Diffusione in Giappone: Dengyo

In Giappone il Buddismo arrivò dalla Corea, probabilmente nel 538 d.C., e intorno alla fine dello stesso secolo ebbe una grande espansione a opera del principe Shotoku Taishi, il quale si convertì alla nuova religione ed eresse numerosissimi templi e stupa. Egli spiegava personalmente alla gente i sutra buddisti, compreso il Sutra del Loto. In seguito si svilupparono in Giappone numerose scuole, che troviamo spesso citate nel Gosho, fra cui lo Zen,la Jodo(Nembutsu), lo Shingon ela Ritsu. IlGran Maestro Dengyo (767 – 822), il cui vero nome era Saicho, fondò in Giappone la scuola Tendai a partire dagli insegnamenti del cinese T’ien-t’ai basati sul Sutra del Loto. Grazie alla sua saggezza e alla sua profonda comprensione del Sutra del Loto, la scuola Tendai si sviluppò moltissimo, diventando una delle più influenti del Giappone. Il tempio principale della scuola, situato sul monte Hiei, fu per secoli il più importante centro per lo studio del Buddismo, in cui anche Nichiren passò un periodo di ritiro. Al prestigio della scuola Tendai contribuirono anche alcuni dibattiti ai quali Dengyo partecipò sconfiggendo invariabilmente i suoi oppositori. Tuttavia, benché il Sutra del Loto fosse diffuso e formalmente rispettato, la difficoltà degli insegnamenti e delle pratiche della scuola Tendai unite alla tendenza dei monaci di quella scuola a isolarsi sul monte Hiei, fecero si che il Buddismo Tendai si allontanò gradualmente dalla realtà della vita sociale e, a causa del suo isolamento, fu impotente nella lotta contro la corruzione, l’ignoranza e la miseria, la caratteristica dominante della società giapponese dell’epoca. Inoltre il clero Tendai non fu in grado di contrastare il coinvolgimento delle autorità religiose nella vita politica e la confusione fra i diversi insegnamenti, che divennero strumenti per accrescere il potere del clero e il suo distacco dalla gente comune. Come predetto nei sutra, l’epoca in cui l’insegnamento del Budda era andato perduto e la confusione regnava sovrana, l’Ultimo giorno della Legge, era iniziato. Fu in questo scenario che, nel 1222, Nichiren Daishonin fece la sua apparizione.

 

Diffusione in Cina: Tient’ai

Il Buddismo arrivò in Cina nel I° secolo d.C., probabilmente attraverso la via della seta, ma fu soltanto nel V secolo che, grazie all’opera di traduzione della scuola di Kumarajiva, la sua profonda filosofia fu disponibile senza distorsioni e fu quindi possibile l’elaborazione di un vero e proprio Buddismo cinese. Infatti, fra il VI e il IX secolo si svilupparono otto importanti scuole, alcune di derivazione tipicamente indiana, altre, come il C’han (Zen in Giapponese), più propriamente cinesi. Fra queste, la scuola del Gran Maestro Chih-i (538 – 597), che prese il nome di T’ient’ai dalla montagna dove risiedeva, pose il Sutra del Loto al vertice di tutti gli insegnamenti di Shakyamuni. T’ien-t’ai classificò i sutra in base a uno schema di cinque periodi della vita del Budda: il primo (detto Kegon) al quale appartiene l’Avatamsaka sutra o sutra della ghirlanda fiorita (kegon in giapponese), risale ai tempi immediatamente successivi all’Illuminazione, in cui Il Budda provò a trasmettere il contenuto della sua Illuminazione così come l’aveva sperimentato. Quell’insegnamento era però troppo profondo per essere compreso dalla gente comune, così egli decise di predicare una serie di insegnamenti preparatori. Nel secondo periodo (detto Agon) il Budda insegnò i sutra del Canone Pali, contenenti regole disciplinari e semplici insegnamenti quale le quattro nobili verità e l’ottuplice nobile sentiero. Al terzo periodo (Hodo), appartengono i primi sutra Mahayana, in cui il Budda volle risvegliare il desiderio di ricercare l’Illuminazione raccontando storie di vari Budda, come Amida e Dainichi. Al quarto periodo (Hannya) appartengono i sutra della perfezione della saggezza, o Prajnaparamita sutra, in cui il Budda spiegòla Leggemistica attraverso il concetto di “vuoto”. Soltanto nell’ultimo periodo (Hokke-Nehan), durato otto anni, il Budda rivelò la verità. A questo periodo appartengono il Sutra del Loto e il Sutra del Nirvana. T’ien-t’ai lasciò tre importanti trattati sul Sutra del Loto: l’Hokke mongu, l’Hokke gengi e il Maka shikan. Quest’ultimo, considerato il Sutra del Loto del Medio giorno della Legge, è di particolare importanza in quanto contiene il principio di ichinen sanzen, i tremila mondi in un singolo istante di vita.

I tre periodi della Legge

Il tempo che segue la morte di Shakyamuni viene suddiviso in tre periodi di mille anni ciascuno: il Primo, il Medio e l’Ultimo giorno della Legge (in giapponese shoho, zoho e mappo). Fu senz’altro molto difficile per il Budda Shakyamuni trasmettere la verità a cui si era risvegliato.La Leggemistica può essere compresa solo da un Budda, e non è certamente descrivibile attraverso le parole. Per trasmetterla ai discepoli, Shakyamuni utilizzò numerosi espedienti e parabole, ma è fuor di dubbio che la saggezza e la compassione permeavano ogni aspetto del suo comportamento, rendendo efficace la sua opera di insegnamento. Nelle epoche successive, del Budda rimanevano soltanto i discorsi codificati nei sutra, e mantenere lo spirito originale del maestro risultava sempre più difficile con il passare dei secoli. Questo declino naturale dell’insegnamento del Budda sembra fosse stato previsto dallo stesso Shakyamuni, e se ne parla già in alcuni testi del Canone Pali. Tuttavia, è in alcune scritture Mahayana che troviamo la spiegazione dettagliata delle fasi di questo declino. Il Primo e il Medio giorno della Legge sono a loro volta suddivisi in due periodi di cinquecento anni. I primi 500 anni sono detti epoca dell’Illuminazione, in cui l’esperienza dell’Illuminazione del Budda riusciva ancora a vivere nel cuore dei discepoli. I secondi 500 anni sono detti epoca della meditazione, perché per ottenere il risveglio era necessaria una pratica severa. I successivi 500 anni sono caratterizzati dalla lettura e dalla recitazione dei sutra, mentre nel quarto periodo, l’epoca della costruzione di templi e stupa, dell’insegnamento rimangono soprattutto gli aspetti formali. Passati questi duemila anni, si entra in mappo, che in alcuni sutra dura “diecimila anni e più”, l’epoca malvagia in cui lo spirito originale è andato perduto e la gente non è più in grado di ottenere l’Illuminazione con l’insegnamento di Shakyamuni. Mappo però non significa la fine del Buddismo. Grandi maestri buddisti tennero vivo l’insegnamento del Budda nei tre periodi, cercando di tornare al suo spirito originale. Per l’importanza che hanno per la nostra scuola, vanno ricordati Nagarjuna e Vasubandhu nel Primo giorno della Legge, T’ien-t’ai e Dengyo nel Medio, e Nichiren Daishonin nell’Ultimo giorno della Legge.

Nichiren Daishonin

Nichiren Daishonin è considerato un grande riformatore del Buddismo medievale giapponese. La sua dottrina si basa sul Sutra del Loto, predicato da Shakyamuni, e sugli insegnamenti dei filosofi T’ient-t’ai (538-597) e Dengyo (767-822). Nichiren nacque in Giappone nel 1222, un’epoca devastata da disordini sociali e disastri naturali che affliggevano la popolazione. Fin da ragazzo si domandava perché gli insegnamenti buddisti avessero perso il potere di far vivere le persone in modo felice e realizzato, e decise di trovare una risposta. A sedici anni divenne monaco, dedicandosi totalmente agli studi buddisti. L’approfondimento dei sutra lo convinse che il Sutra del Loto contenesse l’essenza dell’illuminazione di Shakyamuni e la chiave per trasformare la sofferenza umana e far fiorire la società.

Il Sutra del Loto afferma che tutte le persone, indipendentemente dal genere, dalle capacità individuali e dalla condizione sociale posseggono intrinsecamente le qualità di un Budda e sono dunque altrettanto degne del massimo rispetto.
Basandosi sullo studio del Sutra del Loto Nichiren stabilì che l’invocazione del titolo del sutra Myoho-renge-kyo preceduto dal termine Nam (in sanscrito “dedicarsi”) fosse la pratica universale che consentiva a tutti di manifestarela Buddità inerente alla loro vita e di ottenere la forza e la saggezza per superare ogni avversità. Egli vide in questo sutra un veicolo per la realizzazione di tutte le persone, chiarendo che ogni essere umano può ottenere l’Illuminazione e vivere felicemente nella vita presente.

Nichiren era molto critico nei confronti delle altre scuole buddiste dell’epoca, considerandole funzionali agli interessi della classe dirigente perché di fatto incoraggiavano la passività della popolazione. Egli richiamava la classe dirigente ai propri doveri, ricordando che aveva la responsabilità della sofferenza della gente e dunque anche quella di trovare una soluzione. L’idea che lo stato esistesse per il bene del popolo era rivoluzionaria per l’epoca.
Per questo egli fu vittima di assalti e persecuzioni anche molto violente da parte del governo militare e delle scuole buddiste più potenti, ma rifiutò sempre di indietreggiare e di negare i suoi principi.
Il suo lascito sta nell’instancabile lotta per la felicità di tutte le persone e nel desiderio di costruire una società che rispetti la dignità e il potenziale di ogni singola esistenza.

Le scritture buddiste

Shakyamuni, fondatore del Buddismo vissuto in India circa 2.500 anni fa, non lasciò opere scritte, visto che a quel tempo si privilegiava la trasmissione orale.
Ma anche con l’apparire della scrittura – gli esempi più antichi di scrittura indiana risalgono al III secolo a.C. – leggere significava salmodiare a voce alta. La lettura silenziosa è di più recente acquisizione e anche nella nostra cultura, in antichità e nel medioevo, non si leggeva solo con gli occhi ma anche con le labbra, di modo che le orecchie potessero ascoltare quella che era chiamata “la voce delle pagine”.
La codificazione degli insegnamenti del Budda avvenne dunque con il tempo. Il primo Concilio buddista, che si pensa abbia avuto luogo subito dopo la morte del Budda, non avrebbe lasciato documenti scritti contenenti i sermoni esposti da Shakyamuni durante i cinquanta anni della sua predicazione.
Quel Concilio potrebbe aver confermato solo la linea generale dell’insegnamento e non nella forma ufficiale dei sutra, ma in quella di brani e brevi discorsi. I discepoli ripetevano a memoria i sermoni che solo in seguito furono codificati nella forma di sutra (sutra in sanscrito, letteralmente indica il filo su cui si infilano i gioielli. In Pali si dice sutta e in giapponese kyo).
Al primo Concilio ne seguirono altri, e man mano si manifestarono figure di grandi studiosi i quali diedero vita a una serie di opere che commentavano e interpretavano le scritture buddiste.
La divisione delle scuole in Theravada (scuola degli anziani, termine corretto a differenza di Hinayana che presenta un significato dispregiativo) e Mahayana – e la conseguente divergenza sull’interpretazione delle scritture – ha posto gli studiosi di Buddismo (antichi e moderni) di fronte a una lunga serie di questioni circa l’esatta interpretazione del pensiero fondamentale del Budda.
Schematicamente, possiamo dire che nella scuola Theravada la categoria sutra (le scritture) dei testi canonici si sviluppa parallelamente a quella degli Abhidharma (opere esegetiche, commentari) e, forse, anche a quella dei Vinaya (regole di disciplina). Nel Mahayana invece vengono prima alla luce i sutra e più tardi appaiono filosofi e pensatori come Nagarjuna, Asanga, Vasubandhu che commentarono le opere e le idee mahayana.
Una delle principali critiche che vengono fatte a questa scuola è che i sutra mahayana non rispecchiano il pensiero originale del Budda. La querelle tra Theravada e Mahayana è piena di argomentazioni lunghe e complesse. In generale gli studiosi theravada erano inclini a una visione analitica e speculativa del mondo, mentre i mahayana cercavano di penetrare nella “realtà ultima”, utilizzando forse più l’intuizione che la speculazione analitica.
Il Sutra del Loto è la scrittura mahayana che Nichiren Daishonin scelse come base del suo insegnamento. La traduzione in cinese – questo sutra arrivò in Giappone attraverso la Cina – che Nichiren Daishonin scelse tra tutte fu quella di Kumarajiva: «Soltanto Kumarajiva – scrive Nichiren – trasmise i sutra e gli altri scritti di Shakyamuni, il fondatore, senza intromettervi le proprie opinioni».
In Cina il Sutra del Loto fu studiato, commentato e praticato dal Gran maestro T’ien-t’ai (538-597 d.C.). Egli analizzò tutte le scritture buddiste arrivando alla conclusione che il Sutra del Loto è l’insegnamento più profondo e definitivo di Shakyamuni.
Nel sesto secolo d.C., attraverso la Corea, il Buddismo arrivò in Giappone. Il principe Shotoku (547-622 d.C.) unificò il paese dichiarando la supremazia del Sutra del Loto. In seguito Dengyo (767-822) insegnò la filosofia di T’ien-t’ai, risvegliando la fede nel Sutra del Loto che era andata perduta.
Trecento anni dopo Nichiren Daishonin (1222-1282), partendo dal Sutra del Loto e interpretandolo dal punto di vista della sua Illuminazione, stabilì la corretta pratica buddista per quel periodo chiamato Ultimo giorno della Legge che, iniziando nel suo tempo, si sarebbe protratto nell’infinito futuro.

Le origini

Il Buddismo è una religione praticata da milioni di persone, principalmente in Oriente. Ha origine dagli insegnamenti di Siddharta Gautama, principe degli Shakya, una piccola tribù che viveva alle pendici dell’Himalaya.
Shakyamuni (lett. “il saggio degli Shakya”) nacque in una regione dell’India settentrionale, l’attuale Nepal, circa 2.500 anni fa.
Pur appartenendo a una famiglia regale, rinunciò ben presto ai privilegi del suo rango e intraprese una ricerca spirituale per trovare soluzione alle sofferenze umane. Alla fine, assorto in profonda meditazione, sperimentò un radicale risveglio, o illuminazione, arrivando a comprendere la vera natura della vita e della realtà umana.
Secondo la tradizione, da quel momento Shakyamuni viaggiò attraverso tutta l’India per circa quarant’anni condividendo con chiunque incontrasse la sua esperienza di saggezza illuminata e insegnando come trasformare la sofferenza, diventando noto come Budda, il “risvegliato”.
A differenza di altri fondatori di religioni, che fanno riferimento a modelli di perfezione ultraterreni o si considerano intermediari del volere divino, il Budda è un essere umano che ha condiviso con altri esseri umani la sua esperienza di comprensione profonda della vita realizzata attraverso l’automiglioramento, e ha indicato la via per acquisire la sua stessa saggezza e condizione vitale.
I suoi insegnamento sono stati raccolti e trascritti in sutra e si sono diffusi per tutta l’Asia dando origine a diverse scuole di Buddismo, generalmente caratterizzate dall’enfasi sulla pace e la compassione.

Il Sutra del Loto

È considerato una delle scritture buddiste più importanti, che ha ampliamente influenzato la tradizione mahayana in tutta l’Asia orientale.
Si ritiene sia stato scritto tra il I e il II secolo d.C. Come molti altri sutra, si estese dall’India all’Asia Centrale, la Cina, la Corea e il Giappone. Giunto in Cina nel terzo secolo d.C. fu tradotto in numerose versioni di cinese, di cui quella di Kumarajiva (344-413 d.C.) è considerata particolarmente pregiata.
Il suo messaggio centrale è che la Buddità – una condizione di felicità assoluta, libertà dalla paura e da tutte le illusioni – sia inerente a ogni forma di vita.
In particolare, in questo sutra viene dichiarato che tutti gli esseri viventi possiedono la natura di Budda e che non esistono categorie di persone che non possono ottenere la Buddità nella vita presente. Viene inoltre chiarito che il Budda non esiste in qualche luogo speciale e non è un essere soprannaturale, poiché la Buddità esiste da sempre perché è connaturata alla stessa vita dell’universo.
Nel ventitreesimo capitolo, in particolare, si legge l’invito a propagare l’insegnamento del Sutra del Loto nel futuro: «Nel quinto periodo di cinquecento anni dopo la mia morte, realizzate kosen-rufu in tutto il mondo e non permettete mai che il suo flusso si fermi». Il Gran maestro T’ien-t’ai – che dedicò tutta la sua vita allo studio e interpretazione del Sutra del Loto – aveva chiaramente indicato il Sutra del Loto come l’insegnamento definitivo e più alto del Budda.
Nichiren Daishonin (1222-1282) scelse il Sutra del Loto perché rappresenta il cuore dell’insegnamento di Shakyamuni. Nella traduzione cinese di Kumarajiva il titolo del Sutra del Loto è Myoho-renge-kyo che, secondo Nichiren, contiene l’essenza dell’intero sutra. Sulla base di questa profonda intuizione egli stabilì l’invocazione di Nam-myoho-renge-kyo quale fondamento della sua pratica buddista, che consente a ogni persona di manifestarela Buddità nella vita quotidiana.