mondo.
SUDA: Secondo la nostra logica abituale, un insieme di parti costituisce un intero. Nella visione buddista della vita quest’assunzione non vale più: la parte, o il singolo frammento, così com’è, è l’intero.

Kosen-rufu consiste nella felicità dell’individuo

IKEDA: Per questo ribadisco sempre l’immensa importanza di ogni singolo individuo. La sua vita è vasta come tutto l’universo e degna di supremo rispetto. È importante tenere in grande considerazione non solo le persone vicine o che sono in primo piano, ma anche coloro che lavorano dietro le quinte e soprattutto quelli che non si mettono in mostra. Solo così si può parlare di kosen-rufu.
Il vero aspetto della vita, in cui parte e intero sono la stessa cosa, indubbiamente va contro il nostro comune modo di ragionare, e per questo viene definito “insondabile” o “mistico”.
ENDO: Nel Maka shikan T’ien-t’ai usa la dottrina del mutuo possesso dei dieci mondi per esprimere la “regione dell’insondabile” alla quale si era risvegliato. È impossibile comprendere la verità della vita in maniera puramente razionale.
IKEDA: Ma “la regione dell’insondabile” non esiste in qualche luogo lontano. Non esiste alcun “luogo mistico” o “meraviglioso essere mistico” diverso dalla realtà delle vite delle persone comuni. In ultima analisi, la “regione dell’insondabile” non è altro che il Gohonzon e il regno della fede.
Si legge nel Gosho che «è il cuore quello che conta»11 e che «solo la fede è realmente importante»12. Chi prega davanti al Gohonzon in maniera formale alla fine sarà vinto dal dubbio e dalla passività e non riceverà veri benefici.
«Se la tua preghiera avrà risposta oppure no, dipende dalla tua fede. Non è assolutamente colpa di Nichiren [se non ottieni risposta]».13
La fede nel Gohonzon è il più meraviglioso dei tesori.
Praticando con gioia e convinzione si ricevono benefici illimitati. Ma se crediamo che esista un luogo ancor più meraviglioso in un altro mondo o qualche metodo superiore alla fede nella Legge mistica, la nostra capacità di manifestare il mondo di Buddità sarà enormemente ridotta.
Quando manifestiamo il mondo di Buddità nella nostra vita possiamo constatare personalmente la validità del principio che la Buddità contiene i nove mondi e viceversa.
SAITO: Senza fede, la dottrina del mutuo possesso dei dieci mondi si riduce a una serie di belle parole.
ENDO: Nichikan Shonin spiega che, secondo il Daishonin, la frase «osservare la propria mente» indica la fede nel Gohonzon il quale, proprio per questo, è chiamato “l’oggetto di culto per osservare la propria mente”, e che trovare i dieci mondi dentro di essa significa recitare la Legge mistica.
IKEDA: Noi che invochiamo la Legge mistica corrispondiamo ai nove mondi e la Legge mistica corrisponde al mondo di Buddità. Recitando la Legge mistica di Nam-myoho-renge-kyo, i nove mondi diventano una sola cosa con il mondo di Buddità e il mutuo possesso dei dieci mondi diventa una realtà concreta. Ciò produce un’immensa trasformazione nel nostro stato vitale.
La teoria del mutuo possesso dei dieci mondi è molto sottile e complessa, ma ci sono tantissimi membri della SGI che hanno dimostrato concretamente la sua validità.

Trasformare lo stato vitale: il dramma di una madre

ENDO: Mi hanno appena raccontato l’esperienza di un’altra vittima della bomba atomica di Hiroshima, la signora Chan Boksoon, nata a Osaka da genitori coreani immigrati in Giappone. In Corea la sua famiglia conduceva una grande azienda agricola ma, quando i giapponesi invasero il paese, perse la proprietà a causa della politica colonialista del Giappone.
Non ebbero altra scelta che emigrare, fidandosi della propaganda che parlava della meravigliosa vita che li attendeva in Giappone. Dopo essere stati inviati in diversi pericolosi cantieri edili giunsero infine in un piccolo villaggio nelle montagne dove avrebbero lavorato al servizio di un fattore. Fu assegnato loro un minuscolo alloggio nell’angolo di una bozzolaia, isolato dal resto soltanto da una stuoia di paglia. Il campo che dovevano coltivare in realtà era una palude. Era impossibile ottenere un raccolto decente da quel misero pezzo di terra e poiché la loro sopravvivenza dipendeva solo da un magro sussidio e dalla frutta e verdura che riuscivano a raccogliere, pativano costantemente la fame.
SUDA: In quel periodo molti coreani furono indotti a emigrare in Giappone con l’inganno.
ENDO: In seguito la famiglia della signora Chan si trasferì nei pressi di Hiroshima. Un anno dopo, il 6 agosto 1945, si sparse la voce che la città era stata totalmente distrutta da un nuovo tipo di bomba. La signora Chan e sua madre, preoccupate per gli amici e i parenti, giunsero in città immediatamente dopo l’esplosione. Così la signora Chan, che allora aveva dodici anni, rimase vittima delle radiazioni secondarie della bomba.
Riuscirono a trovare la zia e il cugino, ma così gravemente ustionati che non c’era più nulla da fare. La zia si disperava: «I dottori e le medicine sono troppo pochi…. non sono sufficienti anche per i coreani. Non possiamo fare altro che aspettare la morte!». E sua madre si lamentava: «Hanno invaso il nostro paese, ci hanno portato fin qui in Giappone per farci lavorare come animali da soma. Non ci facilitano nemmeno la morte, costringendoci a morire straziati dalle fiamme. Quale peccato abbiamo commesso? Perché continuano a discriminarci anche nella morte?». Ancora oggi la signora Chan ha un vivido ricordo di sua madre che singhiozzava e si disperava picchiando i pugni per terra.
La signora Chan si sposò a soli sedici anni, perché i mezzi della famiglia erano limitati e c’erano troppe bocche da sfamare. All’epoca della nascita del primo figlio cominciò ad accusare una grave anemia e diversi disturbi organici, probabilmente conseguenza dell’esposizione alle radiazioni atomiche, e dovette sottoporsi a numerose operazioni. I dottori le dissero che non c’erano speranze di guarigione e quando la trasferirono in un ospedale di Hiroshima era in coma.
Il marito cessò di andare a visitarla e i due figlioletti dividevano con lei il magro pasto dell’ospedale. Non avendo denaro, dovette lasciare anche l’ospedale e si ridusse a vivere in un’angusta capanna priva d’acqua e servizi. Erano costretti a usare i bagni pubblici del vicino parco. Un’esistenza davvero miserabile.
Solo le donne della Soka Gakkai del quartiere le tesero una mano. La incoraggiavano dicendole: «Riusciremo a diventare felici!» e di tanto in tanto portavano qualche piatto di minestra calda per lei e i bambini. La signora Chan, che aveva perso ormai ogni fiducia nella gente, ne fu profondamente colpita.
Nel 1964, a trentadue anni, si convertì al Buddismo di Nichiren Daishonin e, praticando sinceramente, riuscì a recuperare la buona salute. Dopo questa esperienza anche il marito si convertì.
Per lungo tempo la signora Chan si era arrovellata pensando al perché doveva soffrire così tanto nella vita. Non solo aveva patito la discriminazione nei confronti dei coreani, ma era stata anche colpita dagli effetti della bomba atomica. Quando il Buddismo le insegnò che ognuno sceglie liberamente il proprio karma, cioè accetta volontariamente di sottoporsi alle sofferenze per aiutare le persone che si trovano nelle stesse situazioni, finalmente riuscì a comprendere il significato della propria difficile esistenza.
«Ho capito!» esclamò. «Ho una missione che solo io posso realizzare. Io sono responsabile della mia situazione». Leggendo la Dichiarazione per l’abolizione delle armi nucleari del presidente Toda e studiando le sue guide, presidente Ikeda, la signora Chan maturò una profonda decisione. «Ci deve essere una maniera in cui io, una coreana vittima della bomba atomica, che vive in Giappone, possa contribuire alla pace. Realizzerò la mia missione! Studierò di più!».
All’età di cinquantadue anni si iscrisse a una scuola media serale, e poi anche a un liceo serale dove otteneva sempre i voti più alti della sua classe. A cinquantasette anni fu ammessa ai corsi serali dell’Università di Hiroshima.
ENDO: Racconta che non ricorda di essersi coricata una sola volta nel suo letto nel periodo in cui studiava, e che spesso non capiva più se era sveglia o se dormiva. Con tali tenaci sforzi, nella primavera 1995, all’età di sessantadue anni, riuscì a laurearsi.
Attualmente, oltre a insegnare part-time nella stessa scuola serale che aveva frequentato, partecipa a conferenze e convegni come portavoce della pace. Ha sostenuto le scuole per adulti analfabeti e ha svolto attività di volontariato per promuovere programmi educativi in molti paesi dell’Asia, tra cui il Nepal e le Filippine.
Quando la persona che l’aveva introdotta al Buddismo le aveva detto: «Otterrai una inimmaginabile felicità», ricorda di aver pensato: «Mi accontenterei di una felicità che posso facilmente immaginare. Mi basterebbe che mio marito smettesse di bere e trovasse un lavoro». In realtà ha realizzato uno stato vitale superiore a ogni sua più rosea immaginazione.
«Ho fatto mio lo spirito del Monumento di preghiera per la pace mondiale che il presidente Ikeda ha voluto erigere a Hiroshima – ha dichiarato con entusiasmo – e sono decisa a impegnarmi con tutte le mie forze per adempiere la mia missione per la pace e la felicità delle persone di tutto il mondo».
IKEDA: È un’esperienza meravigliosa, un magnifico esempio di vittoria ottenuta con la fede.
Negli Insegnamenti orali il Daishonin parla del bodhisattva Suono Meraviglioso, che appare nel ventiquattresimo capitolo del Sutra del Loto: «Egli manifesta trentaquattro diverse forme corporee, che illustrano il principio del mutuo possesso dei dieci mondi, per predicare la Legge a beneficio di tutti gli esseri».14
A volte la signora Chan aveva sofferto nel mondo d’Inferno, a volte nel mondo di Avidità. Ma praticando la Legge mistica aveva compreso che erano gli effetti del karma da lei stessa creato e che un bodhisattva, passando attraverso le più dure prove, alla fine vince, dimostrando agli altri la grandezza della Legge mistica. Una vita come la sua è la manifestazione delle “trentaquattro forme fisiche” e illustra il principio del mutuo possesso dei dieci mondi.
SAITO: Nel Gosho Il vero oggetto di culto, Nichiren Daishonin sostiene che il brano: «Talvolta parlo di me stesso, talvolta di altri; talvolta presento me stesso, talvolta altri; talvolta mostro le mie azioni, talvolta quelle di altri»15 esprime la verità che «il mondo di Budda contiene i dieci mondi».16 Secondo la sua interpretazione, “me stesso” si riferisce alla vita del Budda o mondo di Buddità e “altri” indica i vari stati vitali degli esseri dei dieci mondi.
IKEDA: Sin dal remoto passato il Budda, pur manifestando le varie condizioni vitali dei nove mondi, aveva continuato a comportarsi da Budda. I nove mondi continuavano a esistere nella sua vita anche dopo aver ottenuto l’Illuminazione. Questo è il significato della frase: «Tutti gli esseri dei dieci mondi sono essenzialmente dei Budda».
Mentre il capitolo Espedienti espone teoricamente il mutuo possesso dei dieci mondi, il capitolo Durata della vita del Tathagata lo espone concretamente attraverso il comportamento del Budda.
Così come il bodhisattva Suono Meraviglioso conduce le persone all’Illuminazione manifestando trentaquattro corpi, noi avanziamo verso kosen-rufu svolgendo i nostri vari ruoli o attività. E sia che sperimentiamo il doloroso mondo d’Inferno, il gioioso mondo di Estasi o quello di Collera, ognuno di essi serve alla nostra crescita.
SUDA: Non è ancora del tutto chiaro il significato dei cento mondi contenuti nel mondo di Umanità.
IKEDA: Potremmo considerarli in termini di tendenza vitale. Tutti noi apparteniamo al mondo di Umanità, ma alcuni, in base alla propria tendenza di base, vivono principalmente nella condizione di Inferno, altri, per esempio, in quella di Bodhisattva.
SAITO: Chi è legato al mondo d’Inferno tenderà a deprimersi e a scoraggiarsi al minimo ostacolo.
IKEDA: La tendenza di base, e quindi anche la personalità, si forma accumulando la stessa causa nelle varie esistenze.
ENDO: È l’”orbita” fondamentale della vita di quell’individuo, la “base” o la “casa” alla quale fa sempre ritorno.
IKEDA: Come una molla che dopo essere stata tesa riassume la forma originale, la nostra vita torna sempre alla propria tendenza di base. Anche se qualcuno ha la propria “base” nel mondo d’Inferno, non vuol dire che rimanga sempre in quella condizione. Il suo stato vitale oscillerà da un mondo all’altro. Una persona che cerca in ogni modo di primeggiare sugli altri (il mondo di Collera) potrà manifestare a volte anche i mondi di Bodhisattva o Estasi.
SUDA: Sarebbero i mondi di Bodhisattva ed Estasi contenuti nel mondo di Collera.
IKEDA: Però, chi ha il mondo di Collera come tendenza di base, anche se manifesta il mondo di Bodhisattva tenderà a ritornare quasi subito al mondo di Collera. Solo trasformando la nostra condizione vitale a un livello più profondo potremo cambiare la nostra tendenza, la nostra “mente fondamentale”.
In un certo senso la tendenza di base determina la nostra vita. Chi tende ad agire sempre secondo il mondo di Avidità a volte sperimenta gioia e a volte sofferenza ma, nonostante i cambiamenti e le oscillazioni, continuerà ad avanzare per la sua strada. Il suo modo di vedere sarà sempre influenzato dal mondo di Avidità e, dopo la morte, la sua vita si fonderà con il mondo di Avidità dell’universo.
Ottenere la Buddità significa fare del mondo di Buddità la nostra tendenza vitale fondamentale. Naturalmente avremo ancora i nove mondi, e di conseguenza preoccupazioni e sofferenze. Ma alla sua base, la nostra vita sarà caratterizzata da speranza, gioia e pace della mente.
Il presidente Toda spiegava: «Anche quando ci ammaliamo, dovremmo pensare: “Va tutto bene. So che recitando Daimoku mi sentirò meglio”. Buddità non significa forse essere capaci di vivere con assoluta fiducia e tranquillità? Dato che il mondo di Buddità contiene i nove mondi, a volte ci capiterà ancora di arrabbiarci o di preoccuparci. Godere della pace della mente non significa cessare di sperimentare la collera o l’ansia. Un problema rimane comunque un problema. Ma sotto ogni turbamento proveremo una profonda sensazione di pace mentale. Chi sperimenta questa condizione è un Budda. Per un Budda, il fatto stesso di vivere è un’immensa gioia. Questo era lo stato vitale del Daishonin. Anche davanti alla prospettiva di essere decapitato rimase calmo e composto. Nella stessa situazione chiunque di noi sarebbe stato pronto ad arrendersi. E quando fu esiliato a Sado, il Daishonin continuò a istruire i suoi discepoli e a scrivere Gosho come L’apertura degli occhi e Il vero oggetto di culto. Senza la pace della mente non avrebbe mai potuto scrivere quei grandi trattati».
SUDA: Anche Toda, pur sommerso da gravi difficoltà, mantenne una «fede vasta e infinita come l’Oceano Pacifico», uno stato di perfetta calma e sicurezza.

Lottare nei nove mondi rafforza il mondo di Buddità

ENDO: Recitare Gongyo e Daimoku è il mezzo per stabilire la Budditàcome tendenza vitale di base.
IKEDA: Gongyo è la solenne cerimonia in cui fondiamo la nostra vita con la vita del Budda. Continuando con sincerità e assiduità la pratica di Gongyo e Daimoku, il nostro mondo di Buddità si consoliderà su solide fondamenta e potremo vivere serenamente l’avvicendarsi dei nove mondi.
Kosen-rufu è una battaglia per fare del mondo di Buddità la tendenza di base della società. Praticamente, significa creare legami con un numero sempre crescente di amici e compagni.
Quando ci basiamo sul Buddismo di Nichiren Daishonin, nessuno sforzo va sprecato. Facendo del mondo di Buddità la nostra tendenza, possiamo avanzare con speranza verso il futuro ottenendo il massimo valore dalle nostre attività, passate e presenti, nei nove mondi. Di fatto i nostri sforzi nei nove mondi diventano il nutrimento che fortifica il mondo di Buddità.
Come dice il Daishonin, le sofferenze e i desideri terreni, o i nove mondi, diventano “legna da ardere” per l’Illuminazione. È un processo simile a quello con cui i nostri corpi digeriscono il cibo e lo trasformano in energia.
SUDA: Senza legno non c’è fiamma, senza cibo il corpo è privo di energia, e senza i nove mondi anche la Buddità si indebolisce.
IKEDA: Un Budda privo dei nove mondi e delle loro sofferenze non è un vero Budda.
Potremmo dire che il mondo di Buddità si esprime nella disponibilità ad accollarsi anche le sofferenze dell’Inferno. Questo è l’Inferno contenuto nella Buddità. Accettare volontariamente di soffrire per gli altri esprime un senso di responsabilità e compassione. Diffondere l’insegnamento di Nichiren Daishonin e incoraggiare gli amici rafforza il nostro mondo di Buddità. Fede significa assumere volentieri i compiti più gravosi; manipolare gli altri per indurli ad agire per noi non è fede, è autoritarismo.
SAITO: Gettarsi con entusiasmo in mezzo alle sofferenze corrisponde allo spirito del bodhisattva di scegliere deliberatamente un karma negativo per compassione dei suoi simili.
IKEDA: Non è possibile crescere come essere umano senza fare grandi sforzi. Il presidente Toda disse una volta: «Il pagello del mare Interno nasce nelle acque interne, cresce fra le furiose onde del mare esterno di Genkai e poi fa nuovamente ritorno al mare Interno. Avendo resistito alle forti correnti del mare di Genkai, la sua carne è compatta, le ossa forti ed è molto saporito. Anche i giovani che passano attraverso le tempeste del mondo possono sviluppare una forte personalità… ».
Un famoso cuoco sostiene che la carne del pesce più vicina alla coda o alle pinne ha più sapore perché sono i muscoli che i pesci usano di più.
Anche fra gli esseri umani, quelli che si sono impegnati di più hanno più “sapore”. Chi si arrende nei momenti difficili finisce col cadere nella disperazione. Se abbiamo una grande forza vitale, possiamo trasformare ogni problema in fonte di nutrimento spirituale.
Ma per ottenere la Buddità non basta aver fede nella Legge mistica e recitare Gongyo e Daimoku, bisogna impegnarsi per il progresso di kosen-rufu.

Essere se stessi
SAITO: Ottenere la Buddità non significa sradicare i nove mondi, bensì riuscire a sfruttarli tutti nel modo migliore. Questo dimostra la grandezza del pensiero buddista.
IKEDA: Gli insegnamenti buddisti che non spiegano il mutuo possesso dei dieci mondi trattano i nove mondi con disprezzo e postulano che solo sradicandoli si possa entrare nel mondo di Buddità. Cercano di limitare l’essere umano imponendo restrizioni e condannando i difetti. Ciò conduce all’idea di «annullare la coscienza e ridurre il corpo in cenere», o in altre parole liberarsi dai desideri terreni e dagli attaccamenti.
Naturalmente è importante riflettere sui propri difetti, ma se non lo fa in maniera positiva l’individuo corre il pericolo di annichilirsi e non riusciamo più a capire se è vivo o morto. Secondo un proverbio giapponese, cercare di raddrizzare le corna alla mucca può ucciderla. Invece di accanirsi sui piccoli difetti, nella maggioranza dei casi è meglio incoraggiare ad andare avanti senza preoccuparsi, con grande speranza e grandi scopi. In tal modo se si vive avendo fiducia in sé e con vigore, i nostri difetti scompaiono naturalmente. Per esempio, l’impulsività si trasforma in capacità di agire.
Ciò vale anche per la crescita personale. Possiamo essere completamente noi stessi, non c’è bisogno di cercare di apparire diversi da come siamo. Se, da persone comuni, facciamo di kosen-rufu il nostro scopo, il mondo di Buddità diventerà la nostra tendenza fondamentale. Allora ci arrabbieremo al momento giusto, soffriremo quando ci sarà da soffrire e rideremo se ci sarà da ridere. Il Daishonin invita a soffrire per quel che c’è da soffrire e a gioire per quel che c’è da gioire.17 Così facendo avanzeremo a grandi passi verso la felicità assoluta e aiuteremo anche gli altri a farlo.
Bisogna dedicarsi a kosen-rufu con senso di responsabilità. Un atteggiamento svogliato o fatalistico, pensare che tanto qualcun altro se ne occuperà o che in qualche modo si farà, danneggia il mondo di Buddità della nostra vita. Per esempio, quando decidiamo le attività del mese, non basta scriverle sull’agenda; tutta la nostra energia mentale e fisica dovrebbe essere concentrata sui compiti da svolgere. Allora la nostra preghiera ha una direzione precisa e, secondo il principio di ichinen sanzen, l’intero universo sosterrà il nostro successo.
Il Sutra del Loto afferma: «Demoni malvagi si impossesseranno di altre persone».18 Noi invece dobbiamo diventare persone di cui «il Budda prende possesso». Kosen-rufu è il «pensiero costante»19 del Budda. Il Daishonin afferma: «Se concentri gli sforzi di cento milioni di eoni in un singolo momento di vita, allora i tre corpi del Budda appariranno dentro di te in ogni istante».20
Quando lavoriamo per kosen-rufu, la Buddità brilla come il sole nella nostra vita.

NOTE
1) Il Sutra del Loto, Esperia, 1998, p. 298.
2) Nichiren Daishonin, Gosho Zenshu, p. 753.
3) Ibid., p. 754.
4) Ibid., p. 401.
5) Ibid., p. 400.
6) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, p. 217.
7) Ibid., vol. 4, p. 229.
8) Gosho Zenshu, p. 561.
9)The Poetry and Prose of William Blake, Nonesuch Press, 1932, p.118.
10) Nichiren Daishonin, Gosho Zenshu, p. 769.
11) Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. 7, p. 219.
12) Ibid., vol. 4, p. 194.
13) Ibid., vol. 7, p. 211.
14) Nichiren Daishonin, Gosho Zenshu, p. 801.
15) Il Sutra del Loto, Esperia, 1998, pp. 297-8.
16) Gli Scritti di Nichiren Daishonin, vol. 1, p. 219.
17)Ibid., vol. 4, p. 157.
18) Il Sutra del Loto, Esperia, 1998, p. 254.
19) Ibid., p. 305.
20) Nichiren Daishonin, Gosho Zenshu, p. 790. 

Bibliografia

Buddismo e Società n.87 luglio agosto 2001

I desideri sono illuminazione

Il Buddismo è una pratica dinamica che porta le persone ad affrontare le sofferenze e le conduce verso la felicità. In questa sezione affrontiamo i princìpi fondamentali della filosofia buddista, raccontiamo attraverso testimonianze i cambiamenti che le persone hanno sperimentato nella loro vita, percorriamo le tappe principali della storia del Buddismo, rispondiamo ad alcune domande e presentiamo alcuni scritti di Nichiren avvertendo i lettori che gli articoli che compongono queste pagine non sono sempre legati fra loro.

Per molti, il Buddismo è associato all’ascetismo, infatti ci sono molte scuole e tradizioni che sottolineano la necessità di eliminare i desideri e liberarsi da tutti gli attaccamenti. Secondo l’insegnamento Theravada – che aveva avuto origine dai primi sutra predicati da Shakyamuni – il corpo era la sede di tutti i desideri e l’ottenimento dell’Illuminazione era possibile solo attraverso la completa estinzione dei bonno (illusioni e desideri). In questo modo veniva stabilito un netto dualismo tra desideri e Illuminazione e fra i comuni mortali e il Budda.
Inutile dire che una vita dominata completamente dai desideri è infelice. Scrive a proposito il presidente Ikeda: «Una persona dominata dai desideri e dagli istinti non è in grado di costruire un’identità forte e libera, ma resterà invece in balìa delle circostanze mutevoli della vita ed è esattamente per questa ragione che alcuni insegnamenti religiosi hanno sostenuto che sradicare i desideri sia l’unica via verso la salvezza».
Ma i desideri e gli attaccamenti possono essere davvero eliminati? Ikeda prosegue dicendo: «Tuttavia, il desiderio è una funzione intrinseca della vita e in ultima analisi non si può estinguere il desiderio senza estinguere la vita stessa. Il desiderio non è quindi qualcosa di necessariamente dannoso, ma ha piuttosto una valenza neutra in quanto possiede il potenziale sia di nuocere sia di giovare all’esistenza umana. Ciò che conta non è perciò sopprimere i desideri, bensì controllarli ed elevarli, indirizzandoli verso il proprio miglioramento e il raggiungimento dell’Illuminazione» (I misteri di nascita e morte, esperia, pagg. 205-206). Anche Josei Toda affermò: «Il Gohonzon ci permette di percepire i nostri attaccamenti per quello che sono e poiché sia voi che io abbiamo desideri, possiamo condurre vite interessanti e significative. Per avere successo negli affari o per propagare il Buddismo, ad esempio, dobbiamo nutrire attaccamento per queste attività. La nostra fede fa sì che, anziché lasciarci controllare dai nostri attaccamenti, li usiamo appieno per diventare felici» (NR, 314, 10).
Come possiamo allora affrontare questo aspetto della vita dal punto di vista buddista? È nel Sutra del Loto che troviamo un vero cambiamento di prospettiva: i desideri, le passioni, le illusioni non vanno eliminate ma trasformate. A questo si riferisce il principio “le illusioni e i desideri sono Illuminazione” (bonno soku bodai, in giapponese). Il significato di bonno deriva dal termine sanscrito klesha ed è tradotto con desideri terreni, contaminazioni, illusioni, impurità: indica tutto ciò che conduce le persone all’infelicità. In sostanza, bonno include tutte le funzioni della mente che ingannano, causano sofferenza e nascondono la natura di Budda.
Soku viene tradotto con trasformazione e si può comprendere con l’esempio di un frutto, una banana o un cachi che, se colto acerbo, è assolutamente immangiabile a causa della sua asprezza, ma che diventa dolcissimo una volta lasciato maturare: il potenziale per trasformare i bonno estremamente aspri nella dolcissima Buddità è intrinseco alla propria vita. Nichiren Daishonin spiega questo principio di trasformazione affermando che «la parola soku è Nam-myoho-renge-kyo – e prosegue – la vita del comune mortale è piena di desideri e illusioni, ma quando egli si dedica alla recitazione di Nam-myoho-renge-kyo, la sua vita di comune mortale diviene immediatamente illuminata. Basati sulla sua natura emergente di Budda, tutti i suoi desideri sono purificati e cominciano a operare naturalmente a proprio beneficio e per quello degli altri, senza perdere il loro carattere di desideri» e sempre nell’Ongi kuden dichiara: «Quando Nichiren e i suoi seguaci recitano Nam-myoho-renge-kyo [...] bruciano la legna delle illusioni e dei desideri, ravvivando il fuoco della saggezza dell’Illuminazione».
Spesso le esperienze di fede dei membri della SGI descrivono eventi e cambiamenti che apparentemente sembrano concentrati sulla parte esteriore e materiale della vita. Ma tali “benefici” sono solo una parte della storia. Un nuovo lavoro, la guarigione da una malattia, un matrimonio riuscito e così via, non sono separati da un profondo processo di riflessione su se stessi e di trasformazione interiore. Anche l’impulso più banale e illusorio può essere trasformato in qualcosa di più nobile e i desideri, che all’inizio sono incentrati su se stessi, si sviluppano abbastanza naturalmente in desideri più ampi che comprendono anche la propria famiglia, gli amici, la comunità e infine, il mondo. In questo modo, la natura del desiderio subisce una profonda trasformazione – lo scopo puramente materiale diventa desiderio di vivere una vita pienamente soddisfacente dal punto di vista spirituale – e siamo in grado di scoprire il desiderio originale di tutti gli esseri umani: diventare felici insieme agli altri.

La diffusione del Buddismo in Cina e in Giappone

Il Buddismo arrivò in Cina nel I secolo d.C., probabilmente attraverso la Via della Seta, ma fu soltanto nel V secolo che, grazie all’opera di traduzione della scuola di Kumarajiva, la sua filosofia fu disponibile senza distorsioni e fu quindi possibile l’elaborazione di un vero e proprio Buddismo cinese. Infatti, fra il VI e il IX secolo si svilupparono otto importanti scuole, alcune di derivazione tipicamente indiana, altre, come il C’han (Zen in giapponese) più propriamente cinesi. Fra queste la scuola del Gran Maestro Chih-i (538-597), che prese il nome di T’ien-t’ai dalla montagna dove risiedeva. Il Buddismo di T’ien-t’ai, in base a un’accurata classificazione delle scritture buddiste, poneva le sue radici nel Sutra del Loto, da lui identificato come la vetta più alta dell’insegnamento di Sha­kya­muni. Elaborò anche la teoria di ichinen sanzen, i tremila mondi in un singolo istante di vita, secondo cui tutti i fenomeni sono presenti in un istante di vita e la Buddità è inerente a ognuno di essi.
In Giappone il Buddismo arrivò dalla Corea, probabilmente nel 538 d.C., e intorno alla fine dello stesso secolo ebbe una grande espansione a opera del principe Shotoku Taishi. Egli spiegava personalmente alla gente i sutra buddisti, compreso il Sutra del Loto. In seguito si svilupparono numerose scuole, spesso citate nel Gosho, fra cui la Zen, la Jodo (Nembutsu), la Shingon e la Ritsu. Il Gran Maestro Dengyo (767-822), il cui vero nome era Saicho, fondò la scuola Tendai a partire dagli insegnamenti di T’ien-t’ai. Grazie alla saggezza e alla profonda comprensione del Sutra del Loto, la scuola Tendai si sviluppò moltissimo, diventando una delle più influenti del Giappone. Il tempio principale della scuola, situato sul monte Hiei, fu per secoli il più importante centro per lo studio del Buddismo, in cui anche Nichiren trascorse un periodo di ritiro. Tuttavia, benché il Sutra del Loto fosse diffuso e rispettato, la difficoltà degli insegnamenti e delle pratiche della scuola Tendai, fecero sì che il Buddismo che predicava si allontanasse dalla società e dai suoi problemi. Inoltre il suo clero non fu in grado di contrastare il coinvolgimento delle autorità religiose nella vita politica e la confusione fra i diversi insegnamenti, che divennero strumenti per accrescere il potere del clero e il suo distacco dalla gente comune. Come predetto nel sutra, l’epoca in cui l’insegnamento del Budda era andato perduto e la confusione regnava sovrana, l’Ultimo giorno della Legge, era iniziato. Fu in questo scenario che, nel 1222, nacque Nichiren Daishonin.

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.398 1 giugno 2008

 

La simultaneità di causa ed effetto

Shakyamuni dette il nome del fiore di loto al suo più alto insegnamento. Un fiore che, grazie alle sue caratteristiche, racchiude vari concetti dalla Legge di causa ed effetto all’inseparabilità di positivo e negativo.

L’acqua calma dello stagno riflette i raggi del sole e lascia che i fiori carnosi che vi galleggiano vi si rispecchino indisturbati. I fiori di loto, presenti in Giappone, in Cina, in Europa, in Egitto e in Oceania, sono metafora di qualità nobili come la bellezza, la purezza o l’eleganza. Queste muse ispiratrici di schiere di poeti in giapponese si chiamano renge (fiore di loto, appunto), lo stesso renge contenuto nel nome della Legge dell’universo, Myoho-renge-kyo, la cui simbologia esprime un concetto cardine nella teoria buddista: la simultaneità di causa ed effetto.
La legge di causalità è uno dei primi principi con cui ci si confronta all’inizio della pratica buddista. Se può sembrare del tutto naturale accettare che non esistono effetti senza cause, credere che esista un legame istantaneo, invisibile e che perdura nel tempo, fra qualsiasi causa e qualsiasi effetto, è ben più difficile. Soprattutto quando questo riguarda la “banale” quotidianità, come ad esempio il modo in cui ci risponde il portiere con cui abbiamo a che fare ogni giorno, o l’innervosimento che ci monta ogni volta che squilla il telefono. Eppure quello che spiega il Buddismo è proprio questo: «Sappiate che tutte le cause e gli effetti degli esseri viventi e dei loro ambienti (esho) manifestano la Legge del loto (renge)» (BS, 113, 14). Insomma, ogni azione (che secondo il Buddismo può essere mentale, verbale e fisica) segue la legge di simultaneità di causa ed effetto del fiore di loto: i petali e il ricettacolo che contiene i frutti nascono insieme, il che significa che qualsiasi pensiero, parola o azione positivo o negativo produce nel medesimo istante un effetto, la cui manifestazione può essere dilazionata nel tempo.

Budda e comune mortale

Shakyamuni chiama la Legge meravigliosa alla quale si era risvegliato Legge del fiore di loto per la particolarità posseduta da questa pianta: lo sviluppo simultaneo di fiore e frutto. Nichiren Daishonin nel Gosho Wu-lung e I-lung lo spiega con chiarezza: «Myoho-renge-kyo è paragonato al loto. Il fiore mahamandara nel cielo e il fiore di ciliegio nel mondo umano sono entrambi fiori ammirati da tutti, ma il Budda non li scelse come simbolo del Sutra del Loto. Esiste una grande varietà di piante: alcune prima fioriscono e poi producono frutti; altre prima producono i frutti e dopo i fiori… ma il loto è l’unico fiore in cui il fiore e il frutto compaiono simultaneamente» (SND, 6, 245). Il Sutra del Loto è difatti l’unico sutra nel quale Shakyamuni spiega la simultaneità di causa ed effetto (renge) presente nella vita degli esseri senzienti. Il significato di questa affermazione segna una svolta decisiva nella dottrina buddista e un divario netto con gli insegnamenti precedenti questo sutra. Prima della spiegazione di renge, Shakyamuni aveva insegnato che il comune mortale per diventare un Budda necessitava di molteplici pratiche austere da svolgersi fino al loro completamento. Queste pratiche venivano chiamate le sei paramita e la loro durata comportava lo scorrere di diversi eoni di tempo. La persona comune era totalmente distante dalla condizione illuminata e la vita presente troppo breve per riuscire a colmare tale distanza. Adesso il concetto muta radicalmente. Dice Daisaku Ikeda: «Sia i nove mondi (la causa) sia il mondo di Buddità (l’effetto) esistono simultaneamente in ogni istante di vita e perciò non c’è nessuna differenza essenziale tra un Budda e una persona comune. In termini di pratica, il Daishonin insegnò che quando una persona recita Nam-myoho-renge-kyo con fede (la causa) nel Gohonzon, lo stato vitale del Budda (l’effetto) emerge istantaneamente dalla vita di quella persona» (I misteri di nascita e morte, esperia, pag. 203).
Secondo la teoria dei dieci mondi e del loro mutuo possesso, quindi, ognuno ha la possibilità di sperimentare ciascuno dei dieci mondi in ogni istante, perché dentro ogni mondo sono contenuti tutti gli altri. In questa prospettiva, si è “completi” così come si è, insomma non ci manca niente. Per questo, come sottolinea Ikeda nel brano precedente, «non c’è nessuna differenza essenziale tra un Budda e una persona comune». Inoltre, recitare Daimoku è la causa che permette l’effetto istantaneo della manifestazione della condizione illuminata. All’istante, non dopo una vita di pratiche complicate. E questo si ripete e si rinnova ogni volta che si recita Daimoku. La Buddità, o Illuminazione, è la profonda consapevolezza che la nostra vita, qui e ora, è la vita del Budda.
Simultaneità di causa ed effetto non significa però che nel momento che recito Daimoku compare simultaneamente il beneficio visibile, piuttosto scompare simultaneamente l’attaccamento al desiderio e alla paura di perdere. Mantenendo un tale stato vitale e pulendo ogni giorno la propria fede dall’oscurità del dubbio che vuole allontanare la consapevolezza di essere completi, di essere Budda, anche il beneficio visibile si materializzerà sicuramente. È una legge. Se si recita con fede nel Gohonzon, in quel momento, proprio in quello e non in un altro, sperimentiamo la gioia che deriva dalla Legge. Non esistono purgatori tra noi e la felicità, ma solo la volontà e il desiderio di vincere. Come spiega Ikeda: «Le preghiere sono invisibili…fede significa avere fiducia in questo regno invisibile» (Gli eterni insegnamenti di Nichiren Daishonin, pag. 59). La perseveranza è l’anello di congiunzione tra l’effetto latente (l’adesso) e l’effetto manifesto (il poi), ma la mia concentrazione deve rivolgersi all’ichinen, alla determinazione che impiego nel momento presente. Uno dei primi sutra di Shakyamuni si intitola Colui che si diletta dell’unica cosa che conta (Bhaddekarattasutta), e quest’unica cosa è il presente. Il passato è un sogno e il futuro immaginazione; per questo è così importante il mio ichinen nel momento presente. Un presente che non è diverso da quello che vorremmo essere, se ci crediamo e ci impegniamo affinché questo avvenga. Non siamo diversi, non siamo sbagliati, «non c’è nessuna differenza essenziale tra un Budda e una persona comune»: se la causa e l’effetto coesistono siamo già Budda perché recitiamo Daimoku e perché lo vogliamo essere, inutile cercare di diventare altro da ciò che siamo, ma semplicemente dovremmo illuminare le qualità esistenti, adesso e in ogni istante. A volte si arriva a pensare che sia proprio quella maledetta difficoltà che ci tiene lontani dalla Buddità e che solo quando avremo superato quel difetto, quando avremo sciolto quell’angoscia che ci attanaglia, manifesteremo anche la condizione illuminata, demandando a un tempo futuro questa trasformazione. Ma la simultaneità simboleggiata dal loto indica che non esistono luoghi, persone e circostanze migliori che possiamo sperare di ottenere per essere persone felici: fiori e frutti coesistono e sono inseparabili.

Fiorire nel fango

Un’altra particolarità del fiore di loto è la sua genesi dal fango. Il bianco fiore di loto, che senza macchiarsi nasce dal fango traendone nutrimento e innalzandosi al di sopra di esso. Il contrasto stridente di loto e fango ci ricorda le due facce di illusione e Illuminazione, la condizione di comune mortale e di illuminato, il che spesso significa: come mi sento (sprofondato nel fango) e come vorrei invece sentirmi (il bel fiore che si erge sullo stagno). Ma non può esistere nessun loto senza fango, nessuna Illuminazione senza lato oscuro. Ogni fenomeno possiede intrinsecamente la natura di Budda e la capacità di manifestarla, uomo, società o ambiente naturale che sia e Nam-myoho-renge-kyo è la forza che permette di far emergere questa natura illuminata di ogni fenomeno. Sono molti i principi buddisti che illustrano questa verità del fiore di loto: bonno soku bodai (i desideri terreni sono Illuminazione), shoji soku nehan (le sofferenze di nascita e morte sono il nirvana), shaba soku jakko (il mondo di saha, cioè il mondo reale di sofferenza, è la terra della luce tranquilla) ecc., ma comune a tutti è la parola soku, non separato, identico nell’essenza.
Questo significa che i desideri terreni servono come espedienti per manifestare la Buddità, come il fango è indispensabile per la crescita del bianco loto. Scrive a proposito Ikeda: «L’esistenza umana è stata spesso vista come un vortice ribollente di desideri, impulsi e istinti che danno origine a vizi e sofferenze. È certamente vero che una persona dominata dai propri desideri e dai propri istinti non è in grado di costruire un’identità forte e libera, ma resterà invece in balìa delle mutevoli circostanze della sua vita, ed è esattamente per questa ragione che alcuni insegnamenti religiosi hanno sostenuto che sradicare i propri desideri sia l’unica via verso la salvezza. Tuttavia, il desiderio è una funzione intrinseca della vita individuale, e in ultima analisi non si può estinguere il desiderio senza estinguere la vita stessa. Il desiderio non è quindi qualcosa di necessariamente dannoso, ma ha piuttosto una valenza neutra in quanto ha il potenziale sia di nuocere sia di giovare all’esistenza umana. Ciò che conta non è perciò sopprimere i desideri, bensì controllarli ed elevarli, indirizzandoli verso il proprio miglioramento e il raggiungimento dell’Illuminazione» (I misteri di nascita e morte, esperia, pagg. 205-206).
Per questo è importante sforzarci di vincere ogni giorno, con l’atteggiamento mentale (ichinen) di chi coltiva dentro di sé una speranza che si trasforma in convinzione, anche durante i momenti più difficili, proprio durante i momenti più difficili, sicuri che il Gohonzon ha il potere di stupire la nostra mente illusa, di creare fortuna laddove siamo sfortunati, di fare luce dove luce non c’è. Sicuri che tramite la fede e la pratica la nostra natura buddica illuminerà la parte oscura. Allora il fango della vita, delle insicurezze, dei problemi e dei desideri assumerà il suo autentico valore: nutrire il bianco fiore di loto che non credevamo di possedere.
Anche questa società può apparire ai nostri occhi come fango, e di fatto ci assomiglia molto. Guerre, disastri ambientali, ingiustizie sociali, mafie di ogni tipo inquinano la società. Ma questi effetti trovano la loro causa nella parte spirituale e l’unica rivoluzione duratura non può che rivolgersi ai nostri cuori. Anche volendo non è possibile, e senz’altro privo di compassione, fuggire dal fango della società.
La pratica buddista, volta al miglioramento di se stessi e al benessere altrui, crea onde di pace, di dialogo, per divulgare la filosofia del rispetto universale esposta nel Sutra del Loto. «I Bodhisattva della Terra sono come i fiori di loto nell’acqua – afferma Ikeda – e anche noi viviamo nella palude della società senza cercare di scappare dalla realtà. Ma soprattutto la nostra vita non sarà contaminata dalla società finché non dimentichiamo la nostra missione. Dice il Daishonin a proposito dei Bodhisattva della Terra: “La loro missione fondamentale è di propagare Nam-myoho-renge-kyo, l’unica ragione per l’apparizione del Budda in questo mondo”. Lo spirito dei Bodhisattva della Terra sta nel dedicarsi con tutto il cuore a kosen-rufu, senza farsi turbare dagli affari e dalle preoccupazioni mondane» (Saggezza, 3, 37).
I fiori di loto non nascono nell’acqua tersa: hanno bisogno delle acque fangose come condizione indispensabile per crescere. Di acque fangose ne abbiamo in abbondanza, che i nostri fiori di loto sboccino copiosi.

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.366 15 gennaio 2007

Le tre grandi Leggi segrete

san dai hi ho
san = tre; dai = grande; hi = segreta; ho = legge. Celate nelle profondità del Sutra del Loto, furono rivelate per la prima volta da Nichiren Daishonin.

Perché sono segrete?
Le tre grandi Leggi segrete sono l’oggetto di culto (honmon no honzon), l’invocazione o Daimoku (honmon no daimoku) e l’alto santuario (honmon no kaidan). Il termine honmon significa “essenziale” ma, in questo contesto non si riferisce all’“insegnamento essenziale” del Sutra del Loto inteso come i secondi quattordici capitoli del sutra bensì alla sua dottrina fondamentale che, come Nichiren insegnò, è «nascosta nelle profondità del capitolo Juryo (Durata della vita del Tathagata)» (SND, 1, 74). Si chiamano leggi “segrete” perché né Shakyamuni né i suoi successori, in India o in Cina, le rivelarono mai esplicitamente; esse rimasero celate nel testo del sedicesimo capitolo del Sutra del Loto sino a quando non furono rivelate da Nichiren Daishonin. Inoltre si considerano “segrete” perché vanno oltre le capacità di comprensione dei comuni mortali.Precetti, meditazione, saggezza
Nel corso della sua vita Shakyamuni espose un enorme numero di insegnamenti, preparandosi a rivelare il suo messaggio fondamentale nel Sutra del Loto. E poiché nel sutra sono implicite le tre grandi Leggi segrete, i discepoli diretti di Shakyamuni furono in grado di ottenere l’Illuminazione attraverso di esso. Ma, nell’Ultimo giorno della Legge, il periodo che inizia duemila anni dopo la morte di Shakyamuni, le condizioni del mondo erano tali che le persone non potevano più ottenere l’Illuminazione attraverso il Sutra del Loto così come Shakyamuni lo aveva insegnato. Perciò Nichiren Daishonin decise di rivelare esplicitamente le tre grandi Leggi segrete. La Legge che permise a Shakyamuni di ottenere l’Illuminazione nel remoto passato è la verità fondamentale senza inizio né fine che Nichiren Daishonin definì Nam-myoho-renge-kyo delle tre grandi Leggi segrete. Nichiren materializzò la sua stessa vita, o ichinen sanzen concreto, nella forma del Gohonzon e insegnò che, abbracciandolo, tutte le persone possono manifestare la loro Buddità innata. Tradizionalmente, nel Buddismo ci sono tre tipi di discipline in cui i praticanti dovrebbero perfezionarsi sempre di più: i precetti, la meditazione e la saggezza. Secondo Nichiren, nell’Ultimo giorno della Legge, esse corrispondono alle tre grandi Leggi segrete. I precetti corrispondono all’alto santuario, la meditazione all’oggetto di culto e la saggezza all’invocazione o Daimoku.

Sei leggi che diventano una
La prima grande Legge segreta è l’oggetto di culto, il Dai-Gohonzon che il Daishonin iscrisse il 12 ottobre 1279 e che possiede i due aspetti della persona e della Legge. L’oggetto di culto nei termini della persona è Nichiren Daishonin, il Budda originale del tempo senza inizio. L’oggetto di culto nei termini della Legge è Nam-myoho-renge-kyo, il principio intrinseco in tutti i fenomeni dell’universo. Il Gohonzon rappresenta l’unicità di Legge, Nam-myoho-renge-kyo, e persona, il Daishonin che manifestò la Legge nella sua vita. La seconda Legge segreta è il Daimoku o invocazione di Nam-myoho-renge-kyo, che letteralmente significa dedicare (nam) la propria vita a Myoho-renge-kyo. Il Daimoku corrisponde alla saggezza della Legge mistica. Anche questa seconda Legge ha due aspetti: il Daimoku della fede e quello della pratica. Il primo significa credere nel Gohonzon e il secondo significa recitare e insegnare agli altri. La terza grande Legge segreta, l’alto santuario, corrisponde ai precetti. Osservare i precetti nel Buddismo significa “impedire l’errore e fermare il male dentro di sé”. Kaidan, il termine giapponese per santuario, in origine denotava il palco per l’ordinazione di coloro che facevano voto di osservare i precetti monastici. Ma nel Buddismo di Nichiren Daishonin l’unico precetto o regola è abbracciare il Gohonzon e recitare Nam-myoho-renge-kyo. Perciò il luogo in cui si recita Nam-myoho-renge-kyo al Gohonzon è l’alto santuario. Anch’esso ha due aspetti: il santuario specifico, quello che sarà eretto al tempo di kosen-rufu secondo le istruzioni di Nichiren e dove dovrà essere custodito l’oggetto di culto da lui iscritto per tutta l’umanità, e il santuario generale, che è qualsiasi luogo in cui si recita davanti a un Gohonzon. Poiché, come abbiamo visto, ognuna di queste tre grandi Leggi ha due aspetti, il ventiseiesimo patriarca Nichikan Shonin (1665-1726) le definì anche sei grandi Leggi segrete. Inoltre poiché l’invocazione di Nam-myoho-renge-kyo è diretta verso l’oggetto di culto e l’alto santuario è costruito per alloggiare l’oggetto di culto, quest’ultimo, il Gohonzon, comprende in sè le tre grandi Leggi segrete e per questo viene chiamato l’Unica grande Legge segreta.

Bibliografia
Il Nuovo Rinascimento n.304 1 maggio 2004