Il senso della responsabilità

di Tamotsu Nakajima 

Dedicatevi
al benessere degli altri
e alla propagazione
del Buddismo,
le vostre vite
sono quelle di nobili Budda
.

Così scrive il presidente Ikeda (NR 419, 3), a sottolineare l’importanza delle azioni che svolgiamo per sostenere ogni persona e diffondere l’insegnamento di Nichiren Daishonin.
La pratica per gli altri è ciò che lo caratterizza, proprio come leggiamo nel Gosho Le tre grandi leggi segrete: «Adesso, nell’Ultimo giorno della Legge, il Daimoku che recita Nichiren è diverso da quello delle epoche precedenti. È Nam-myoho-renge-kyo che comprende la pratica per sé e la pratica per gli altri» (BS, 116, 13). Fare shakubuku è quindi per noi discepoli un aspetto fondamentale della pratica buddista, per portare avanti in prima persona il grande voto del Budda di assicurare benessere e felicità a ogni persona e realizzare la pace nel mondo.
Ogni giorno i membri della Soka Gakkai si stanno impegnando al massimo per trasformare la propria esistenza e l’ambiente in cui vivono, lottando contro ogni tipo di difficoltà, sollecitati dalle guide del nostro maestro che sempre di più si sta adoperando per incoraggiare tutte le persone. «Quando affrontate un dolore, un’avversità o una sofferenza – scrive il presidente Ikeda nell’ultimo editoriale – non dimenticate i princìpi buddisti colmi di speranza per cui i “desideri terreni conducono all’Illuminazione” e “il veleno si trasforma in medicina”. Fate quel coraggioso primo passo e fatevi strada, continuando ad avanzare insieme a me e ai vostri compagni membri» (NR, 421, 4).
Soprattutto noi responsabili dovremmo apprezzare, lodare e ringraziare sempre ogni persona, facendo tutto il possibile per incoraggiare gli altri, convinti che «quando una persona riceve grandi lodi dagli altri, sente che non esiste difficoltà impossibile da affrontare» (RSND, 1, 341). Cosa significa incoraggiare? Significa infondere speranza alle persone e far rinascere il coraggio che è dentro la vita di ciascuno, in modo da poter affrontare ogni circostanza e realizzare il massimo risultato.
L’incoraggiamento basato sulla Legge mistica è il punto di partenza del nostro movimento, da cui ciascuno prende forza per continuare a vincere. Per poter incoraggiare gli altri bisogna rafforzare la propria fede ogni giorno di più, perciò è necessario che i responsabili per primi migliorino continuamente se stessi, recitando più Daimoku degli altri, studiando e sforzandosi più degli altri per poter sostenere ogni persona. Assumere una responsabilità nella Soka Gakkai può quindi essere un’occasione per rafforzare se stessi e decidere di fare il possibile per aiutare le altre persone. Non è una medaglia, è solo un’occasione per sforzarsi sempre di più e l’unico merito è portare le persone verso il Gohonzon, così ognuno può manifestare le proprie infinite potenzialità e affrontare con rinnovato vigore le varie difficoltà della vita. Scrive Ikeda, rivolgendosi ai responsabili: «È tempo di prendere l’iniziativa e di sfidarsi con serietà. Ad esempio, potremmo alzarci presto al mattino per recitare più Daimoku! Senza energia e passione non riusciremo a ispirare mai nessuno; se non avanziamo noi per primi con entusiasmo, i membri non si sentiranno motivati a lottare. L’atteggiamento dei responsabili si riflette sull’organizzazione nel suo insieme, in accordo con il principio buddista di “coerenza dall’inizio alla fine”» (NR, 416, 3). Facciamo nostre queste parole di sensei e mettiamole in pratica, così realizzeremo tutti insieme attività gioiose e rivitalizzanti, sostenendoci gli uni con gli altri.

Bibliografia

Il Nuovo Rinascimento n.422 15 giugno 2009

 

La rotta… della pratica corretta

incontro con Tamotsu Nakajima

 A volte fare Gongyo e Daimoku tutte le mattine e tutte le sere sembra una formalità. Quanto c’è di sostanziale nello sforzarsi di praticare così? Con questa domanda si apre l’intervista a Tamotsu Nakajima, direttore generale dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, che pubblichiamo nelle pagine seguenti.
Un lungo colloquio dove vengono affrontati e sciolti molti dubbi, anche elementari, che tutti possiamo incontrare.
Come si fa a mantenere la decisione anche quando non si vedono gli effetti? Si può mai dire di essere arrivati? Come non separare la pratica e l’attività buddista dalla vita quotidiana? Perché è importante fare shakubuku?
All’incontro erano presenti Maria Lucia De Luca, Alessandra Fornasiero, Marina Marrazzi e Manuela Vigorita.

Maria Lucia: Prima domanda: quanto è importante praticare costantemente?
Praticare vuol dire “mettere in pratica”, mettere in pratica un’idea. Nel nostro caso si tratta di fare Gongyo e Daimoku, altrimenti non si può dire di essere buddisti.
È normale che ognuno abbia una propria idea per vivere il meglio possibile, e poiché si agisce in base all’idea che si ha, se migliora l’idea migliora anche l’azione. Nel Buddismo si adotta una filosofia in base alla quale migliorare la vita.

Maria Lucia: Per realizzare questa filosofia devo fare Gongyo e Daimoku?
Sì: fare Gongyo e Daimoku mattina e sera è come il tuo “dovere”. Come il tuo lavoro. Dopodiché metti in pratica il pensiero del Buddismo nella vita.
Alla base c’è sempre la Legge di simultaneità di causa ed effetto: ogni attimo della vita è allo stesso tempo l’attimo di un risultato e l’attimo di una causa da cui poi deriva un altro risultato.
Se consideriamo il normale processo di causa ed effetto, poiché la vita presente è l’effetto di un passato infinito, occorrerebbe un tempo infinito per risanare il negativo che abbiamo accumulato. Invece il Buddismo di Nichiren Daishonin dice che in questa vita possiamo trasformare tutto quello che abbiamo accumulato nell’infinito passato, esaurendone l’effetto. Questo è il suo scopo.
Non è importante chiedersi quanto tempo ci vorrà: il tempo è lungo o breve a seconda dello stato d’animo, quello che si percepisce con la vita è diverso dal tempo solare. Secondo il Buddismo di Nichiren Daishonin ciò che conta è l’attimo presente. L’azione che si sta facendo ora ha un valore enorme per risolvere tutto l’infinito passato. La potenza del Buddismo di Nichiren Daishonin, la Legge fondamentale, è che tutto il passato è compreso in un attimo. È questo ciò che stiamo cercando di comprendere e realizzare.
Da una parte c’è la Legge, Nam-myoho-renge-kyo. Dall’altra la nostra vita quotidiana. Di solito cerchiamo di comprendere la Legge con il nostro normale ragionamento. Solo quando riusciamo a superare il limite del nostro ragionamento, in ogni attimo e un attimo dopo l’altro, riusciamo a comprendere e a vivere lo spirito originale della vita…

Marina: Come si fa a non separare il Buddismo dalla vita?
Il Buddismo dice di credere, di avere fede. Ma credere solo a livello mentale di per sé non è sufficiente per capire. Solo facendo nella vita quello in cui crediamo mano a mano riusciamo a capire. In quell’attimo nasce tanta gioia, e non si sa quale sia la causa di questa gioia né da dove venga – sicuramente dall’interno. Volendola fermare scompare subito. Questo serve per mantenere la costanza nella pratica, altrimenti, una volta trovata la gioia, si smetterebbe. Invece, visto che sappiamo di averla, continuiamo a cercarla.

Maria Lucia: Come dice il Gosho: «Continua a recitare Nam-myoho-renge-kyo. Come potrebbe non essere questa la gioia senza limiti della Legge?» (Felicità in questo mondo, RSND, 1, 607).
Penso anche allo studio. Si studia per un motivo ben chiaro: per sapere come comportarsi da buddisti nelle varie situazioni. Studiare costantemente dà anche gli strumenti per saper affrontare eventi imprevisti. Se si dimentica questo si abbandona la pratica perché lo studio resta solo teorico e non serve a niente.
Come tutte le idee, anche il Buddismo serve per vivere, non è solo una teoria. Importante: bisogna realizzare, realizzare l’idea nella vita, senza realizzazione le idee non valgono nulla. Ognuno ha un suo desiderio, un’idea da realizzare.

Maria Lucia: Quale è l’idea giusta? C’è un’idea giusta?
È normale che ognuno abbia una sua concezione della realtà nella situazione in cui si trova, all’interno del suo limite. Se si toglie quel limite tutto cambia. Il limite è il proprio karma.

Marina: Come si toglie il limite?
La prima cosa è il desiderio: se si vuole, si riuscirà a toglierlo, altrimenti non ci si riuscirà. Tutti hanno paura di sapere dove è il limite della propria forza, questo è il motivo per cui non lo si vuole conoscere. Prima di arrivare al limite, ci si ferma. Quello che noi stiamo tentando di fare è di rompere questo limite, di andare oltre.

Manuela: Alcune persone non riescono a realizzare proprio quello scopo per cui hanno cominciato a praticare, realizzano tante altre cose ma non quella… forse hanno paura di rompere questo limite?
Non lo so… il punto è che se si vuole affrontare il problema si supera il limite, sicuro. Altrimenti vuol dire che ancora non lo hai affrontato veramente. Ognuno avrà un suo motivo, spesso c’è paura. Perché la parola “coraggio” è così centrale nel Buddismo? Se si ha paura di affrontare, purtroppo si resta dove si è. A volte si ha paura anche delle piccole cose. Noi abbiamo paura di tante cose… bisogna affrontarle.

DEVI CERCARE DOVE ANCORA NON SAI

Maria Lucia: Quando devo rompere un limite, quando ho paura o mi sento demotivata, sento che devo fare lo sforzo di ritornare a considerare il Daimoku la cosa centrale, invece delle mie idee o del fatto che già recito tutti i giorni. Allora si aprono nuovi orizzonti da cui ripartire… ho imparato che non ho altre strade se non “rinnovare” il Daimoku, cioè la fede.
Per questo Ikeda diceva che è importante recitare un Daimoku “disperato” (desperate / pronto a tutto, estremo, tremendo). Quando sei senza speranza, quando non hai altri mezzi, devi cercare dove ancora non sai.
Per esempio i genitori devono capire dei bambini anche quello che non si vede, quello che hanno dentro al di là del loro comportamento, così riescono ad aiutarli. Se guardi solo l’esterno, qualsiasi cosa tu faccia la situazione non cambia. L’importante è se si riesce o meno a capire quello che c’è dietro. Perciò è importante sviluppare i cinque occhi, cioè la capacità di vedere con gli occhi del Budda. A questo serve fare Daimoku e Gongyo mattina e sera. Almeno il Daishonin ha lasciato detto così: leggere il sutra e recitare Daimoku, mattina e sera.
Sembra formale, ma invece è proprio questa la sostanza. Siamo noi a rendere formale la sostanza. Diciamo: «Lo sto facendo…», ma con quale desiderio? Dovrebbe esserci un pensiero del tipo: «Meno male che ancora oggi c’è vita… metto tutta la mia vita lì».
Dobbiamo leggere il sutra con la vita. Invece la mattina pensiamo: “devo” fare Gongyo, sarebbe questo il Gongyo di Nichiren? Certamente no. Un’abitudine. Quanto vale l’abitudine? Formalmente vale, per il cuore non vale.

Maria Lucia: Ma tra non fare Gongyo e farlo per abitudine cos’è meglio?
Meglio farlo. Farlo due volte, mattina e sera, è meglio di una volta. Con il cuore ancora meglio.

Marina: A volte ti viene quasi naturale pensare: oggi proprio non mi va, con che cuore lo faccio? E allora non lo faccio. Ma è sempre meglio farlo…
Sì certo. Nella vita ci sono sempre forze positive e negative, fare o non fare, risultati positivi o negativi. Se una cosa è positiva è meglio farla. Senza voglia o con voglia non è importante. La voglia viene fuori facendo.Invece se la trascuri, se non hai voglia e non la fai, ti stai lasciando andare. Come un aquilone a cui si è spezzato il filo. Il problema è tirare fuori la voglia.
Prima di tutto è importante considerare la vita come un valore. L’aver incontrato questo Buddismo è un altro valore. Hai conosciuto questo Buddismo? Devi metterlo a frutto. Se hai una cosa buona e non la utilizzi è come se la stessi disprezzando.
Ogni cosa ha il suo valore, e bisogna che lo manifesti. Il Gohonzon è una pergamena stampata. Per chi non pratica è solo un pezzo di carta. Sono io che lo devo valorizzare, lo devo utilizzare.
Anche la pratica è come il Gohonzon: a seconda di come hai deciso di utilizzare Gongyo e Daimoku li riesci a valorizzare. Invece se è un’abitudine…
La cosa più difficile è utilizzare la vita attimo dopo attimo. Compiere un’azione di valore positivo. Lo shakubuku ha veramente valore, è l’azione che rende concreta la frase di Gongyo: isshin yokken butsu fuji shaku shinmyo (con l’ardente desiderio di vedere il Budda, non risparmiano le loro vite). Dovremmo tenere sempre in mente questo pensiero.

Marina: Che però è difficile da mantenere sempre.
Questa è la pratica. Per questo chi non pensa a fare shakubuku non è un praticante. Per quanto Daimoku faccia non sta creando reale valore.

CONTINUARE A PRATICARE FINO A VEDERE L’EFFETTO

Marina: Continuare a praticare è la cosa più difficile.
Sì è difficile. Ho ricevuto il Gohonzon, e allora? Ho deciso, e allora? Ho fatto oggi. E domani, dopodomani? Continuare, migliorarsi sempre, avere più forza… appena ci si rilassa, magari non quel giorno o in quel momento, torna tutto indietro.

Maria Lucia: A una mentalità occidentale questa cosa fa molta paura. Sembra che ci si metta in un percorso da cui non si può più uscire.
Sì senz’altro è così, altrimenti è meglio non cominciare. Si rimane come prima, non è un problema.

Maria Lucia: Una delle cose che ci rimproverano è che all’inizio, quando facciamo shakubuku, diciamo alcune cose, poi aggiungiamo che serve anche questo, quest’altro…, si chiede sempre di più e quindi alla fine diventa una cosa totalizzante.
Lo è, ma la vita va avanti sempre meglio. Se non ci sono risultati è un altro conto. Ma a volte il risultato non si vede e per questo sembra che non ci sia. Però la Legge di causa ed effetto è precisa, ed è impossibile che se metti una causa tu non abbia un effetto. Occorre mantenere la decisione fino a vedere l’effetto.

Maria Lucia: Amici di mia sorella le hanno chiesto se conosceva persone che una volta entrate nella Soka Gakkai le riusciva più difficile frequentare. E lei ha risposto: certo, mia sorella all’inizio non veniva neppure ai miei compleanni, se erano di giovedì!
Infatti quando si comincia a praticare si ha una nuova visione delle priorità della vita.

Maria Lucia: Io sono ben contenta di aver fatto quello che ho fatto, e lei certamente ne ha beneficiato tantissimo. In questo momento sento però molto forte l’esigenza di fare in modo che non ci sia il Buddismo da una parte e la vita dall’altra, ma che il Buddismo stia nella vita.
Per questo ognuno deve gestire bene il proprio tempo. Non è che si deve stare insieme tante ore. La pratica del Buddismo di Nichiren Daishonin è per sé e per gli altri, il che vuol dire avere a cuore tutte le persone, facendo shakubuku e sostenendo gli altri praticanti affinché ricevano benefici. Le riunioni servono per migliorare questo. Perché ci deve essere sempre una riunione, trenta giorni su trenta?

Marina: Non è che praticare voglia dire stare con gli altri praticanti. A un certo punto invece si inizia a pensare che praticare significhi andare alle recitazioni, stare insieme agli altri membri.
Abbiamo creato una tendenza in tal senso. Certo, è importante mantenere i legami. Ma ci sono modi diversi per farlo, non è che devi sempre stare appiccicato. Con uno o con l’altro ci sarà un’esigenza di vedersi, sentirsi, ma è strano fare riunioni tutti i giorni. Io penso che con la saggezza bisogna diventare bravi a gestire il tempo. Famiglia, lavoro, amici, interessi, quello che c’è…

SI PUò MAI DIRE DI ESSERE ARRIVATI?

Manuela: A volte si pratica come se si dovesse arrivare a un traguardo, a un certo livello. C’è un punto in cui si può dire di essere arrivati?
Si arriva a un punto ogni giorno, ogni giorno. Ma occorre andare avanti sempre. Senza fine, penso.
In ogni vita, in ogni momento, bisogna realizzare soddisfazione. Non lontano da te ma, come dice Ikeda, dove vivi adesso, fare tanti sforzi per ottenere buoni risultati.
Comunque molte persone sono arrivate, sono contente della vita. La mattina si svegliano contente, tutto quello che fanno le rende contente, e concludono le giornate contente; parlo al femminile perché sono soprattutto le donne a vivere così, perché la loro vita è costantemente piena di cose.

Maria Lucia: Qual è la molla per migliorare sempre?
Migliorare sempre equivale ad avere gratitudine per gli altri, a ricambiare il debito di gratitudine nei loro confronti. Perché quanto più sei migliorato tu, tanto più puoi dare agli altri cose belle.

Manuela: Questa idea della gratitudine non è scontata. Molte persone pensano di dover migliorare perché non sono a posto.
La gratitudine è centrale. Oggi sono uguale a ieri? Questo è disprezzo. Disprezzo per la mia vita, perché non riesco a valorizzarla e a ricambiare la gratitudine. Migliorarsi sempre, non c’è altro da fare, altrimenti peggio per noi. Ognuno sta praticando per sé, non per gli altri, e se migliora sta facendo la cosa migliore per gli altri.

Marina: A volte è faticoso praticare, oppure si pratica tanto e non succede niente.
Quando si fa fatica, c’è trasandatezza, apatia, stanchezze varie, vuol dire che non c’è desiderio di migliorare, di andare avanti. Quando si ha una difficoltà normalmente la si vuole superare, si cerca di farlo in vari modi e alla fine si arriva al Daimoku.
Ma quando non c’è questa voglia è molto difficile accendere il motore. Vuoi arrivare a toccare il fondo? Stare male male male?

Maria Lucia: Oppure fai Daimoku.
Se riesci a fare Daimoku risolvi, ma se cominci a fare Daimoku e non riesci a stare fermo, ti alzi di continuo, oppure pensi a tante altre cose…

Maria Lucia: Ma ti forzi di rimanere là…

Continui a pensare altre cose? Allora finita un’ora è solo un’ora seduta. Come si fa? Penso a quanto sono importanti gli amici, quando si hanno queste difficoltà.

L’IMPORTANZA DELLA COMUNITÀ

Maria Lucia: Stai parlando della comunità buddista, del sangha?
Sì. Per questo è importante non rimanere fuori dall’organizzazione: tu aiuti gli altri ma gli altri aiutano te. Quando si sta male si può sempre contare sugli altri. Un modo per superare una difficoltà è stare sempre vicini e parlare del proprio problema. Di solito gli uomini non vogliono parlare, ma appena lo fanno tutti gli altri recitano Daimoku per loro. Si vergognano di parlare dei loro problemi. Perché? Tutti abbiamo problemi.

Manuela: Perché sembra che se hai problemi non pratichi bene.
Normalmente noi non pratichiamo bene, l’importante è lo sforzo continuo per praticare meglio. Questo è lo sforzo continuo di cui si parla.
Nessuno è arrivato, in tal senso. Appena arrivi scendi subito, la vita non è ferma. Perciò se un attimo possiamo dire che siamo arrivati al massimo stato vitale, l’attimo dopo non si sa… quello che conta è mantenere questo tipo di sforzo.
Ogni tanto penso a Ikeda. Continua a mandare Daimoku agli altri. Gli altri sono tanti tanti.

Marina: Mandando Daimoku agli altri cambi pure tu?

Sì, più vasto è l’orizzonte, più grande il risultato. Più persone pensi, più grande è l’effetto. Il Daimoku è sempre Daimoku.

Marina: Più persone ci metti…
Esatto. Diecimila, allora hai un risultato per diecimila…

Maria Lucia: Quindi il sangha è un gioiello sia quando aiuta te sia quando tu aiuti gli altri, è fondamentale nella pratica buddista… Anche rispetto alla relazione con il maestro, a volte sono proprio i compagni di fede che ci indirizzano e ci rimettono sui binari. Però molti praticanti sembrano non apprezzare la Soka Gakkai.
Chi ha un tesoro ottenuto con tanta fatica lo cura bene. Noi facciamo shakubuku per far superare le sofferenze alle persone che incontriamo, perciò normalmente non sono loro ad aver cercato cercato, e poi trovato, questo Buddismo e la Soka Gakkai. Ci arrivano senza sforzo.
Se ci arrivi così è facile non vedere il suo pregio, ti ci portano gli altri, ti spiegano, ti dicono, ti ci accompagnano. Ma così non si riconosce il valore.

Maria Lucia: Invece noi cerchiamo sempre di convincere, di convincere…
Per far evitare sofferenze. Ma se l’altra persona non vuole, si deve rispettare la sua decisione.

Maria Lucia: Forse è un processo individuale, bisogna arrivarci.

Da un lato è così. Ma noi abbiamo un dovere: aiutare gli altri.

Maria Lucia: Aiutare tutti. Invece, anche nella Soka Gakkai, spesso le persone ce le scegliamo.
Questo è sbagliato. Tutte le persone hanno le capacità e l’opportunità di realizzare kosen-rufu. Se non mi piace qualcuno sono io che mi sto chiudendo. Meglio aprirsi.
In Giappone c’è molto legame tra i membri, perché in passato hanno affrontato grandi difficoltà e hanno ottenuto un risultato grazie al sostegno degli altri.

LA RELAZIONE CON IL MAESTRO

Alessandra: Come approfondire la relazione di non-dualità di maestro e discepolo, e come aiutare gli altri a farlo?
Noi utilizziamo molto la teoria quando parliamo della non-dualità di maestro e discepolo, ma la cosa importante è condividere il desiderio del maestro, che è uguale a quello di Nichiren Daishonin: far star bene tutte le persone, nel senso di aiutarle per quanto possiamo. Non soltanto con il Buddismo, ma offrendo tutti i tipi di aiuto.
Ad esempio, la vita media si è allungata, sempre più persone anziane vivono da sole: vedendo una persona disagiata, in difficoltà, si possono dare tanti tipi di sostegno.
Come si realizza la non-dualità di maestro e discepolo? Cercando di sollevare chi sta soffrendo, perché possa risolvere da solo i suoi problemi. Anche chi sta praticando ha tante difficoltà, e allora ci si aiuta. La relazione maestro-discepolo non è a parole, è qualcosa da mettere in pratica.

Alessandra: In che modo?
Non-dualità non vuol dire uguaglianza: siamo diversi, ma quello che dobbiamo abbracciare e concretizzare è il desiderio del maestro, cioè la felicità di tutti, dando a ognuno l’opportunità di realizzarla con le proprie forze. Per fare questo la strada più veloce è shakubuku. Molti diranno: ancora shakubuku! Ma è così, shakubuku è la cosa migliore. Poi, dopo aver parlato a una persona del Buddismo, è importante seguirla, andare avanti insieme. Non abbiamo finito il nostro compito dopo aver consegnato il Gohonzon.
In ogni caso, finché ci si ferma alle parole non tutti capiamo. Solo quando si agisce si realizza la non-dualità di maestro e discepolo e si comprende il suo significato.
Makiguchi parlava di “grande bene”, il grande bene che si realizza nella vita quotidiana. In una parola, shakubuku attraverso la prova concreta. Per questo nelle riunioni si raccontano sempre esperienze, non si parla di maestro-discepolo. Non serve analizzare, è tempo di fare. Per concretizzare la non-dualità di maestro e discepolo dobbiamo unirci per realizzare kosen-rufu. Nel momento dell’azione, cercando di fare insieme, capiamo la relazione maestro-discepolo. Facendo capisco, non teoricamente.
Ikeda ha sempre un progetto a lunga scadenza, valutato, ragionato, forse calcolato matematicamente. Va in una direzione. Ha previsto delle cose tanto tempo fa, e solo quando le sue previsioni si realizzano ci si ricorda del periodo in cui le aveva immaginate.

Maria Lucia: Cioè avverandosi quello che aveva previsto dài ancora più valore alle sue parole.
Capisco che è una persona fuori dal comune. Lui dice che scegliere il tempo è creare il tempo, renderlo attuale. Con la decisione si fa uscire fuori qualcosa da zero. A dire il vero lui è sempre stato forte, fin da giovane. Con la sua decisione e la sua preghiera trasmetteva agli altri il suo entusiasmo di realizzare il desiderio di Toda. è difficile avere questa capacità di trasmettere l’entusiasmo di fare insieme. Tutti quelli che incontra, cambiano. Vedendo Ikeda capisco meglio tante parabole su Shakyamuni i cui seguaci si illuminavano solo per averlo incontrato e sentito parlare.

Marina: Anche l’azione di recitare Daimoku con l’intenzione di realizzare la non-dualità con il maestro aiuta a uscire dalla pura teoria?
Se si cerca l’unità con il maestro scaturirà tanto desiderio, tanta forza per mettere in pratica. Perché non è una cosa teorica, è una cosa da realizzare.

Maria Lucia: Abbracciare il desiderio del maestro che tutte le persone siano felici o decidere di realizzare due Gohonzon in ogni gruppo sembrano due cose diverse, apparentemente… Sulla prima siamo tutti d’accordo: chi è che non desidera la felicità di tutte le persone?
Se ciò fosse vero, allora questi due Gohonzon già sarebbero realizzati.
Ogni praticante deve sapere che la nostra attività è Gongyo, Daimoku e shakubuku, nient’altro. Ogni giorno. È molto semplice. Invece sembra che la nostra attività non sia fare shakubuku ma partecipare alle riunioni. C’è qualcosa di sbagliato. Ikeda si aspetta da noi che facciamo come ha fatto lui. Cinquant’anni fa venne per la prima volta in Europa, visitando nove paesi. In Italia non c’era nessun praticante. Dopo cinquant’anni questa è la situazione. So che lui desidera che sempre più persone siano felici, desidera creare un’organizzazione di persone che si aiutano l’una con l’altra a praticare bene, che sono contente di praticare. Il litigio è la tendenza di Mappo, ma noi dobbiamo cambiarla per viverci bene, rispettandoci reciprocamente. Altrimenti non stiamo praticando il Buddismo di Nichiren Daishonin.

Maria Lucia: Chi può dirsi praticante?
Chi sta facendo Gongyo e Daimoku come insegna il Daishonin, e ogni giorno mette in pratica il Buddismo nella vita quotidiana.
Chi fa così è un discepolo di Ikeda, indipendentemente dalla responsabilità e dagli anni di pratica. Più pratichi più diventi umile, ascolti, incoraggi con la tua esperienza e gli altri si sentiranno incoraggiati.

RICEVERE IL GOHONZON

Manuela: In passato si aspettava prima di ricevere il Gohonzon, si facevano dei corsi, si riceveva una formazione. Adesso non serve alcuna preparazione. Qual è l’atteggiamento migliore?
Rispettare il desiderio di quella persona che vuole praticare. La prima cosa che serve alla pratica è il Gohonzon. Con o senza è molto diverso. Quindi, la prima condizione è avere il Gohonzon, oltre al desiderio di praticare. Se tutte le altre cose ancora non ci sono, bisogna insegnarle dopo.
Come hai ricordato, per diversi anni si faceva una formazione prima di ricevere il Gohonzon, venivano richieste alcune condizioni. Ma non è stato sempre così.
La decisione di fare in quel modo si prese perché nei primi anni in Italia tante persone cominciavano a praticare ma poi smettevano, e così si pensò che fosse importante dare la possibilità di fare prima un’esperienza, aspettando tre, sei, nove mesi, un anno. Ma l’avevamo deciso noi.
Adesso formare l’atteggiamento e insegnare le basi della pratica bisogna farlo dopo la consegna. Si impara dopo, non è più una condizione.

Maria Lucia: Quindi l’atteggiamento di una persona che riceve il Gohonzon è lo spirito di ricerca. È un punto di partenza, ma poi c’è tutto da imparare…
Sì, bisogna coltivare il suo interesse, seguire, insegnare e questo dipende dal responsabile. Il responsabile esiste per questo motivo.

Manuela: All’inizio della pratica si tende a recitare tanto Daimoku, ma poi con l’andare del tempo sembra di aver capito tutto e si diminuisce. Le persone che praticano da tanto tempo spesso recitano meno Daimoku.
Succede a tutti. Lo dice anche il Gosho: «Quando ascoltano l’insegnamento ardono di passione come il fuoco ma, con il passare del tempo, tendono ad abbandonare la fede» (I due tipi di fede, RSND, 1, 798). È difficile mantenere l’intenzione e l’entusiasmo.
Inoltre, quando abbiamo una cosa bella, col passare del tempo tendiamo a non vederne più la bellezza. È un fatto normale. Non solo: passa la gratitudine, si comincia a pretendere di ottenere qualcosa come se ci dovesse arrivare da fuori e non si capisce più il motivo delle cose che accadono, non si vedono le proprie trasformazioni. Come se fosse colpa del Gohonzon che non funziona più, e invece siamo noi che non funzioniamo più, è l’entusiasmo, la decisione che fanno difetto…

Maria Lucia: Cosa significa praticare sinceramente? Vuol dire cercare sempre di migliorare?
Con serietà. Decisione e Daimoku. Se la decisione è massima la fatica sta nel mantenerla, altrimenti bisogna migliorare la decisione. Il Daishonin dice soltanto: continua a recitare Daimoku, che sarebbe Gongyo, Daimoku e shakubuku. Queste tre cose. Il succo è il Daimoku, ma si intende “recitare” come il Daishonin.

MATTINA E SERA CON IL BUDDA

Maria Lucia: Come abbiamo detto all’inizio: tu abbracci l’ideale del Buddismo e il Daimoku ti permette di realizzarlo. Giusto?
Sì. Vivendo con il Daishonin mattina e sera. Dice il Gosho: «Mattina dopo mattina ci svegliamo con il Budda, sera dopo sera andiamo a dormire con il Budda» (Raccolta degli insegnamenti orali, BS, 113, 48). Tutta la vita insieme, si sta con il Budda anche durante il sonno.

Marina: Come si fa a realizzare questo?
Il succo della pratica è il Daimoku, mentre Gongyo (la lettura dei due capitoli del sutra), è secondario. Tante persone sono molto concentrate quando fanno Gongyo ma poi durante il Daimoku si rilassano, cominciano ad alzarsi o disturbano parlando quando gli altri recitano Daimoku, mentre invece quella è la pratica fondamentale. Non so da dove sia venuto questo comportamento.
La cerimonia di Gongyo e Daimoku mattina e sera è l’unica occasione in cui si sta davanti alla Legge fondamentale concretizzata nel Gohonzon, l’unica occasione in cui si sta davanti alla Buddità. Una volta terminata la cerimonia, di fronte a noi non c’è più il Gohonzon ma la normale società e vengono fuori i nove mondi.
Dunque la cerimonia di Gongyo e Daimoku è fondamentale. È in quell’occasione che si determina come realizzare la propria vita, e quindi non ci si può distrarre o disturbare gli altri.
Dare fastidio a chi recita Daimoku non è un atteggiamento buddista, e anche se non ci si accorge di disturbare, torna l’effetto. Essere veramente buddista non è facile.
Un’altra cosa: davanti al Budda, davanti alla Legge, non si può andare in pigiama. È una questione di rispetto e di educazione. Prima ci si lava, ci si veste, poi si va a fare Gongyo e Daimoku e alla fine si fa colazione. Questo in Giappone… Comunque il punto è: per prima cosa andare a salutare il Budda, «… mattina e sera con il Budda». 

Bibliografia 

Buddismo e Società n.147 luglio agosto 2011

 

La palestra del Budda

incontro con Tamotsu Nakajima
Le quattro sofferenze, la realtà dell’esistenza, sono le sole occasioni per allenarsi a far emergerela Buddità dalla nostra vita
Cosa significa affrontare la sofferenza?
Spesso si parte dalla ricerca di comandamenti per eliminare la sofferenza: per non creare effetti negativi non fate questo, o quest’altro… Ma la sofferenza non si può eliminare: eliminare la sofferenza equivale a eliminare la vita. Anziché usare l’espressione “affrontare le sofferenze”, dovremmo parlare di “affrontare la vita”.

Per esempio, riguardo alla malattia il Gosho dice di sviluppare uno spirito combattivo per guarire, ma d’altra parte sappiamo che la malattia fa parte della vita. Quindi cosa vuol dire affrontare e trasformare? Aspettarsi di guarire?
Se mi chiedete quale atteggiamento deve avere una persona di fronte alla propria malattia, vi rispondo senza dubbio che dovrebbe pregare per la sua guarigione, per cosa altro altrimenti?

Rispetto a un grave problema di malattia di qualcuno che ci sta vicino, spesso il dilemma è: recito Daimoku perché guarisca, recito Daimoku perché sia felice, recito Daimoku perché possa affrontare bene la morte, perché non soffra. Che atteggiamento dovremmo avere?
Ma facendosi tutte queste domande si affronta questo tema da un punto di vista parziale e personale, che prescinde dalla visione buddista.
Qual è la maniera “giusta”? Noi stiamo cercando di comprendere profondamente ciò che insegna il Buddismo, il fatto che la vita non è statica, ferma, ma scorre attimo dopo attimo. L’attimo passato non si può riprendere. Il punto centrale è dunque come affrontiamo il momento presente, se siamo dipendenti o indipendenti dalla situazione che stiamo vivendo. Quindi, in questo caso, il problema non è la malattia, ma la condizione vitale di chi è malato.
Istante per istante noi affrontiamo la vita, mettendo continuamente nuove cause attraverso le quali possiamo migliorare o peggiorare la situazione. Tutto dipende da cosa tiriamo fuori da quella situazione.
Dobbiamo chiederci se stiamo cercando di vivere ogni attimo con l’intenzione di far emergere la Buddità, la gioia, affinché ogni attimo possa causare una prossima gioia, una prossima fortuna. Penso che la crescita che noi intendiamo non sia relativa ai soldi, alla guarigione, o ad altro. La crescita che noi intendiamo è la ricerca del miglioramento personale, come esseri umani: continuando ad affrontare la vita nasce la gioia di vivere.
Noi stiamo utilizzando il Buddismo per imparare a vivere. Dovremmo arrivare a stare bene non perché non ci siano problemi, ma perché nulla ci disturba. Arrivare ad affrontare tranquillamente ogni situazione che troviamo davanti a noi. Affrontandola una prima volta impariamo ad affrontarla meglio la volta successiva. Senza fare esperienza non capiamo.
Il Daishonin ci insegna a non fermarci davanti ai problemi, ma ci incoraggia ad andare sempre avanti utilizzando il Daimoku, il Gohonzon, e facendo shakubuku. In questo modo otteniamo sicuramente l’Illuminazione, la felicità. Non la felicità che pensiamo noi, ma quella che intende Nichiren, di gioire indipendentemente dalle circostanze. Invece noi pensiamo alla guarigione, alla ricchezza… per felicità intendiamo non soffrire.

Nel Buddismo quindi non c’è un’alternativa tra sofferenza e felicità, non sono l’una il contrario dell’altra.
Secondo il Buddismo tanto hai sofferto, tanto sai gioire. Il punto è come utilizzare quello che hai.
Nichiren Daishonin insegna a utilizzare la vita per far emergere la Buddità. Quindi la vita non è sofferenza bensì la possibilità di realizzare attraverso la sofferenza. Questa è la grande novità del Buddismo del Daishonin.

Se ci si allena a far emergere la gioia in ogni istante, allora quando ci si trova di fronte a sofferenze più forti si sa quello che si deve fare, cercare quella gioia, quella forza, attraverso il Daimoku. Da una parte si vorrebbe essere sempre pronti, però siamo comuni mortali…
Bisognerebbe smettere di utilizzare l’espressione “comuni mortali”. Altrimenti si rimane sempre comuni mortali. Per diventare Budda dovremmo pensare che maggiore è la difficoltà maggiore è l’occasione per manifestare questa condizione vitale.
Ma per diventare “bravi” ci vuole allenamento, e tutte le situazioni della vita sono l’occasione per allenarci a far emergere la Buddità. Come si fa a tirare fuori la Buddità? Passando dal nostro punto di vista al punto di vista buddista. Il Buddismo dice che la vita è bella, e io decido di farla diventare bella. E allora lo diventa. Dipende da quanto sono capace di trasformarla, e per rafforzare questa mia capacità utilizzo il Daimoku: la forza del Budda e la forza della Legge dipendono dalla forza della fede e dalla forza della pratica. Senza fede né pratica non si realizza nulla.
L’unica maniera di praticare bene è quella di sforzarsi continuamente di migliorare. Non c’è un momento in cui possiamo dire che stiamo davvero praticando correttamente.
Non mantenere questo sforzo continuo di praticare correttamente equivale a disprezzare la Legge. Può sembrare troppo severo, ma questa è la Legge di causa ed effetto, nient’altro. Per questo non possiamo fermarci, non perché abbiamo paura di chissà cosa possa succedere.

Ma cosa significa “praticare correttamente”?
Scrive il Daishonin: «Adesso nell’Ultimo giorno della Legge, il Daimoku che recita Nichiren è diverso da quello delle epoche precedenti. È Nam-myoho-renge-kyo che comprende la pratica per sé e la pratica per gli altri» (Le tre grandi Leggi segrete, cfr. WND, 2, 986).
Qui il Daishonin intende, per pratica buddista, sia recitare Daimoku sia fare shakubuku. La pratica solo per sé è un controsenso. È come aver ricevuto un bene enorme, universale, e utilizzarlo solo per sé. Per questo chi non fa shakubuku non sta praticando bene, perché tiene per sé tutto il grande potere del Gohonzon.

Come si fa a fare shakubuku?
Da una parte si parla della pratica, si dialoga, ma ciò che veramente conta è quanto desideriamo la felicità della persona con cui stiamo parlando. Il Daimoku che recitiamo per quella persona.
Nel Gosho c’è scritto: «Se la compassione di Nichiren è veramente grande e omnicomprensiva, Nam-myoho-renge-kyo si diffonderà per diecimila anni e più, per tutta l’eternità» (Ripagare i debiti di gratitudine, RSND, 1, 658; cfr. SND, 2, 216). Qui il Daishonin si riferisce a una condizione vitale che abbraccia tutte le persone di tutti i tempi. Dice ancora: «Che gioia esser nati nell’Ultimo giorno della Legge e aver potuto partecipare alla propagazione del Sutra del Loto» (Lettera a Niike, RSND, 1, 910; cfr. SND, 4, 243). Questo è il suo atteggiamento rispetto al fatto di vivere nell’epoca peggiore, mentre noi siamo sempre influenzati dalle situazioni, e quindi soffriamo per la maggior parte della vita.
Ma sebbene dal punto di vista del karma ciascuno di noi è diverso, dal punto di vista della Legge abbiamo tutti le stesse potenzialità di Nichiren. Come si può riuscire a provare e a mantenere quella gioia e quel desiderio di far stare bene tutte le persone? Ognuno dovrebbe credere di avere dentro di sé la stessa forza del Daishonin e alimentarla attraverso la propria pratica.

Soffrire per le difficoltà non deriva anche dal fatto di non riuscire a credere che nella nostra vita ci sono infinite potenzialità? L’esperienza ci mostra che quando poi i problemi si affrontano si scoprono delle risorse di sé che prima non si pensava di avere.
La nostra vita procede in base alla nostra comprensione. E la nostra comprensione è limitata. Per comprendere di più, per scoprire di più, è importante andare oltre il limite della nostra attuale comprensione, e ciò è possibile solo attraverso la fede, che si esprime attraverso la preghiera al Gohonzon.
Per togliere il limite bisogna credere. È strano: se ci credi funziona, se non ci credi non funziona.
Le persone più intelligenti potrebbero incontrare più difficoltà, da questo punto di vista, perché la “testa” funziona per prima e quindi impedisce di credere. Anche Shariputra, il discepolo del Budda più saggio e più intelligente, ottenne l’Illuminazione quando riuscì a credere. Con la “testa” non si può ottenere l’Illuminazione, solo con la fede.
Nella Soka Gakkai giapponese ho incontrato tante persone contente, proprio contente della vita. Soprattutto le donne. Si svegliano la mattina e sono contente di alzarsi. Viene da chiedersi come facciano, perché siano così contente… La risposta è che hanno una pratica sincera e si sforzano continuamente. Quando si hanno tante cose da fare, se nasce un problema lo si affronta tranquillamente. Se invece le cose vanno bene, davanti a una difficoltà nasce subito la sofferenza.

Fa bene a tutti recitare Daimoku? Anche a persone con malattie mentali?

Il Daimoku fa bene a tutti… forse fa male ai demoni. Nichiren scrive, nel Gosho Come coloro che inizialmente aspirano alla via possono conseguire la Buddità attraverso il Sutra del Loto: «Così, quando con la bocca recitiamo la mistica Legge, la nostra natura di Budda viene richiamata e immancabilmente emergerà. La natura di Budda di Brahma e Shakra, richiamata, ci proteggerà e la natura di Budda dei Budda e dei bodhisattva, richiamata, gioirà. [...] Tutti i Budda delle tre esistenze hanno anch’essi conseguito la Buddità grazie ai cinque caratteri di Myoho-renge-kyo. Questi cinque caratteri sono la ragione dell’avvento nel mondo dei Budda delle tre esistenze; sono la mistica Legge con la quale tutti gli esseri viventi possono raggiungere la via del Budda. Comprendi bene il significato di tutto ciò e, sulla strada per il conseguimento della Buddità, recita Nam-myoho-renge-kyo senza arroganza o attaccamento a idee preconcette» (RSND, 1, 789; cfr. SND, 8, 35).
Quindi il Daimoku è soltanto positivo. A volte si dice che fa male recitare tanto Daimoku per chi ha problemi mentali, e quindi si consiglia di recitare poco e lentamente. Sì, può anche essere vero che recitando meno Daimoku si abbia una reazione minore, e quindi può sembrare che anche il problema sia minore, ma è solo apparenza. In realtà così non si risolve nulla. Non possiamo abituarci a evitare di affrontare le cose, deviando verso soluzioni temporanee che non risolvono nulla. Quasi come se all’interno del Buddismo si possano aggiungere regole e formulari dove non ce ne sono. La Legge di causa ed effetto è una regola assoluta, è inutile metterne altre.
Il vero problema, nel caso del disturbo mentale, non è il Daimoku ma le azioni. Bisogna vedere situazione per situazione, aiutare e sostenere costantemente le persone con questo tipo di problemi. Se si hanno difficoltà mentali come si può fare da soli?

Bibliografia

Buddismo e Società n.135 luglio agosto 2009